E’ il Comunismo il segreto che informa e spiega il mondo presente
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La scienza della dialettica, che significa collegamento, relazione, afferma che leggi e connessioni valgono sia per il mondo naturale sia nella storia della società umana, contrapponendosi nettamente alla concezione metafisica. Il modo di vedere metafisico considera le cose nella loro fissità e ignora le leggi del loro sviluppo e della loro trasformazione, non si rende conto degli infiniti nessi, del complesso gioco d’azione e reazione, che esiste fra tutti gli elementi della natura e della storia umana. Esso rimane appiattito sulla logica formale, in virtù del quale una cosa non può essere nello stesso tempo se stessa e un’altra; causa ed effetto stanno sempre in rigida contrapposizione. Viceversa il pensiero dialettico, considera le cose nella loro connessione generale e vede nel mondo non una somma di cose, ma un processo, un continuo divenire. Non solo: in questo movimento le cose s’influenzano reciprocamente.
Per gli antichi filosofi greci, il mondo non era stato sempre fisso e immutabile ma era qualcosa che si era venuto a formare dal Caos primitivo. In essi dominava non l’idea di una natura che è, ma che diviene e trapassa. Questa concezione aveva trovato la sua massima espressione in Eraclito il quale affermava che non c’è materia senza movimento e tutte le cose sono intrinsecamente contraddittorie; sono queste contraddizioni che assicurano il divenire, senza di esse, stasi e morte incomberebbero nell’universo. Concezione ripresa in seguito da Kant per respingere l’ondata metafisica, di pietrificazione, che si era imposta attraverso il feudalesimo. Kant con la sua teoria della genesi di tutti i corpi celesti da masse nebulose respingeva l’idea assurda che attribuiva all’universo come uno stato assoluto che è invece relativo. Affermava appunto che la natura ha una storia nel tempo.
Quasi contemporaneamente all’attacco portato da Kant alla fissità del sistema solare, analogamente nella natura organica si ebbe un grande contributo dalle scoperte del naturalista Darwin che portarono all’elaborazione della teoria dell’evoluzione delle specie. La nuova concezione della natura era, nei suoi tratti essenziali, ormai completa: ogni rigidità era sciolta, ogni fissità era scomparsa. L’intera natura si muoveva in un perpetuo ciclo e flusso. Il bisturi della dialettica aveva scardinato il pensiero del vecchio ordine sociale, rompendo l’immobilismo degli antichi regimi feudali, bisturi «che i pensatori dell’epoca borghese applicarono al mondo naturale con una lotta che era il riflesso della lotta sociale rivoluzionaria contro i regimi teocratici e assolutisti, ma che non potevano osare di spingere alle applicazioni sociali» (nostro Tracciato d’impostazione, p.11).
Se quest’indiscusso merito aveva raggiunto la sua massima critica con Hegel, introducendo nel pensiero la luce vitale del movimento – così come, ad Omero che invocava la sparizione della discordia tra gli dei e gli uomini, Eraclito rispondeva che così facendo pregava per la distruzione dell’universo – noi marxisti rispondiamo a Hegel impostando la battaglia con le sue stesse armi, ma, rispetto al suo, il nostro metodo dialettico non è soltanto diverso, ne è l’antitesi. Hegel fa poggiare tutta la sua costruzione su una base astratta quale la Coscienza, l’Io, l’Uomo, commettendo l’errore come di “camminare reggendosi sulla testa”. Come Marx ripeterà tante volte, è dall’Essere che bisogna partire, e non dalla Coscienza che l’Io ha di sé stesso; Pensiero e Spirito sono gli ultimi arrivati, i più deboli. «Al posto dell’Io collochiamo non l’uomo fuori del tempo, ma l’uomo del tempo nostro, il proletario salariato». Se con Hegel non si esce dalla triade Io-Non io-IO, e quindi non c’è superamento dell’individuo, Marx, in virtù del fatto che rende concreto l’uomo astratto di Hegel, «fa sì che l’operaio rientri non nello stesso singolo individuo, ma nella forma umana superiore, nell’uomo sociale, nel primo vero uomo che sia umano. Questo termine d’arrivo è la società comunista».
Per Marx è importante trovare le leggi dei fenomeni che si impone di indagare, cioè la legge della loro metamorfosi, del loro sviluppo. Scoperta questa legge, egli esamina nei particolari le conseguenze in cui essa si manifesta nella vita sociale per prevederne il corso. In questo senso la nostra pretesa di descrivere la società futura è fondata come quella dell’astronomo di prevedere le eclissi. In questa concezione del corso della storia il passato non fu un errare nelle tenebre, perché è attraverso tutta la ricchezza delle sue rivoluzioni che si è aperta la via al comunismo. Il progresso dell’umanità e del sapere non è continuo, ma avviene per grandi isolati slanci: «I baleni della conoscenza umana sono scioglimenti rivoluzionari di storici enigmi».
Noi sosteniamo che è possibile l’indagine sulle leggi della società futura in quanto diamo alla scienza della società umana, per quanto essa sia solo all’inizio, le stesse capacità che alla scienza della natura. Indagine che la moderna classe borghese non osa spingere avanti per non dover concluderne la relatività della propria forma sociale e decretarne quindi la morte ad opera della classe da essa generata: il proletariato. Per il marxismo la filosofia della storia non ha ragione d’essere diversa dalla filosofia della natura. Quale che sia il loro diverso grado di sviluppo, per la scienza della natura e per la scienza della storia ci serviamo degli stessi metodi d’indagine, allo scopo di stabilire uniformità d’eventi passati ed attuali, e da tanto assurgere a previsioni d’eventi futuri.
In questa dialettica, cioè scienza delle leggi generali del movimento e dello sviluppo della natura e della società umana, la contraddizione e la negazione non significano fine ma superamento. Non altrimenti accade nella storia, dove tutti i popoli civili cominciano con la proprietà comune del suolo, questa ad un determinato punto del suo sviluppo diventa una catena per la produzione, viene negata, soppressa e trasformata in proprietà privata. Ma ad un più elevato grado di sviluppo diventa anch’essa un limite per la produzione. Sorge l’esigenza che anch’essa sia negata. Quest’esigenza non implica il ristabilimento della vecchia proprietà comune primitiva, ma l’instaurazione di una forma molto più elevata, più sviluppata, il comunismo. Un cambiamento quantitativo ad un certo grado è un cambiamento nella qualità. La quantità si converte in qualità. Né mai dà qualità senza quantità.
Il comunismo, negazione della negazione, supera l’appropriazione privata. L’uomo ritorna a sé stesso. Quest’uomo non è più l’uomo individuo, limitato ed egoista da cui partiamo, ma l’uomo sociale, il vero e primo uomo umano. «Il comunismo come soppressione positiva della proprietà privata intesa come autoestraniazione dell’uomo, e quindi come reale appropriazione dell’essenza dell’uomo mediante l’uomo e per l’uomo; perciò come ritorno dell’uomo per se, dell’uomo com’essere sociale, cioè umano, ritorno completo, fatto cosciente, maturato entro tutta la ricchezza dello svolgimento storico sino ad oggi. Questo comunismo s’identifica, in quanto naturalismo giunto al proprio compimento, con l’umanismo, in quanto umanismo giunto al proprio compimento, col naturalismo; è la vera risoluzione dell’antagonismo tra la natura e l’uomo, tra l’uomo e l’uomo, la vera risoluzione della contesa tra l’esistenza e l’essenza, tra l’oggettivazione e l’autoaffermazione, tra la libertà e la necessità, tra l’individuo e la specie. È la soluzione dell’enigma della storia, ed è consapevole di essere questa soluzione» (Marx, Manoscritti del 1844, pag. 111).
Marx scrive che la società comunista è il risultato dell’intera opera della specie umana durante tutto il suo divenire. La società è nella sua totalità un organismo vivente il cui presente è un momento del suo più grande ciclo. Essa nel suo divenire si dà forme di produzione differenti, di cui ciascuna, prodotto della precedente, è ricca di più determinazioni. Le sue contraddizioni sono in divenire, dapprima nel suo stesso seno, poi crescono con la società che l’incalza a misura della sua dissoluzione economica. È in questo senso quindi che chiamiamo comunismo non soltanto la società del futuro che nascerà dal grembo della matrigna forma capitalista, ma tutta la sua genesi storica. L’umanità nel suo insieme tende verso il comunismo. «L’intero movimento della storia è quindi tanto il reale atto di nascita del comunismo – l’atto di nascita della sua empirica esistenza – quanto è per la sua coscienza pensante, il movimento concepito e saputo del proprio divenire». Ed è questo comunismo, risultato di tutta la storia umana, presente nel grembo capitalista che spinge per nascere. È esso il segreto che informa e spiega il mondo presente. È esso che dà forza alle convulsioni sociali. È questo comunismo, che impregna l’uomo sociale fin dalla sua nascita, che già vive in quanto prepara il suo luminoso dispiegarsi nel domani.
Rivoluzione scontro tra due Forme di Produzione
Affermando che il comunismo non solo esiste già, in forma capovolta e alienata, ma è esso stesso la forza motrice del corso storico, risulta che esso non è un risultato posteriore alla crisi del capitale, tutt’altro, esso è origine e causa della crisi fatale del capitalismo, fino a spingerlo al punto di rottura e di scontro con la classe che da esso si è generato. Il proletariato, sola classe produttrice di plusvalore, agisce com’elemento distruttivo nel modo di produzione: infranta la legge del valore e liberato dal monopolio borghese, si dispiegherà a vantaggio della società intera.
Non indaghiamo qui, per quanto importante sia, sulla esistenza della società comunista, ma come essa nascerà, e dove risiede la realtà dello scontro rivoluzionario. Scontro che non è tra individui ma tra classi storiche, forma fenomenica di un più profondo confliggere, che vede come soggetti, prima ancora che le classi, due opposti modi di produzione: quello comunista contro quello capitalista. La questione della rivoluzione sta nell’urto di queste forze storiche, nel programma sociale d’arrivo, alla fine del lungo ciclo del modo capitalista di produzione. Nell’urto delle contraddizioni generate dalle forze produttive sociali, le classi si fanno portatrici di diversi modi di produzione, esprimendo la borghesia il capitale, il proletariato il socialismo. «Il divario degli interessi anche quotidiano e locale e l’antagonismo tra classe e classe (…) espressione di un fatto più profondo e determinante, che si estende a gran parte del mondo odierno e si svolge in una vicenda di decenni e secoli: la lotta tra un nuovo modo di produzione ben definibile, quello socialista reso ormai possibile dallo sviluppo delle forze produttive, e quello attuale capitalista difeso dalle presenti forme della produzione, della proprietà, dello Stato (…) Nell’infinito intreccio storico la forma che muore e quella che nasce determinano lo schierarsi dei loro agenti e seguaci, in conflitto tra loro, ma in diversissimi gradi edotti del corso del trapasso» (Classe, Partito, Stato nella teoria marxista, pag. 37).
Ecco perché, affermare che l’elemento essenziale della dottrina di Marx è la lotta di classe è un travisamento della dottrina e una deformazione opportunista. Delle classi Marx scoprì non la loro esistenza e la loro lotta, nota e costatata prima di lui, ma il fatto che la loro esistenza è legata a determinate fasi di sviluppo storico. Pertanto colui che si accontenta di riconoscere la lotta di classe non è ancora marxista. «Per quello che mi riguarda, a me non appartiene né il merito di aver scoperto l’esistenza delle classi nella società moderna né quello di aver scoperto la lotta tra di esse (…) Quel che io ho fatto è stato di dimostrare 1) che l’esistenza delle classi è soltanto legata a determinate fasi di sviluppo storico della produzione; 2) che la lotta di classe conduce necessariamente alla dittatura del proletariato; 3) che questa dittatura stessa costituisce soltanto il passaggio alla soppressione di tutte le classi e a una società senza classi» (Marx Weydemeyer, 5 marzo 1852).
Il punto 1) ci dice chiaramente che sia la borghesia sia il suo antagonista il proletariato sono transitori, che la loro esistenza è solo una fase nello sviluppo delle forze produttive. Ad un certo punto del loro sviluppo queste vengono in contrasto con le forme tradizionali, tendono a spezzarne il cerchio e, quando vi riescono, si ha una rivoluzione.
Dinamica del Capitalismo
Il capitalismo, nella nostra visione dialettica, non è un punto di partenza né tanto meno di arrivo, ma solo una fase di transazione dell’umanità. Nasce espropriando i produttori personali, il suo dominio poggia sullo sfruttamento del proletariato, nuda forza lavoro, ed ha come fine l’autoriproduzione. Si riproduce in modo allargato, fin dall’inizio ha la tendenza inarrestabile a svilupparsi e a crescere incessantemente. A un momento dato della sua crescita questa quantità si trasforma in una diversa qualità, si muta nel suo contrario, si svalorizza.
Il movimento del suo sviluppo è anche il movimento delle sue crisi, come il processo della sua valorizzazione è anche il processo della sua svalorizzazione è della sua dissoluzione. L’autovalorizzazione del capitale è tanto più difficile quanto più essa ha già raggiunto grandi proporzioni.
Il capitale ha come fine non la soddisfazione dei bisogni ma la produzione del profitto. Poiché può realizzare questo fine solo uscendo da ogni regolazione si viene a creare un continuo conflitto. Il superamento dei limiti alla produzione del profitto si ottiene unicamente con dei mezzi che la pongono di fronte agli stessi limiti su scala nuova è più alta. «Il vero limite della produzione capitalistica è il capitale stesso (…) Questi limiti si trovano continuamente in conflitto con i metodi di produzione a cui il capitale deve ricorrere per raggiungere il suo scopo, e che perseguono l’accrescimento illimitato della produzione, la produzione come fine a se stessa, lo sviluppo incondizionato delle forze produttive sociali del lavoro. Il mezzo – lo sviluppo incondizionato delle forze produttive sociali – viene permanentemente in conflitto con il fine ristretto, la valorizzazione del capitale esistente» (Il Capitale, libro III).
Siamo al cuore del problema, alla spiegazione decisiva della sovraproduzione, degli squilibri tra questa e il consumo, e delle conseguente crisi. La spiegazione si trova nella base economica del modo di produzione e nella legge fondamentale del capitalismo: la caduta tendenziale del saggio di profitto, dovuta ad un permanente sconvolgimento nella composizione organica del capitale, ad una continua rivoluzione tra capitale variabile, capitale costante e profitto. Cresce il capitale variabile, cresce il capitale costante, ma questo cresce più velocemente di quello: sempre maggiore massa si capitale costante è messa in moto dal singolo salariato. Anche se il saggio del plusvalore, quota non pagata del valore che il lavoro aggiunge alla merce, cresce, il saggio del profitto, rapporto fra plusvalore e ingigantita massa del capitale macchine e materie prime, viene tendenzialmente a cadere.
La massa di capitale si accresce sì, ma contemporaneamente diminuisce il saggio di profitto. La massa crescente dei profitti fa perdere di vista a borghesi ed affini la diminuzione del saggio, poiché la massa è una quantità fisica assoluta mentre il saggio è un rapporto. Saggio e massa – espressioni di uno stesso processo – evolvono in senso inverso, perché alla diminuzione del saggio, il capitale reagisce accrescendo la massa dei profitti e gonfiando la produzione. Il capitale reagisce aumentando la massa dei profitti, così esasperando ulteriormente le sue contraddizioni. L’enorme montagna di merci nella fase di prosperità, alla vigilia della crisi, che tanto soddisfa gli economisti borghesi, nasconde in realtà l’esiguo saggio di profitto che sarà fatale. La caduta tendenziale del saggio di profitto è foriera dello scontro e della catastrofe
Non potendosi fermare il ritmo di inferno dell’accumulazione, questa umanità parassita di se stessa, brucia e distrugge masse iperboliche di sopralavoro in un girone di follia, drogando le leggi della sua economia attraverso l’inflazione, il gonfiamento gigantesco delle spese improduttive, infiniti sprechi, il saccheggio delle ricchezze della natura, la crescente “mineralizzazione” della produzione e del consumo, l’elefantiasi delle spese militari, le enormi distruzioni di capitale nelle guerre incessanti, l’enfiarsi dei settori inutili di lusso. L’accumulazione che prometteva all’umanità sapienza e potenza la rende ora straziata e instupidita, fino a che non sarà dialetticamente capovolto il rapporto sociale che la contiene. Proprietà capitalistica e Formazione di plusvalore dovettero sorgere per la sua funzione storica, per rendere possibile la socializzazione, ma devono sparire perché questa possa continuare sgombrando il campo dalle pastoie mercantili. «Produzione contro scambio! Vulcano che promette la veniente eruzione sociale, contro morta gora che impaluderebbe la forza rivoluzionaria nel fango mercantile (…) Lo scambio pone l’accordo, ove la produzione pone l’antitesi» (Economia marxista ed economia controrivoluzionaria).
Questo fenomeno economico rivela che è lo stesso capitalismo a preparare le condizioni non solo materiali ma anche soggettive e politiche della propria eliminazione. «La produzione capitalistica genera essa stessa, con l’ineluttabilità di un processo naturale, la propria negazione. È la negazione della negazione. Esso si dissolve nel proprio movimento per le contraddizioni delle sue parti antitetiche. Esso è la contraddizione vivente in moto. La madre dell’antagonismo ma anche la generatrice delle condizioni materiali e intellettuali per la soluzione di questo antagonismo» (Marx a Kugelmann, 17 marzo 1868).
Questa negazione non è ritorno all’indietro, ma il suo superamento, il comunismo. La proprietà privata in quanto tale e in quanto ricchezza è costretta a perpetuare la sua esistenza e con ciò, il suo opposto il proletariato. Il proletariato invece come tale è costretto a dissolversi e con ciò abolire il suo opposto che lo condiziona e lo fa proletario, la proprietà privata. «Lo sviluppo della grande industria toglie dunque di sotto ai piedi della borghesia il terreno stesso sul quale essa produce e si appropria i prodotti. Essa produce innanzi tutto i suoi propri affossatori» (Il Manifesto).
Tale teoria della morte del capitale, per non essere meccanicistica ma dialettica, deve appunto porre in evidenza il suo affossatore, il polo proletario del rapporto sociale borghese. Per Marx, il polo proletariato non è nulla se non quando è rivoluzionario, quando ha la sua anima, il suo programma e oppone il suo essere, cioè l’Essere umano, alla società borghese. Altrimenti si avvilisce e la sua anima è borghese, una cosa della società borghese. Allora non ha più vita, perché la sua vita è la rivoluzione.
Proletariato Soggetto della Rivoluzione
Nel suo stesso movimento economico la proprietà privata si avvia verso la sua dissoluzione, confermando una tesi basilare del marxismo e cioè il carattere catastrofico del suo esito, come lo fu il punto di partenza e il suo corso. La produzione, le istituzioni, i costumi crollano. In questo processo fisico violento sorgerà l’affossatore della borghesia, il proletariato rivoluzionario, non come un deus ex machina che cala dal cielo, piuttosto il contrario, proprio perché in esso è compiuta l’astrazione di ogni umanità.
Giusto Marx, se il comunismo è lo inizio e il prodotto di tutta la vicenda umana, l’alfa e l’omega dell’uomo, il proletariato moderno, ultima classe della storia, è il soggetto che, negandosi, viene ad identificarvisi. Il dispiegamento del comunismo è possibile solo grazie all’intervento politico attivo del proletariato, di: «Una classe della società civile che non è una classe della società civile, un ordine che è la dissoluzione di tutti gli ordini, una sfera che possiede un carattere universale a causa delle sue sofferenze universali, e non rivendica nessun particolare diritto perché nessuna particolare ingiustizia gli è stata fatta, ma l’ingiustizia per antonomasia; una sfera che non è in nessuna antitesi particolare con le conseguenze, ma in un’antitesi generale con le premesse (…) una sfera infine che non può emanciparsi senza emanciparsi da tutte le altre sfere della società, e quindi senza emanciparle tutte; che in una parola, è la perdita totale dell’uomo. Questa dissoluzione della società in quanto stato particolare è il proletariato» (Marx, Opere, III, pag.202).
La classe operaia è l’embrione vivo, che muta la sua forza soggettiva vivente in tutte le ricchezze. Le braccia – forza lavoro senza coscienza della loro somma opera – costruiscono giorno dopo giorno le basi della società comunista. La soggettività proletaria vincerà l’oggettività borghese, di cui essa e fonte, traformandosi essa, alla fine del processo, nell’ostetrica del parto della nuova società. Questo parto, che darà alla luce il nuovo modo di produzione, non sarà il frutto di una consulta delle teste, ma del maturare catastrofico dell’attuale sistema, abilitando ed obbligando i lavoratori a spezzare la maledizione sociale cui sono incatenati.
Questo il nostro materialismo determinista: «Gli uomini non sono messi in movimento da opinioni o comunque dal cosiddetto pensiero, da cui siano ispirate la loro volontà e la loro azione. Sono indotti a muoversi dai loro bisogni, che prendono il carattere di interessi quando la stessa esigenza materiale sollecita parallelamente interi gruppi» (Tracciato d’Impostazione).
Per noi marxisti soggetto della coscienza e volontà storica non è né il Dio dei cristiani né la “volontà popolare” dei borghesi, ma sono le forze impersonali del comunismo riflesse nel partito comunista, organo che solo può capovolgere il senso della prassi. Se il determinismo cioè esclude per l’individuo indipendenza di volontà e di coscienza, precedenti l’azione, mentre la materiale società dominante piega a sé la mente degli uomini, il rovesciamento della prassi – cioè la volontà cosciente d’agire che per la prima volta nella storia domina e precede l’azione – è possibile solo nel partito di classe in quanto risultato di elaborazione collettiva e storica.
Marx ha detto che sono gli uomini fanno la loro storia: è certo che la fanno, con le mani, con i piedi, e con le armi; materialmente la fanno, ma quello che noi neghiamo e che la facciano con la testa, per cui l’uomo agisce prima di aver voluto agire, e vuole prima di sapere perché vuole. Per i comunisti non occorre sondare nella testa di ogni singolo proletario per trarne la condanna a morte dell’attuale modo di produzione. «Il proletariato esegue la condanna che la proprietà privata pronuncia su se stessa producendo il proletariato (…) Ciò che conta non è che cosa questo o quel proletario, o anche tutto il proletariato si rappresenta contingentemente come fine. Ciò che conta è che cosa esso è e che cosa esso sarà costretto storicamente a fare in conformità a questo suo essere. Il suo fine e la sua azione storica sono indicati in modo chiaro, in modo irrevocabile, nella situazione della sua vita e in tutta l’organizzazione della società civile moderna» (Marx, La Sacra Famiglia).
È il suo essere di classe, condensato di tutte le inumane condizioni di vita della società attuale, che lo pone a ribellarsi e a scendere sul terreno della lotta e della violenza e che nel momento culmine assume il carattere di rivoluzione. Questa, inevitabile, non sarà dalle masse combattuta a seguito della comprensione razionale di principi generali, ma in difesa delle sue più immediate e materiali necessità. Marx ha cento volte ripetuto che la rivoluzione è un puro fenomeno naturale che parte dal basso: le violente contraddizioni accumulatesi costringono il proletariato a muoversi e a servirsi della lotta, della violenza per far valere i suoi interessi.
«Una rivoluzione è un puro fenomeno naturale, comandato da leggi fisiche piuttosto che da regole che determinano il corso della società nei tempi normali, e di più nella rivoluzione queste regole stesse assumono un carattere molto più fisico, la forma materiale della necessità si impone con maggior violenza» (Engels a Marx, il 13 febbraio 1851).
Questo atto di forza necessario, si ha quando il proletariato si manifesta infine come agente rivoluzionario di decomposizione e disgregazione. Riesce in questo nella misura in cui esprime e si sottomette alla guida dal suo Partito con l’attrezzaggio del quale perviene a rovesciare il potere borghese e ad imporre la dittatura del suo partito. Solo adempiuto a questo primo atto si passa alla trasformazione socialista della società, fatto anche questo distruttivo più che costruttivo; solo metodo che il marxismo conosce per costruire: cioè distruggere i rapporti borghesi di produzione e di proprietà, liberando così la società comunista dai mille impedimenti che la soffocano.