I telefonici costretti ad una difensiva sindacale di classe
Categorie: CGIL, CISL, Cobas, Italy, Monopolies, Slai-Cobas, UIL
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La ristrutturazione del settore pubblico ha colpito con violenza le aristocrazie operaie, quei vasti settori della classe lavoratrice che, dal dopoguerra ad oggi, grazie a dure lotte ed all’obbiettivo valore particolare del loro lavoro, avevano goduto di condizioni economiche e normative migliori di quelle del settore industriale. Dal 1995, invece, parti nodali del sistema, come ad esempio la Telecom per le telecomunicazioni, sono state sottoposte ad un attacco che in pochi anni ha distrutto gran parte di quelle conquiste. La “privatizzazione” ha prodotto un gran numero di “esuberi”, una frantumazione capillare della contrattazione collettiva, un aggravamento dei ritmi di lavoro, un minor salario reale e soprattutto la divisione, oramai accettata, tra occupati e nuovi assunti, base indispensabile per un futuro ritocco al ribasso delle condizioni economiche e normative.
Il 1992 è stato l’anno dell’ultimo contratto collettivo prima della fine del monopolio; fu siglato dai sindacati confederali più la CISNAL, con Telecom ed Intersind. È stata questa l’ultima contrattazione “positiva”, che si colloca allo stesso livello d’altri settori di élite come Enel o FS. È stato anche l’ultimo contratto nella cui filosofia stanno, precise ed intoccabili, le regole per la determinazione di diritti, doveri, normative e livelli salariali.
Nel 1995 tutto inizia a cambiare: c’è la fine del monopolio, viene assegnata la licenza ad Omnitel per la telefonia mobile, localmente ad Albacom ed a poche altre ditte telefoniche, che inizialmente si occupano soltanto di nicchie di mercato. Omnitel (cioè Olivetti) aderisce alla Confindustria ed adotta per i suoi lavoratori il contratto dei metalmeccanici privati con l’integrativo della casa madre Olivetti. Albacom sceglie invece il contratto del commercio come altri gestori. Alcuni sceglieranno addirittura quello dei grafici. I sindacati tricolore prendono la palla al balzo e, con la scusa di non poter lasciare senza tutela quei lavoratori, accettano e siglano accordi con qualunque azienda. È l’inizio di un processo disgregante che, mancando un’opposizione sindacale che raccolga ampi consensi, porterà in pochi anni a decine di contratti separati e difformi.
Nel 1996 viene siglato un nuovo contratto, denominato di “settore telecomunicazioni”, cui si aggiungeranno gli integrativi Telecom e Tim (le cosiddette “armonizzazioni”). Se il vecchio contratto del ’92 era stato, pur con molte pecche, un contratto preciso e con formulazione di regole, questo apre, all’opposto, alla “libera” contrattazione delle parti, introducendo, come primo paletto, un’ampia ed indiscriminata “flessibilità” negli orari. Per ciò che riguarda l’aspetto salariale si ha un rapporto 80%/20% tra base contrattuale e “armonizzazione”, cioè integrativo. L’intera massa salariale (quella del ’92 con gli aumenti annui più quelli del nuovo contratto), rimane pensionabile, liquidabile e base di calcolo per i futuri aumenti. Le quote salariali del contratto di settore e quelle dell’integrativo-armonizzazione spettano sia al personale in servizio sia ai nuovi assunti.
In realtà, nonostante la denominazione, il contratto del ’96 rimane un contratto limitato alla sola Telecom. I sindacati confederali, infatti, si sono ben guardati dal forzare per farne base per tutte le nuove aziende che si stavano affacciando sul mercato.
I nuovi gestori, dal 1996 ad oggi, sono diventati circa duecento tra “mobile” e “fisso”, locali e nazionali, ed il caos contrattuale è via via divenuto totale, a tutto beneficio delle aziende. Le “licenze” per operare sono rilasciate dal Ministero delle Poste e Telecomunicazioni, ma il quadro normativo vigente non mette ordine nelle questioni contrattuali; anzi, con uno spirito “liberistico” che neppure la Thatcher aveva raggiunto nei suoi momenti migliori, sia il Ministero delle Poste e Telecomunicazione, sia quello del Lavoro, sia l’Antitrust, sia l’Autorità delle Comunicazioni di Cheli rimettono all’”accordo fra le parti” la questione di quale contratto applicare. Il gioco è sin troppo scoperto: gli interessi di aziende e sindacati collaborazionisti si fondono a solo danno dei lavoratori, che sprofondano sempre più in uno sfruttamento senza più vincoli, dovendo operare in condizioni sempre più precarie.
Dinanzi a tutto questo caos, lo stesso padronato, forse per questioni sue interne, cerca un punto fermo. La disintegrazione è avvenuta, l’opposizione, nonostante alcune importanti azioni di disturbo, ancora non riesce a sfondare e così nel 1999 CGIL, CISL e UIL decidono per la firma di un contratto per Wind simile a quello di Telecom del ’96 con un integrativo per i dipendenti provenienti dall’Enel. All’inizio del 2000 siglano un altro contratto per Blu ed Acea Telecomunicazioni, peggiori di quello di Wind quanto a salari e normative.
L’atto finale è del giugno scorso, quando viene firmato un contratto per tutte le telecomunicazioni, che ovviamente “guarda” in basso ricalcando quasi i salari di Blu e Acea, ma peggiorando le condizioni normative per il lavoro parziale, precario ed in affitto. Dopo aver determinato la disgregazione, si unifica sulle condizioni peggiori. Da un punto di vista salariale siamo ad un meno 10% rispetto a Wind, un meno 20% rispetto a Telecom ’99 e ad un meno 5% rispetto ai metalmeccanici privati. Ma, soprattutto, l’innovazione veramente pericolosa è che, come ribadisce anche l’accordo di armonizzazione Telecom firmato il 19 luglio, ai nuovi assunti andrà soltanto la parte di salario dell’unico “contratto di settore”. In soldoni, in Telecom un nuovo assunto avrà un 30/35% di salario in meno, cioè la differenza fra il contratto vecchio integrato dall’”armonizzazione” e il nuovo contratto di settore. È chiaro che la diversità salariale e normativa porterà immediatamente ad una inconciliabile contrapposizione di interessi tra lavoratori, che certo farà gioco ai vari padroni.
A settembre il nuovo contratto di settore, insieme a quello di armonizzazione, arriva nelle assemblee, dove i sindacati, con arroganza pari solo alla loro malafede, lo dichiarano “non discutibile” in quanto già firmato da CGIL-CISL e Uil, entità supreme al di sopra di ogni possibilità di giudizio. A questo punto la presa in giro è tale e i peggioramenti normativi e salariali così evidenti, che alle opposizioni di base rimane facile raccogliere la sfiducia. Con uno scatto d’orgoglio i lavoratori prendono unanimemente posizione contraria agli accordi, i sindacalisti sono sommersi da una marea di bocciature ed in alcune assemblee, per la presenza numerosa dei cassaintegrati, finisce anche a seggiolate.
Il 13 ottobre è il giorno dello sciopero dei sindacati di base (FLMU, Cobas, Slai-Cobas) al quale si uniscono due sindacati autonomi (Snater e Fialtel del Lazio). Lo sciopero ottiene un grosso successo, per la prima volta si attesta su quote significative di adesione e per i confederali è un ulteriore segnale dello scollamento nei confronti di una base che fino a pochi mesi fa controllavano a loro piacimento.
Il 6 novembre i confederali proclamano quattro ore di sciopero, che riporta adesioni molto basse. Lo sciopero del 10 novembre di tre ore dei sindacati di base e dell’autonomo Snater, viene invece dichiarato illegale per “mancata attuazione della procedura di raffreddamento” dalla Commissione di Garanzia, che invita alla revoca, pena l’attuazione delle misure di legge. Le organizzazioni di base decidono di rimandarlo al 24 novembre, espletate tutte le procedure legali, lacci che dovranno essere infranti se intenderanno veramente ridare allo sciopero le sue caratteristiche di azione di classe.
È questa l’attuale condizione di una categoria fortemente scossa nelle sue sicurezze ed orfana del mito della unità, che, se vorrà difendere con coerenza e speranza di successo le proprie condizioni di vita e di lavoro, dovrà riappropriarsi velocemente dei primi ed elementari connotati dell’azione sindacale di classe.