Partito Comunista Internazionale

Un fronte unico dal basso di tutti i lavoratori

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Roma, 27 gennaio – Per la difesa intransigente della classe operaia

Per la rinascita del sindacato di classe – La vera salvezza è nella lotta contro il capitalismo

Lungi dall’essere sulla strada per uscire dalla crisi – come propagandisticamente affermato in questi giorni sia da Monti sia da Obama – il capitalismo mondiale continua ad affondare, avvitandosi in una spirale di cause ed effetti, sempre più drammatici, che condurrà alla completa catastrofe questo modo di produzioe, anti-storico e inumano.

Le vere cause di questa crisi, infatti, risiedono nelle leggi stesse di funzionamento del capitalismo, nella produzione, là dove il lavoro operaio crea il plusvalore. La sovrapproduzione e il calo del saggio del profitto sono i due processi inarrestabili dell’economia capitalistica che rendono sempre più difficile al Capitale riuscire a vendere l’enorme massa di inutili merci che produce. Il gonfiarsi a dismisura della sfera finanziaria è solo una conseguenza della crisi: il Capitale si abbandona nella giostra finanziaria come in una droga che allevii la sua malattia. Nessuna regolamentazione della finanza può incidere quindi nelle cause della crisi e salvare il capitalismo dalla catastrofe.

La crisi del capitalismo è quindi inevitabile e irrisolvibile e la borghesia può solo ritardare il suo precipitare. Questo è ciò che ha tentato per 35 anni – dalla prima manifestazione della crisi nel 1973-74, quando si esaurì il trentennio di forte crescita del dopoguerra – agendo su tre leve: l’allargamento del mercato mondiale, l’aumento del debito, l’aumento dello sfruttamento della classe lavoratrice.

La crescita del debito pubblico, iniziato proprio nel 1973-74, e l’allargamento del mercato mondiale, maturato dalla metà degli anni ’80, hanno permesso alla borghesia di utilizzare con studiata gradualità la terza leva, l’attacco alla classe operaia. Nel 1978 la CGIL inaugurò, con la “svolta dell’EUR”, la politica della “moderazione salariale”; nel 1983 iniziò l’attacco alla scala mobile con il “protocollo Scotti”, completato nel 1992 con l’accordo Amato-Trentin; nel luglio 1993 fu formalizzata la “concertazione” e varata la nuova “politica dei redditi” sul parametro della “inflazione programmata”; nel 1995 il governo Dini riuscì dove aveva fallito il precedente governo Berlusconi, facendo approvare la controriforma del sistema pensionistico; nel 1997 la legge Treu apriva le porte al precariato nei rapporti di lavoro, sanzionata e peggiorata dalla legge 30 del 2003.

Questi tagli sono stati giustificati dai padroni e dai sindacati concertativi sempre allo stesso modo: “stare peggio oggi per stare meglio domani”. È evidente invece che hanno sortito l’effetto opposto: ogni nuovo sacrificio non è stato mai l’ultimo, ma la tappa intermedia verso un arretramento ancora peggiore.

Il capitalismo ha così diluito e dilazionato la crisi, ma non ha potuto fermarla: è esplosa quattro anni fa e continuerà fino al tracollo l’intero sistema economico capitalistico, ormai stretto in un indissolubile intreccio mondiale.

Oggi che l’allargamento del mercato mondiale è in buona parte compiuto e il debito pubblico e privato diviene ogni giorno più insostenibile, resta in mano alla borghesia solo la possibilità di aumentare lo sfruttamento della classe lavoratrice. L’attacco alla classe lavoratrice diviene sempre più duro e frontale.

Si dimostra che il “benessere” a cui si dicevano giunti i lavoratori in un pugno di paesi dominanti, non era una meta a cui sarebbe gradualmente ma necessariamente approdata tutta la classe lavoratrice del mondo, ma una condizione apparente e transitoria. Da vent’anni si è chiaramente delineato il processo inverso che vede i lavoratori “occidentali” essere sospinti verso le condizioni dei lavoratori del resto del mondo. La crisi dimostra quanto sostenuto dal marxismo rivoluzionario fin dalle sue origini col Manifesto del Partito Comunista del 1848: le leggi del capitalismo implicano la miseria crescente per la classe lavoratrice.

Di fronte alla crisi che avanza inarrestabile la borghesia bombarda i lavoratori attraverso giornali e televisioni con il suo dogma: “O capitalismo o morte!”. I lavoratori devono essere incatenati all’idea che non esista alcuna alternativa e che la loro vita dipenda da quella del capitalismo.

L’obiettivo indicato da tutta la politica borghese, dalla “destra” come dalla “sinistra”, sia quella “moderata” sia quella “radicale”, costretta all’extra-parlamentarismo, è “salvare il paese”, “tornare alla crescita”.

Questi obiettivi non sono quelli della classe lavoratrice perché non sono raggiungibili se non a prezzo della totale sottomissione dei lavoratori, del loro completo sacrificio – oggi in pace domani in guerra – alle esigenze del Capitale e della classe che lo detiene e gestisce: la borghesia.

I lavoratori non devono “salvare il paese” – ossia il capitalismo mondiale in ogni singola nazione – ma difendere se stessi contro questo modo di produzione che per sopravvivere li schiaccia.

Questo significa, nell’immediato, difendere intransigentemente le proprie condizioni di vita non facendosi alcun carico delle sorti dell’economia nazionale. Ciò è possibile solo organizzando veri scioperi, i più estesi e duraturi possibile, che mettano in ginocchio “il paese”, cioè il Capitale, costringendo la borghesia a recedere dai suoi continui attacchi.

Questo obiettivo è perseguibile solo attraverso la ricostruzione di una vera organizzazione di lotta dei lavoratori: un vero Sindacato di classe. Ciò non può avvenire che fuori e contro tutti i sindacati di regime (Cgil, Cisl, Uil, Ugl) che legano le sorti della classe lavoratrice a quelle del paese, cioè del capitalismo, e in cui da decenni, anche dentro la CGIL, è impossibile ogni lotta per ricondurre queste organizzazioni su posizioni classiste.

I sindacati di base potrebbero diventare degli embrioni organizzativi del futuro sindacato di classe ma le loro dirigenze continuano ad impedire una loro reale unificazione e perseverano nel dividere le azioni dei lavoratori indicendo scioperi separati gli uni dagli altri.

La rinascita del sindacato di classe deve partire dalla costruzione di un fronte unico dal basso di tutti i lavoratori, con l’obiettivo di organizzare lo sciopero generale a oltranza in risposta agli attacchi della borghesia.

I lavoratori più combattivi e i militanti di tutti i sindacati di base devono battersi per questo obiettivo, per imporre l’unità di azione di tutti i lavoratori, scioperando uniti non solo agli altri sindacati di base, ma anche insieme ai lavoratori mobilitati dai confederali, combattendo nella piazza il sindacalismo di regime.

L’unità della classe lavoratrice, la ricostruzione del sindacato di classe, vanno perseguiti anche con vere rivendicazioni classiste: la “questione del debito”, la permanenza o meno all’interno dell’Unione Europea, la nazionalizzazione di banche e imprese, sono opzioni politiche ed economiche della borghesia, fuorvianti per i lavoratori. Che la borghesia paghi o non paghi il suo debito, che stia dentro o fuori l’Unione Europea, che metta o meno sotto il controllo del suo Stato banche e imprese, le condizioni dei lavoratori muteranno comunque in peggio se essi non saranno in grado di organizzare la lotta generale in difesa del loro interesse fondamentale: il salario.

La lotta in difesa del salario complessivo della classe lavoratrice è il fulcro della lotta di difesa economica. Il movimento generale dei lavoratori deve tornare ad impugnare le rivendicazioni storiche del movimento operaio:
– forti aumenti salariali, maggiori per le categorie peggio pagate;
– salario ai lavoratori licenziati adeguato al costo della vita;
– riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario;
– uguali condizioni di lavoro al di sopra di razza, nazionalità, sesso;
– diritti di cittadinanza ai lavoratori immigrati e alle loro famiglie.

Compagni, lavoratori!

Nessuna politica economica borghese può risolvere la crisi. La sola soluzione che il capitalismo ha a disposizione è la guerra: per distruggere le merci in eccesso, fra cui la merce forza-lavoro, sottomettere la classe operaia a un regime di massimo sfruttamento e iniziare così un nuovo folle ciclo di crescita, ossia di accumulazione del capitale su scala maggiore. La Grande Depressione del 1929 – da cui la crisi attuale si distinguerà per essere ancora più grave e devastante – non fu superata con la politica economica “keynesiana” d’intervento statale nell’economia, invocata oggi dalla sinistra borghese moderata e “radicale”, ma con la Seconda Guerra mondiale che sola rese possibile il “miracoloso” trentennio post-bellico di forte crescita. Un “progresso” costato milioni di morti in guerra e altrettante vite proletarie spezzate e bruciate nel ricostruire ciò che la guerra borghese aveva distrutto. Il “ritorno alla crescita”, obiettivo che tutti i partiti borghesi e i sindacati di regime (Cgil, Cisl, Uil, Ugl) spacciano come interesse comune a lavoratori e padroni, sarà possibile solo al prezzo del totale sacrificio della classe lavoratrice in una nuova guerra imperialista mondiale.

La lotta sindacale è assolutamente necessaria per i lavoratori, ma è pur sempre una lotta contro gli effetti del capitalismo. Più la crisi avanza più diviene evidente che anche la difesa immediata, la stessa difesa del salario, è possibile solo a discapito del “bene del paese”, cioè contro il capitalismo. Ciò che è un bene per il Capitale è dannoso per i lavoratori. E viceversa.

La sola politica della classe lavoratrice è la rivoluzione, per conquistare il potere e imporre la dittatura sulla borghesia, unica via per liberare la società dal Capitale e dalla preistoria delle società divise in classi. A questo scopo occorre il partito di classe: il Partito Comunista Internazionale.