La Siria fra scontro delle classi e brame imperialiste
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A partire dal marzo dello scorso anno, in numerose città siriane tra cui Hama, Der’a, Homs, Baniyas, Jable, Deir el-Zor, Lattakia, Al-Rastan, Qatana, ed anche a Douma, un sobborgo della capitale Damasco, si sono svolte numerose manifestazioni di protesta contro l’attuale governo di Bashar al-Asad, dimostrazioni che in alcune città si sono trasformate in questi ultimi mesi in scontro armato.
Il regime ha da subito accusato “forze oscure” manovrate da cospiratori stranieri di voler destabilizzare il paese e non ha esitato fin dalle prime settimane a ricorrere all’esercito contro i dimostranti.
Secondo le Nazioni Unite, dall’inizio delle manifestazioni ad oggi – febbraio 2012 – in più di 7 mila avrebbero perso la vita negli scontri, ma queste informazioni vanno prese con cautela perché la propaganda di guerra agisce incontrastata sui due fronti ed è difficile avere notizie certe.
Il complesso quadro siriano si articola fra cause interne e le determinazioni che hanno mosso il colonialismo e muovono l’imperialismo moderno.
STORIA DI UNA TERRA ANTICA
Nel 1918 le truppe inglesi occuparono la Siria, ponendo fine alla dominazione turca e sostennero la nomina al trono dell’emiro Feisal, loro alleato. Ma i francesi ben presto dispersero le deboli forze di Feisal e assunsero il controllo del paese, sancito nel 1922 sotto forma di mandato della Società delle Nazioni. Il mandato durò fino alla sua indipendenza, riconosciuta nel 1941 ma attuata solo nel 1946, alla fine della Seconda Guerra Mondiale. In questo periodo la Francia fece leva proprio sulle differenze etniche e religiose, in particolare sulle minoranze dei cristiani, degli alawiti e dei drusi, per garantirsi un facile e ben gestibile controllo sulla maggioranza sunnita nel paese, affidando a queste minoranze i gradi inferiori dell’esercito come gli inglesi avevano fatto in India con i Sikh. L’antico precetto romano del “divide et impera” era ed è ancora valido e applicato.
Nel periodo post-bellico si sono susseguiti vari colpi di Stato. Nel 1963 si impadronì del potere il partito Baath, di fatto il clan della famiglia Assad, che lo detiene tuttora, e proclamò lo stato di emergenza che impose forti limiti alle libertà civili e politiche della popolazione e attribuiva ampi e discrezionali poteri a esercito e polizia.
Le divisioni fra i gruppi sociali non si sono mai ricomposte, anzi si sono esasperate e l’onda della crisi imperialista, col rapido decadere delle condizioni di vita delle classi inferiori, è stato l’innesco della miccia che ha incendiato anche la Siria.
La minoranza alawita – che oltretutto sull’onda di deboli privatizzazioni si è ultimamente impadronita di vitali pezzi dell’apparato produttivo siriano – ha ben chiaro che non è più possibile, se mai lo è stato, un incruento trapasso di poteri alla maggioranza, cioè, nel contesto siriano, ai sunniti. Gli alawiti, insieme ai cristiani, detengono il potere economico e quello militare, in cui sono inseriti in tutti i ranghi. Molti ritengono che per loro mantenere il potere statale sia ormai una lotta per la vita o la morte.
Nella lettura marxista della storia sappiamo che, di solito, dietro ogni paravento religioso si nascondono interessi economici di classe. Si tratta di accertare questo nel caso della Siria, se quelle divisioni rappresentino ancora reali opposizioni sociali e quali. Intanto è però certo che tutto il proletariato di Siria trova dei nemici nei rappresentanti di tutti i gruppi nazionali ed in questo, unici, ci distinguiamo fra la massa della democratica pseudo sinistra internazionale.
DATI ECONOMICI DI BASE
Attualmente gli abitanti in Siria sono circa 22 milioni, il 35% della popolazione ha meno di 14 anni. La popolazione urbana rappresenta il 56% del totale e cresce al 2,5% annuo. Le città principali sono Aleppo con circa tre milioni di abitanti, Damasco, la capitale, con due milioni e mezzo, Homs con un milione e trecentomila abitanti e Hama con 850.000.
I musulmani sunniti sono circa il 74%, gli altri musulmani (inclusi gli alawiti e i drusi) sono il 16%, i cristiani il 10%, ci sono poi comunità ebraiche a Damasco, Al Qamishli e Aleppo.
Il prodotto interno lordo, secondo stime del 2010, deriva dal settore agricolo per il 17%; dall’industria per il 27%; dai servizi per il 56%. I quasi sei milioni di occupati sono distribuiti per il 30% circa nell’agricoltura, il 17% nell’industria e il 53% nei servizi.
La parte del suolo ove è possibile l’agricoltura è quella prossima ai due principali fiumi: l’Oronte, che discende dai monti del Libano e corre verso Nord parallelo alla costa bagnando Homs e Hama, e l’Eufrate, che attraversa l’interno, per cui solo il 20% della terra può essere irrigato e la più parte è territorio montagnoso e desertico. Il settore primario impiega una rilevante quota della forza lavoro; contribuisce ad un 10% circa alle esportazioni, garantisce l’approvvigionamento delle materie necessarie per l’industria tessile, una delle più importanti del paese, e partecipa alla sussistenza alimentare della popolazione. Coltura strategica per il Paese è il cotone, con circa il 25% del totale delle esportazioni agricole, ma la cui produzione nel 2010 è diminuita di oltre il 25% ed è la metà rispetto a 2 anni fa. Questa produzione richiede grandi quantità di acqua e dunque aumenta il problema delle risorse idriche del paese.
Il petrolio, con una produzione di circa 400.000 barili al giorno costituisce il 68% del totale delle esportazioni. Il resto delle esportazioni è costituito da prodotti tessili 7%; frutta e verdura 6%; cotone grezzo.
Il tasso di disoccupazione ufficiale tra i giovani dai 15 ai 24 anni è del 20%, ma è ben più elevato quello reale, e tende all’aumento mentre l’economia non è in grado di creare nuovi posti di lavoro.
Nel corso del 2011 la crisi dell’economia siriana ha subito una forte accelerazione: molti indici dei settori industriali sono crollati, il settore turistico si è paralizzato, il commercio estero è calato del 40% e svariati capitali hanno abbandonato il paese, mentre gli investimenti esteri si sono congelati. La Lira siriana ha perso circa il 10% al cambio col Dollaro e le esportazioni del petrolio hanno raggiunto il minimo storico. Inoltre, il 15 novembre scorso, sono entrate in vigore le sanzioni economiche imposte dalla UE contro il petrolio siriano.
IL PETROLIO
La Siria dispone di scarse risorse petrolifere il cui sussidio alla economia nazionale ripropone lo stesso caso dell’Egitto che, come abbiamo già detto in un articolo ad esso dedicato, in pochi anni passa da esportatore ad importatore; il conseguente crollo della rendita petrolifera taglia di netto le risorse destinate ai prodotti alimentari calmierati. Leggiamo l’entità di questo peggioramento direttamente dalle pagine in lingua italiana dell’Istituto nazionale del Commercio estero siriano che, anche se non più aggiornato dal 2008, ci lascia misurare il deficit subito: «La crescita della domanda interna dei prodotti derivati limita le esportazioni siriane di petrolio, mentre la produzione si contrae per mancanza di tecnologia, con riduzione delle riserve. Secondo la Energy Information Administration (EIA) la produzione di greggio siriano, che aveva raggiunto i 582.000 barili al giorno nel 1996 è diminuita rapidamente negli ultimi anni. La produzione è infatti ammontata nel 2007 a 393.000 b/g nei 130 pozzi di estrazione. Si prevede che la produzione siriana continui a diminuire nei prossimi anni, di circa 20.000 b/g annui, mentre i consumi aumenteranno, portando ad una riduzione dell’esportazione di petrolio».
LE CLASSI LAVORATRICI
I sindacati siriani sono strettamente controllati dal Baath ed i lavoratori non sono riusciti a schierare una forza autonoma in grado di contrastare la loro politica. Attratto dal falso mito della democrazia, il proletariato siriano non è riuscito ad organizzarsi, rompendo e lottando contro i vecchi sindacati, totalmente corrotti.
Dopo sei anni di trattative, il 12 aprile 2010 la Siria ha approvato la sua nuova legislazione in materia di lavoro che permette licenziamenti senza giusta causa con sanzione contenuta per il datore di lavoro, garantendo ai lavoratori solo un sussidio pari a due mesi di salario per ogni anno di lavoro, somma che comunque non può eccedere di 150 volte il salario minimo, pari a 6 mila sterline siriane (130,5 dollari Usa).
A raccogliere il malcontento contro la nuova legge è stata costretta addirittura la Federazione generale dei sindacati (Gftu), unica sigla sindacale nazionale, fondata nel 1948 e affiliata al Partito Baath.
Oggi in Siria quasi il 30% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Dalla fine del 2010 una buona porzione della classe lavoratrice attiva è in difficoltà: il salario, eroso dall’inflazione, non riesce a soddisfare le esigenze primarie della famiglia.
Questa drammatica situazione sta colpendo specialmente le zone rurali, in seguito al totale fallimento del piano di liberalizzazione economica, come dimostrano le sommosse avvenute a Daraa, Dariya, al-Moadamiya, Doma, Harasta, al-Tell, Saqba, al-Rastan e Talbisa.
All’origine delle proteste è quindi il peggioramento delle condizioni di una buona parte della popolazione, in gran parte riconducibile all’impennata dei prezzi dei generi alimentari di prima necessità avvenuta nel 2010, così come è successo in altri paesi arabi; il quadro peggiora se si aggiunge lo spettacolo di un regime sempre più avido, corrotto e chiuso alle esigenze della popolazione più povera.
Negli ultimi anni l’inevitabile entrata dell’economia siriana nel mercato globale ha contribuito a scardinare le “sicurezze” del sistema sociale baathista, gli accordi di libero scambio con Cina e Turchia hanno spazzato via molte piccole imprese, nel campo industriale ed agricolo, facendo aumentare disoccupazione e disuguaglianze.