Partito Comunista Internazionale

Il CoMU alla prova delle RSU

Categorie: CGIL, CISL, CoMU, Italy, ORSA, UIL

Questo articolo è stato pubblicato in:

Nel mese di novembre in ferrovia sono state rinnovate le Rappresentanze Sindacali Unitarie. All’ORSA sono andati da un quarto ad un terzo dei voti, come media fra tutti i ferrovieri. I giornali borghesi si sono vantati che i sindacati confederali ed i loro alleati potevano ancora contare su di un 70-80% delle preferenze, condizione questa che consentirebbe al padrone di imporre la prosecuzione di quel progetto di ristrutturazione che ha avuto nelle lotte dei macchinisti, ed oggi di gran numero di ferrovieri, lo scoglio più arduo da superare.

Limitato, comunque, il significato di simili elezioni. Anche l’ultimo referendum fatto in ferrovia era stato chiaramente stravolto nei risultati e soltanto le lotte successive hanno impedito l’applicazione integrale del contratto sottoscritto dai sindacati tricolore. I lavoratori non si lasciano ingannare da simili numeri e confronti della pubblicità padronale: contavano e contano sempre e soltanto sulle proprie forze e sui numeri giusti, quelli che realmente esprimono la loro autonoma capacità di organizzazione, di mobilitazione e di solidarietà di classe.

Per più di sei anni CGIL, CISL e UIL hanno spinto per ridimensionare, anche formalmente, queste strutture, appoggiando il progetto che prevedeva un accorpamento di questi organismi a livello regionale, nell’intento di controllarle meglio, specialmente per ciò che concerne settori come macchina, viaggiante e stazioni in cui la loro influenza si è ridotta nel corso del 1999/2000 ai minimi storici. Scosse, infatti, da quattro scioperi che hanno coinvolto tutto il personale ferroviario e non i soliti macchinisti, hanno cercato, in accordo con il padrone, di approntare tutte le difese possibili, tra le quali appunto questo tentativo ulteriore di “burocratizzazione”.

Va qui rilevato che, salvo chiedere alcune variazioni marginali, anche il CoMU ha apposto la firma a questo progetto, fatto questo di segno negativo. In più va apertamente criticato il metodo seguito: a suo tempo i coordinatori nazionali hanno ratificato l’accordo mentre gran parte dell’organizzazione non ne era a conoscenza. Ovviamente ben sappiamo che questo modo di procedere può talvolta rendersi necessario e non deve fare eccessivo scandalo, ma è importante ribadire la necessità di un rapporto, non tanto formalmente democratico, quanto sempre chiaro ed onesto, condizione indispensabile nella costruzione dell’organizzazione dei lavoratori.

Il CoMU e alcune minoranze di ferrovieri sono riusciti talvolta a ribaltare il senso delle RSU: un Coordinamento di questi organismi è stato parte attiva negli ultimi scioperi.

Ma è il CoMU che dovrà fare un salto di qualità, liberandosi dalla limitazione di mestiere e dai vincoli imposti dalla nuova aggregazione denominata ORSA, che lo vede collegato alla FISAFS, così da poter accomunare sulle sue posizioni e nell’azione tutte le altre categorie. È un’occasione questa che potrebbe favorire un’organizzazione più vasta, con la quale mantenere, o ristabilire, le condizioni favorevoli che oggi permettono un rapporto diretto fra categorie in tutti i posti di lavoro.

Fa parte di questo progetto anche una modifica allo statuto del Coordinamento, che lo liberi dal vincolo che permette l’iscrizione ai soli macchinisti, aprendo le porte ai tanti ferrovieri che vagano nel limbo di una non adesione sofferta, risultato del rifiuto della politica confederale. I risultati positivi non sono certo scontati, ma la forzatura imposta dai sindacati di regime, come spesso è accaduto in passato, può essere d’incentivo a superare le ristrettezze di una difesa ad oltranza relegata in una sola categoria.

Questa soluzione sarebbe la logica conseguenza del lavoro che ha portato tutti i ferrovieri a lottare uniti su temi importanti e decisivi come la “clausola sociale” o il NO a nuove espulsioni di forza lavoro. A negare insomma una ristrutturazione i cui risultati si possono leggere nelle peggiorate condizioni di altre importanti categorie come gli elettrici, i telefonici o i bancari, divise in più parti dalla privatizzazione, preda di molti diversi contratti che le rendono vulnerabili agli attacchi padronali.

Così, nei limiti concessi dai tempi e dalle situazioni, per i comunisti aver parlato con i lavoratori di come organizzarsi rispetto alle elezioni delle RSU, ha significato riproporre nuovamente quelle posizioni che da sempre gli hanno contraddistinti, posizioni che hanno come punto di arrivo sempre e comunque la rinascita dell’organismo sindacale di classe, condizione indispensabile per la reale e conseguente difesa delle condizioni di vita e di lavoro dei proletari.

Durante questo lungo cammino, che separa la realtà dalla prospettiva, stanno tutte le azioni e i comportamenti che favoriscono tale fine, nella consapevolezza della complessità e della delicatezza di un simile lavoro, ma anche nella certezza che la crisi del sistema capitalista rappresenta ogni giorno maggiore stimolo al raggiungimento di quel fine.

Per motivi di spazio la seconda parte della corrispondenza sulla “soluzione” data dalla borghesia inglese, ben coadiuvata dai falsi “sinistri”, alla crisi dell’auto, è rimandata al prossimo numero.