Dalle piramidi ai No-Tav
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Di molte civiltà antiche e recenti si ricordano e anche ci restano costruzioni imponenti; alcune, utili, come le regimentazioni idrauliche negli imperi asiatici, che li hanno giustificati per millenni, o la rete delle vie consolari di Roma (Giulio Cesare riuscì a compiere via terra il periplo del Mediterraneo in un mese, impresa oggi non facile); di altre eccezionali, come delle piramidi egiziane, gli storici se ne domandano tuttora lo scopo vero.
Il nascente capitalismo non fu da meno, fino a poter fare della locomotiva, “lanciata per i continenti”, simbolo, salutato da tutte le classi, del progresso tecnico e civile ad un tempo, e della rivoluzione.
Il gigantismo, al contrario, è tipico delle civiltà morenti, una ipertrofia, perduto, col senso della misura, quello della realtà.
Mentre, oggi, nei paesi di giovane capitalismo si compiono ancora, in tempi brevi, costruzioni di grande impegno – come in Cina viadotti che collegano isole a decine di chilometri dal continente, ferrovie sul “tetto del mondo”, e, nella tradizione di quell’antico Stato, si smorzano le catastrofiche piene dello Yangtze con la diga gigante delle Tre Gole – in Occidente, nella fase di capitalismo ultra-marcio e sopravvissuto a sé stesso, quanto la borghesia propone di “donare” ai suoi sudditi di mastodontico, sempre più frequentemente viene percepito come distruttivo, un inutile dispendio di ricchezza, solo un “affare per pochi”.
È vero che tali faraoniche imprese rispondono sempre meno ad una necessità sociale, anzi sono spesso dannose, sia localmente sia nel contesto più ampio, tanto all’immediato quanto su di un lungo arco di tempo; e questo – quando non per i loro obiettivi dichiarati – per le scelte di progettazione o per le modalità costruttive.
Ma si dimostra spesso che, analizzato il progetto, l’impresa è ingiustificata secondo la stessa contabilità mercantile-capitalistica, con costi di molto superiori ai prevedibili benefici. Tanto più che si tratta di opere che richiedono per essere ultimate tempi vicini al decennio, le maggiori alcuni decenni. Lo scopo vero del capitale, quindi, non può essere l’opera ultimata, e nemmeno la costruzione in sé, ma gli “stati di avanzamento” e gli “anticipi” sull’appalto.
Che infine il tunnel-Tav, per dire, serva o non serva non ha alcuna importanza. Quel che conta è il tasso del profitto immediato. In certe fasi del ciclo economico di accumulazione conviene costruire scuole ed ospedali, in altra fase produrre cannoni e missili per distruggerli. Il capitale è un automa inesorabile. Non ha nemmeno il controllo su sé stesso, e i governanti, i tecnici, i politici sono solo i suoi fedeli sacerdoti e difensori, missione cui adempiere a qualunque costo.
Insomma, le cosiddette, giustamente, grandi opere inutili sono necessarie alla sopravvivenza del capitalismo, sono quindi inevitabili, come ben si sta vedendo. Sono prive di qualunque giustificazione perché ormai ingiustificabile è il capitalismo. Non sono decise, ed imposte, per un calcolo razionale, ma di razionalità capitalistica. E poiché nell’emergenza della crisi i margini di profitto tendono a zero e non c’è più spazio per le chiacchiere, ecco che tutti i partiti si debbono allineare a chi li paga e di chi sono i fedeli portavoce, le grandi concentrazioni industriali e finanziarie, le varie “Cooperative”, le banche, ecc.
L’economia di crisi assomiglia e prepara l’economia di guerra. Anche le guerre imperialiste paiono assurde, inspiegabili sul piano della ragione astratta e del comune sentire. Eppure le guerre si fanno, una dopo l’altra. I borghesi le fanno fare ai proletari, e col consenso di tutti i partiti.
In questi giorni in Italia è tornato alla ribalta il movimento denominato No-Tav il cui scopo è che il tunnel ferroviario di base fra Torino e Lione non si faccia in quanto colpevole sperpero di ricchezza e ulteriore deturpamento della Val di Susa. Nella sua composizione vuol essere interclassista, ed è naturalmente portato verso le ideologie della piccola borghesia, dal pacifismo all’estremismo parolaio, individuale o velleitario, all’anarchismo, alla democrazia, all’autonomismo locale, in valli antiche di eretici tenacemente ribelli alla gerarchia costituita.
A noi comunisti non fa dispiacere quando la marcia del capitale e del suo Stato trova qualcuno, anche non appartenente alla classe operaia e sia esso piccolo-borghese o pre-borghese, che, anche se armato di arco e frecce, si ribella veramente. Questo nella misura in cui quel movimento non entri in conflitto con le direttive di organizzazione e di azione del partito comunista.
Però, in quanto movimento non della classe operaia e solo di essa, i comunisti non ne faranno parte, nemmeno individualmente, ed inviteranno i proletari a tenere uguale atteggiamento.