Il dominio dell’Imperialismo – LE PRIME 200 IMPRESE CHE GOVERNANO IL MONDO
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Il re è nudo, e noi lo diciamo forte e chiaro! Come nella ben nota favoletta un fanciullo, cioè il divenire che già c’è ed attende la sua ora per imporsi sul passato, non sta al gioco mendace dei vecchi sudditi e cortigiani ed urla l’evidente realtà che è davanti agli occhi di tutti.
Noi, il partito del proletariato, della classe rivoluzionaria, come il fanciullo della favoletta, abbiamo denunciato la vera essenza della new economy e della ancor più strombazzata globalizzazione: la verità è che il capitalismo avendo da tempo esaurito la sua spinta e funzione rivoluzionaria è stramarcio e nella sua attuale fase dell’imperialismo, come il vecchio re, cerca con ogni mezzo di ritardare la sua fine. I sempre più rari sussulti e brevi riprese non sono il segno della sua impossibile guarigione, bensì indicano il suo grave stato comatoso ed è ora che il suo becchino, dopo essersi ben sputato sulle mani, prenda la vanga ed appresti la fossa per tanto prossimo cadavere!
Fuori dalle metafore, la questione è a noi ben chiara. Abbiamo sempre demolito gli inutili tentativi degli economisti di regime di trincerarsi dietro nuove roboanti termini, come cercare di vendere un prodotto scaduto con una nuova più brillante etichetta: il gioco dura poco e la verità viene a galla. Così è successo per l’atteso superamento della crisi economica, che si protrae da anni e che gira per tutti i continenti. Le due nuove etichette, new economy e globalizzazione, si sono staccate ed è ricomparso il vero problema: la generale caduta del saggio del profitto, la generale sovrapproduzione di merci in regime capitalista nella quale il capitale inciampa nel suo ciclo di valorizzazione con l’enorme massa di capitali dei circuiti finanziari in affannosa ricerca di proficui investimenti.
Nell’articolo Già scritta nel marxismo la “globalizzazione”, su questo giornale n° 263/1998, a cui rimandiamo dato che quanto qui vuole esserne la continuazione, abbiamo ancora una volta chiarito che appunto la globalizzazione è un fenomeno tutto previsto dal marxismo e già descritto nelle sue linee generali già nel Manifesto del Partito Comunista del 1848. Lo stesso articolo riprende i punti fondamentali de L’imperialismo, fase suprema del capitalismo di Lenin del 1916, assolutamente necessari per comprendere bene, senza farsi confondere dai falsi economisti di regime di oggi, la vera natura dell’ultima fase del corso del capitalismo alla scala planetaria.
Quindi nulla di nuovo. E con lo stesso nostro metodo di sempre leggiamo i continui processi di concentrazione e centralizzazione che sono alla base di tutti gli attuali sovvertimenti ed aggiustamenti strutturali in campo economico, ovvero le mosse e le contromosse che i gruppi di capitalisti approntano nel duplice tentativo di rimandare la loro collettiva sconfitta e nel frattempo cercare di eliminare i rispettivi concorrenti. Mors tua, vita mea, dovrebbe essere il motto all’ingresso delle loro dorate Associazioni.
Nello stesso articolo si fa riferimento ad una serie di dati sulla centralizzazione delle più grandi imprese capitaliste a scala mondiale riportati da Le Monde Diplomatique, relativi ad uno studio del 1995. Recentemente la stessa rivista ne ha pubblicato l’aggiornamento al 1998, che qui commentiamo per illustrare l’accelerazione e l’ampiezza assunta da questo movimento negli ultimi tre anni.
Prima di studiare gli sviluppi dell’attuale crisi di sovrapproduzione di merci e di capitali in alcuni settori produttivi principali riprendiamo alcuni principi chiave dell’economia marxista, senza i quali si rischia di equivocare con le fumisterie borghesi o ancor peggio, leggere erroneamente i fenomeni in atto. Concentrazione e Centralizzazione
Nel generale sensazionalismo attuale in campo economico due importantissimi processi dello sviluppo capitalistico, i processi di concentrazione e di centralizzazione del capitale, molto spesso vengono confusi fra di loro ed i due termini usati in modo del tutto arbitrario. Devono essere rigorosamente distinti in quanto profondamente diversi.
Marx così definisce questi concetti ne Il Capitale, libro 1°, cap. 23/2: «Ogni capitale individuale è una concentrazione più o meno grande di mezzi di produzione, con il corrispondente comando su un esercito più o meno grande di operai. Ogni accumulazione diventa il mezzo di nuova accumulazione. Essa allarga, con la massa aumentata della ricchezza operante come capitale, la sua concentrazione nelle mani di capitalisti individuali, e con ciò la base della produzione su larga scala e dei metodi di produzione specificamente capitalistici. L’aumento del capitale sociale si compie con l’aumento di molti capitali individuali. Presupposte invariate tutte le altre circostanze, i capitali individuali, e con essi la concentrazione dei mezzi di produzione, crescono nella proporzione in cui costituiscono parti aliquote del capitale complessivo sociale. Allo stesso tempo dai capitali originari si staccano polloni che funzionano come capitali nuovi autonomi. Un’importante funzione esercita in questo fra l’altro la ripartizione del patrimonio in seno alle famiglie capitaliste. Con l’accumulazione del capitale cresce quindi anche più o meno il numero dei capitalisti.
Due punti caratterizzano questo tipo di concentrazione che è basata direttamente sull’accumulazione, anzi è identica ad essa. Primo: la crescente concentrazione dei mezzi di produzione sociali nelle mani di capitalisti individuali è limitata, in circostanze altrimenti invariate, dal grado di aumento della ricchezza sociale. Secondo: la parte del capitale sociale domiciliata in ogni particolare sfera della produzione è ripartita su molti capitalisti, i quali sono contrapposti l’uno all’altro come produttori di merci indipendenti e in concorrenza fra di loro. L’accumulazione e la concentrazione ad essa concomitante non soltanto sono disseminate su molti punti, ma l’aumento dei capitali operanti s’incrocia con la formazione di capitali nuovi e con la scissione di capitali vecchi. Se quindi da un lato l’accumulazione si presenta come concentrazione crescente dei mezzi di produzione e del comando sul lavoro, dall’altro si presenta come ripulsione reciproca di molti capitali individuali.
Contro questa dispersione del capitale complessivo sociale in molti capitali individuali oppure contro la ripulsione reciproca delle sue frazioni agisce l’attrazione di queste ultime. Non si tratta più di una concentrazione semplice dei mezzi di produzione e del comando sul lavoro, identica con l’accumulazione. Si tratta di concentrazione di capitali già formati, del superamento della loro autonomia individuale, dell’espropriazione del capitalista da parte del capitalista, della trasformazione di molti capitali minori in pochi capitali più grossi. Questo processo si distingue dal primo per il fatto che esso presuppone solo una ripartizione mutata dei capitali già esistenti e funzionanti, che il suo campo d’azione non è dunque limitato dall’aumento assoluto della ricchezza sociale o dai limiti assoluti dell’accumulazione. Il capitale qui in una mano sola si gonfia da diventare una grande massa, perché là in molte mani va perduto. È questa la centralizzazione vera e propria a differenza dell’accumulazione e concentrazione».
In estrema sintesi quindi noi intendiamo per accumulazione la riproduzione del capitale su scala più ampia, per concentrazione l’aumento del capitale dovuto alla capitalizzazione del plusvalore prodotto da questo stesso capitale e per centralizzazione l’unione di diversi capitali individuali in uno solo di dimensioni più grandi. Più avanti faremo uso di altre citazioni tratte da Il Capitale per spiegare i grandi movimenti finanziari che oggi vengono sbandierati come frutto di una “nuova” economia e della “globalizzazione”, che però è già stata analizzata e descritta compiutamente da oltre un secolo!
Come anticipazione di un successivo rapporto basti questa citazione da L’imperialismo: «I risultati fondamentali della storia dei monopoli sono i seguenti: 1) 1860-1870, apogeo della libera concorrenza. I monopoli sono soltanto in embrione. 2) Dopo la crisi del 1873, ampio sviluppo dei cartelli. Sono però ancora l’eccezione e non sono ancora stabili. Sono un fenomeno di transizione. 3) Ascesa degli affari alla fine del secolo XIX e crisi del 1900-1903. I cartelli diventano una delle basi di tutta la vita economica. Il capitalismo si è trasformato in imperialismo». Già tutto chiaro, tanto da demolire senza appello farneticanti teorie su un impossibile ultra-imperialismo pacifico, in grado di eliminare fame, malattie, crisi, guerre, ecc. Quello che oggi viene descritto come “economia globale” in sostanza è un vistoso incremento e una maggiore facilità degli scambi di merci e di capitali in tutte le direzioni e in tutto il pianeta, dovuto anche, come una fra le cause principali, alla generale dislocazione degli impianti produttivi, soprattutto quelli a basso contenuto tecnico o quelli più pericolosi, in tutti gli angoli del mondo ed in particolare là dove il costo della forza lavoro è più bassa. La centralizzazione delle grandi imprese
La spinta propulsiva all’unificazione di grandi masse di capitali, qui rappresentati sotto forma di grandi imprese transnazionali, è data dalla necessità di ridurre i costi complessivi per gli investimenti in impianti produttivi, riducendo al tempo stesso la quota di capitale destinata all’acquisto della forza lavoro. Il capitale costante, cioè quella parte di capitale che si trasforma in mezzi di produzione, ossia materie prime, materie ausiliarie e mezzi di lavoro, che non altera la propria grandezza di valore nel processo di produzione, assorbe una massa sempre più grande ed esorbitante di capitale, necessario per avviare produzioni di ogni tipo, sia in termini assoluti sia relativi rispetto la quota di capitale variabile, ovvero quella destinata all’acquisto, tramite i salari, della forza lavoro, la quale muta di valore nel processo produttivo in quanto riproduce il suo equivalente e in più un’eccedenza, il plusvalore.
Il rapporto fra il capitale costante e quello variabile, la composizione organica del capitale, assume oggi valori impressionanti e in crescita vertiginosa. Dominante, in questo continuo processo di centralizzazione di capitali da trasferire nei processi produttivi, al di là degli accordi fra trust e cartelli per la spartizione di aree di influenza e dei prezzi di mercato, non sono le alleanze fra le grandi imprese, ma l’assorbimento, per impossessarsi di tutte le innovazioni e migliorie tecniche necessarie ad invadere il mercato con merci a prezzi inferiori rispetto la concorrenza.
Al vertice di questo continuo processo di centralizzazione, che interessa, in diverse proporzioni, tutte le sfere della produzione capitalista, vi sono delle imprese multinazionali di enormi dimensioni e diffusione mondiale che meglio esprimono nella lettura dei loro bilanci l’intensità di questa inevitabile tendenza. I succitati quadri statistici presentati da Le Monde Diplomatique riguardano due livelli di grandezza: una serie riporta i dati delle prime 200 multinazionali ed una seconda riferisce delle prime 50 imprese mondiali. Il confronto riguarda il breve arco di tempo 1995/1998. Rispetto a similari quadri presentati da Lenin ne L’Imperialismo, relativi all’intervallo di tempo fra il 1904 e il 1909, oltre l’enorme divario quantitativo della massa della produzione, in quelli del grande rivoluzionario c’è il riferimento, che qui non compare, al numero totale dei lavoratori e di quello impiegati nelle grandi imprese. Non è una mancanza da poco, in quanto è sempre il pluslavoro non retribuito di tutti i salariati, sia quelli delle piccole officine sia dei grandi complessi, che dà vita ed energia al capitale, e non il capitale in sé, nemmeno se nelle “nuova” economia “globalizzata”. Questa è la nostra irrinunciabile analisi economica e posizione di classe.
Nei primi anni ’90 le compagnie transnazionali erano circa 37.000 con circa 170.000 filiali, ma il vero potere economico si concentra nelle prime 200, le quali sono state ulteriormente ristrutturate in profondità in funzione di attirare sempre più capitali da parte di investitori sempre più affamati di profitti. Così negli Stati Uniti, durante il solo 1998, Exxon ha assorbito Mobil per 86 miliardi di dollari, Travelrs Group ha acquistato la Citicorp per 73,6 miliardi, Sbc Communication la Americatech per 72,3 miliardi, Bell Atlantic la Gte per 71,3 miliardi, At&T la Media One per 63,1 miliardi. L’importo totale di queste fusioni-acquisizioni ha superato i 366 miliardi di dollari. Su scala mondiale esse hanno raggiunto i 2.500 miliardi e supereranno i 3.000 miliardi nel 1999. Dall’inizio del decennio le somme messe in movimento in tal modo si sono elevate a 20.000 miliardi di dollari, ovvero due volte e mezzo il prodotto interno lordo degli Stati Uniti (Le Monde Diplomatique, dicembre 1999).
La tabella che segue (qui non riprodotta) è stata così organizzata: in ogni colonna compaiono due dati, il primo si riferisce ai valori al 1995 e il secondo a quelli al 1998. L’elenco dei paesi è in ordine decrescente rispetto al numero delle imprese multinazionali attive nel 1995. Nei due resoconti della rivista francese non vi è alcuna precisazione rispetto gli accorpamenti “GB/Paesi Bassi” e “Belgio/Paesi Bassi”. I valori del rigo “I primi sei Paesi”, che comprende la Gran Bretagna, andrebbero corretti con la quota parte del rigo GB/Paesi Bassi, ma non avendo precisazioni in merito i dati sono riportati come li abbiamo trovati. Il rigo “Pil mondiale” riporta i valori del fatturato mondiale.Si noti subito che le sole 200 maggiori imprese mondiali si accaparrano l’enormità del 31% nel 1995 e del 27% nel 1998 del Pil mondiale. I dati dell’ultimo rigo “Unione Europea” risultano dalla somma di quelli dei paesi europei, Svizzera esclusa, presenti in tabella compresi quelli degli accorpamenti misti fra Gran Bretagna, Paesi Bassi e Belgio.
Dalla tabella emerge la grave crisi avvenuta in questo triennio in Giappone dove si riduce di un terzo il numero delle imprese multinazionali, col conseguente dimezzarsi del fatturato e la perdita del 15% dei profitti derivati da questo tipo di grandi imprese. Ma la caduta più marcata si è verificata nella Corea del Sud dove si è dimezzato il numero delle imprese, il fatturato si è ridotto del 55% e in sostanza non ci sono stati profitti. Di queste gravi crisi hanno immediatamente approfittato e beneficiato quasi esclusivamente le multinazionali americane che hanno incrementato il numero delle imprese a carattere mondiale (dalle cifre in tabella emerge che l’aumento statunitense rimpiazza la perdita giapponese: meno 21 questo, più 21 quello!). Il fatturato delle ben 74 imprese Usa cresce del 38% ma hanno quasi raddoppiato i profitti ottenuti. Il saggio del profitto, già elevato, balza dal 5,2% al 7,1%. È significativo il dato che ben il 52% del totale dei profitti di queste 200 multinazionali sia assorbito dal capitalismo americano.
Rispetto alla precisazione sul corretto significato della centralizzazione del capitale, che abbiamo riportato da Marx, in questa tabella sarebbe più importante e significativo conoscere il valore individuale di queste multinazionali, che qui potrebbero essere erroneamente intese di uguale dimensione, anche per quanto riguarda la forza lavoro impiegata. Non basterebbe conoscere la “capitalizzazione” in Borsa raggiunta da ogni singolo paese in questa fascia di imprese, cioè la cifra che si ottiene moltiplicando il numero delle azioni di ciascuna multinazionale per il prezzo corrente di ciascuna di esse ed infine sommando questo valore azionario di tutte le aziende di ciascun paese. Non è corretto né preciso dal punto di vista economico perché i prezzi correnti delle azioni risentono in modo significativo delle distorsioni speculative borsistiche e degli innumerevoli trucchi contabili che le aziende, soprattutto quelle transnazionali, adottano per penetrare meglio nei mercati e per aggirare gli ostacoli doganali e fiscali. Il valore ottenuto fornirebbe solo un parametro di confronto per il nostro obiettivo di conoscere la centralizzazione capitalistica raggiunta da questo transeunte modo di produzione, ovvero la strada già percorsa verso la sua meta finale: creare le basi produttive e di classe per cedere il passo, tramite la rivoluzione proletaria, ad un superiore modo di produzione senza classi: il Comunismo.
Tornando al commento della tabella vediamo che la Germania, ormai riunificata, con lo stesso numero di imprese aumenta fatturato e profitti, come pure la Francia e la Gran Bretagna, i Paesi Bassi e, in misura minore, l’Italia, mentre cala leggermente la Svizzera. La Cina si fa sempre più presente quadruplicando il suo fatturato, salendo nel 1998 all’undicesimo posto della graduatoria, anche se in percentuale sul globale raggiunge solo l’1%. Sparisce il Canada e compare la Spagna.
È interessante leggere la relazione tra il numero di imprese, il fatturato e i profitti dei vari paesi perché questo rapporto ci fornisce un indicatore della centralizzazione raggiunta dai capitali nazionali, la possibilità di accumulazione più rapida ed intensa e ne esprime anche la residua vitalità. Ad esempio il Giappone, con 41 imprese, ha un fatturato di 1.830 miliardi di dollari e profitti per 39, corrispondenti ad un saggio del profitto del 2,2%. Il calcolo va fatto così: capitale finale = 1830; capitale iniziale = capitale finale – profitto = 1830 – 39 = 1791; saggio del profitto = profitto: capitale iniziale = 39: 1791 x 100 = 2,2%. Gli Usa con 74 imprese fatturano 2.776 miliardi di dollari e vantano profitti per 183, con saggio del profitto dello 7,1%, fra i più alti della tabella, e uguale al 52% del totale dei profitti di questo comparto produttivo. Queste cifre ci danno la dimensione del grande bottino americano.
Il relativo basso rendimento del Giappone è dovuto principalmente alla sua crisi in atto, mentre Gran Bretagna, Svizzera e Paesi Bassi hanno un saggio del profitto più elevato che il Giappone, la Germania e via via tutti gli altri paesi e simile a quello americano, segno questo di una relativa maggior vitalità di quei gruppi di capitali.
Veniamo ai totali di gruppo. Intanto va notata la inversione nell’andamento dei saggi medi del profitto, che nel totale mondiale cresce, nei quattro anni qui considerati, dal 3,3 al 4,8%, il che è dovuto alla brevità dell’intervallo considerato e alle fluttuazioni del ciclo economico. Analoga inversione si ha sia nel totale dei primi sei sia nel totale della Unione Europea. Di questa eccezione transitoria ha preso a pretesto in questi anni l’esercito sconfinato dei cantori le lodi del Capitale. Hanno da scendere, i profitti, tanto e alla svelta, da quell’enorme 4,8! E non potranno dar la colpa di questo a noi rivoluzionari, se solo nel trionfo oggi del nostro nemico vediamo riflessa la catastrofica recessione di domani.
Il rigo relativo ai primi sei Paesi dà la dimensione della centralizzazione raggiunta dai grandi fra i grandi che detengono ben il 90% del fatturato globale e dei profitti. Lo scontro, per ora solo commerciale, tra Usa ed Unione Europea, utilizzando le cifre dell’ultimo rigo mostrano una leggera debolezza europea che ha 70 multinazionali contro 74 americane, un fatturato di 2.541 miliardi di dollari contro 2.776, ma minori profitti di 106,5 contro 183, che danno una percentuale sul fatturato mondiale di 33,6 contro il 36,5 americano e un saggio del profitto del 7,1% per gli Usa e del 4,4% per la Unione Europea. Il confronto con il NAFTA (Usa, Canada e Messico) si risolve di fatto sempre con gli Usa visto il basso livello messicano e l’attuale scomparsa del Canada da questo comparto.
La seconda serie di dati riguarda la capitalizzazione borsistica delle prime 50 imprese mondiali al 1999, serie che, se anche solo parzialmente, risponde al precedente quesito sulla centralizzazione raggiunta dalle economie più forti. Fra queste 50 ben 33 di esse sono americane, corrispondenti al 66% del totale, con una “capitalizzazione” borsistica, che potremmo meglio chiamare prezzo in Borsa, di 4.901,2 miliardi di dollari, il 71,8% del totale; segue molto da lontano il Regno Unito con solo 5 imprese, il 10% rispetto il numero totale con un prezzo di 591,6 miliardi, l’8,7% rispetto il totale. La Svizzera al terzo posto è presente con 3 imprese e 249 miliardi, il Giappone con 3 e 478 miliardi; segue la Germania con 2 imprese e 199,2 miliardi e la Francia con 1 e 73,6 miliardi, chiude il gruppo “altri” con 3 imprese di 329,9 miliardi di dollari, corrispondenti al 4,8% del totale. Queste 50 imprese sommano un prezzo in borsa di 6.822,5 miliardi di dollari. Il dato più emergente è il grande divario tra il livello raggiunto dal gruppo americano con il 71,8% sul totale rispetto il secondo, quello britannico, che è di nove volte più piccolo, ulteriore conferma, attraverso altri dati, dell’enorme feeling degli investitori per lo strapotere economico statunitense.
Come già descritto da Marx il processo di centralizzazione è intrinseco ed irreversibile, il modo di produzione capitalistico non può farne a meno. Crisi e guerre di enorme portata possono solo rallentarlo, benché spesso lo favoriscano, per poi riprendere con rinnovato vigore. Il suo cammino non è lineare né pacifico né indolore ed il proletariato mondiale è il primo a pagarne il prezzo i termini di maggior sfruttamento, precarietà e licenziamenti. Ma questo processo però non è eterno e rinnovabile all’infinito perché il livello delle contraddizioni che esso produce all’interno della società intesa alla scala mondiale porterà il proletariato, per non soccombere nell’abbrutimento, a reagire violentemente per demolire alla radice l’intero sistema dei rapporti sociali che definiscono il sistema di produzione capitalistico.