Ripartire da Livorno 1921
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Per un partito che non muore mai
Sono passati 91 anni, quasi un secolo, da quando, la mattina del 21 gennaio 1921, la Frazione Comunista, con decisione unilaterale ed antidemocratica, provocava la scissione del Partito Socialista Italiano per dar vita al minoritario “Partito Comunista d’Italia (Sezione dell’Internazionale Comunista)”.
Eppure la maggioranza dei delegati socialisti aveva inneggiato alla rivoluzione russa, al sistema sovietico, alla dittatura del proletariato; aveva affermato di aderire alla III Internazionale, si era dichiarata comunista e pronta, quando ce ne fossero state le condizioni, a fare la rivoluzione. Tutte solenni affermazioni non per affrontare la revisione del partito in senso rivoluzionario, ma solo per sventolare la gloriosa bandiera della rivoluzione russa e dell’Internazionale e dell’opposizione alla guerra mondiale, per meschini scopi elettorali.
Anche se il P.S.I. si era dimostrato il miglior partito, o il meno peggiore, della II Internazionale, questo fatto non lo abilitava all’Internazionale Comunista che, con le 21 condizioni poste dal suo Secondo Congresso, non ammetteva adesione con riserva, bensì totale ed incondizionata. Noi aggiungemmo: “Non basta accettare i 21 punti, occorre qualche cosa di più: tradurli in atto”. Ai rivoluzionari presenti nel partito, anche a costo di rimanere minoranza, si imponeva quindi di operare una drastica rottura per liberarsi da ogni forma di opportunismo, sia di destra, sia di quello, molto più pericoloso, di sinistra.
La frazione comunista, che nel corso degli anni si era affermata all’interno del partito socialista italiano, dopo il disastroso fallimento e tradimento nel 1914 della II Internazionale, immediatamente aveva visto nella rivoluzione di Ottobre e nel sorgere della III Internazionale la completa riacquisizione ed attuazione del programma rivoluzionario marxista ed il risorgere del partito di classe. Della nuova Internazionale, che si presentava centralista ed antidemocratica, l’estrema sinistra italiana, oltre ad aver accolto senza alcuna riserva le 21 condizioni, aveva contribuito alla loro formulazione imprimendo ad esse un carattere ancor più restrittivo.
Per quasi mezzo secolo la storiografia ufficiale demo-stalinista ha presentato in maniera del tutto deformata le ragioni ed il significato rivoluzionario della scissione di Livorno, falsandone anche i minimi particolari, essendo la nostra voce quasi non percepita dal proletariato, abbagliato della tronfia propaganda e condizionamento del PCI. Sebbene oggi quel partitone non esista più, autoliquidato, e quelli che un dì ne fecero parte si guardino bene dal rievocare Livorno, non per questo la verità storica è stata ristabilita. Per il semplice motivo che è una “verità” di classe. Può interessare la storiografia borghese, non certo la storia rivoluzionaria di classe, ristabilire la “verità” su Livorno affermando che il “grande regista” della scissione del PSI fu A.B. anziché A.G. o addirittura P.T.
Noi non diciamo che il significato della scissione di Livorno è stato stravolto perché al posto di un Tizio ci è stato messo un Caio (o due). I nomi non interessano né al partito, né alla rivoluzione; non sono gli uomini illustri a fare la storia, ma le classi sociali spinte da determinazioni economiche e guidate dai propri partiti, anche questi mossi da determinazioni impersonali.
Noi oggi rievochiamo la nascita del Partito Comunista d’Italia non per celebrare un esperimento generoso, ma purtroppo fallito, inesorabilmente caduto sotto i colpi dello stalinismo, una sorta di orazione funebre sulla pietra tombale di un partito eroicamente “estinto”. Si tratta di affermare la nostra continuità con l’intero arco storico del movimento marxista rivoluzionario fin dal suo sorgere, del quale il partito del ’21 rappresenta un segmento che formidabile scaturisce dai precedenti ed apre ai futuri. Non a caso al congresso di Livorno rivendicammo la continuità con quella sinistra marxista che nel partito socialista italiano aveva combattuto il riformismo e solennemente affermammo che uscendo dal PSI ne avremmo portato via tutto il passato onore.
La proletaria classe rivoluzionaria non è nata, in Europa, nel 1917 o nel 1921, ma già dal 1848 lo sviluppo industriale l’aveva portata a piena maturità, già era stata capace delle sue prime insurrezioni armate e si era inquadrata nel proprio partito di classe, depositario di una sua completa e perfetta dottrina. Perché senza teoria rivoluzionaria non esiste movimento rivoluzionario.
La teoria non si genera spontanea dal movimento in atto, è il cristallizzarsi delle secolari esperienze del proletariato e delle precedenti rivoluzioni storiche. La dottrina, comprendente teoria, principi, finalità, costituisce quello che noi con Marx definiamo il partito storico. Il partito contingente, vivente, esiste, si sviluppa e procede nel percorso che conduce alla vittoria rivoluzionaria solo in quanto è capace di rimanere aderente ai capisaldi del partito storico.
Indubbiamente la storia dei partiti formali è contrassegnata da alti e bassi, da gloriose vittorie e da gravi sconfitte. In entrambe le fasi i marxisti rivoluzionari, nell’Ottocento Marx ed Engels, nel Novecento Lenin e la Sinistra, si sono adoprati a mantenere il partito vivente sulla traiettoria ascendente del partito storico. Varie e necessariamente travagliate sono state, nello spazio e nel tempo, le formazioni organizzate di combattenti rivoluzionari, ma in quanto organismi espressione dell’unica classe mondiale dei lavoratori, informati alla stessa dottrina, impegnati allo stesso fine, concordi su quali armi impugnare, di fatto, storicamente, non costituiscono che un unico partito.
Quindi il Partito Comunista d’Italia, fin dal 21 gennaio 1921, aveva tutte le carte in regola per proporsi come l’organo rivoluzionario di classe del proletariato. Lunga era la tradizione di lotta che la sinistra aveva intrapreso all’interno del partito socialista contro le degenerazioni che si erano manifestate nel movimento in Italia, in una ininterrotta battaglia per liberare il partito a destra dal nazionalismo, la massoneria, il bloccardismo democratico ed elettorale, ma anche dalle false sinistre nelle tante forme dell’estremismo piccolo-borghese, come l’anarco-sindacalismo ed il rivoluzionarismo massimalista.
E non è un caso se tra tutti i partiti aderenti alla Internazionale fu proprio il Partito Comunista d’Italia quello che, sulla base di una piena chiarezza teorica, ruppe con maggior determinazione i legami con la socialdemocrazia, anche se, nell’immediato, ciò gli comportò una diminuzione di influenza sul proletariato. Al contrario gli altri partiti comunisti di Occidente rimasero pieni di riformisti e social-patrioti, non perché questi avessero saputo abilmente mimetizzarsi da rivoluzionari ma perché i limiti di demarcazione di quei partiti verso l’esterno erano rimasti sempre troppo sfumati, sia nelle regole di organizzazione sia nel campo della tattica.
Forse solo il PCd’I comprese come la questione della tattica fosse fondamentale. La tattica non è un’arma che si possa adoperare con disinvoltura senza che, a sua volta, il partito stesso non ne rimanga condizionato. I piani tattici che il partito adotta a seconda delle mutate situazioni devono essere compresi entro i limiti dell’impianto teoretico, perché l’integrità della impostazione programmatica del partito viene minacciata non appena si adattino le parole d’ordine per renderle accettabili dai movimenti politici opportunistici. In modo simile ogni incertezza e tolleranza ideologica ha il suo riflesso nella tattica.
Fu il Partito Comunista d’Italia che per primo percepì come la tattica troppo elastica dell’Internazionale, anche se adottata, all’inizio, con finalità genuinamente rivoluzionarie, avrebbe portato, in una situazione di riflusso dell’onda ascendente del proletariato, alla completa degenerazione del movimento internazionale. Più tardi, quando l’Internazionale dalle sbandate tattiche passò a veri e propri ribaltamenti delle posizioni di classe, ancora una volta fu quella Sinistra che del Partito Comunista d’Italia era stata l’artefice a preoccuparsi innanzi tutto di conservare intatto il bagaglio di dottrina del marxismo rivoluzionario, in altre parole di mantenersi aderente al partito storico. Ciò nella lucida consapevolezza che di fronte alla controrivoluzione giganteggiante l’unica possibilità di salvezza era quella di mantenere ben saldi i principi, evitando l’illusione di poter capovolgere dati di fatto materiali attraverso varie forme di escamotages o sistemi di ingegneria organizzativa. Fu questo il sangue freddo, questo saper attendere, che purtroppo mancò a tutte le altre formazioni di sinistra che tentarono di opporsi alla controrivoluzione staliniana, compreso quella legata al grande rivoluzionario Trotski.
Ci si potrebbe chiedere quale fù la ragione per cui solo all’interno del partito fondato a Livorno albergasse una tendenza rimasta immune dalla degenerazione staliniana e, nello stesso tempo, a differenza delle altre opposizioni di sinistra, perché essa non sia caduta nell’errore di segno apparentemente opposto, ma altrettanto deleterio, quello della teorizzazione della necessità di democrazia all’interno del partito.
Se una tale formazione, per quanto numericamente ridotta, fu capace di non deflettere dalla corretta linea del marxismo rivoluzionario non è forse da attribuirne il merito alla guida di un “grande uomo”, di un ben individuato “leader”? La risposta che noi, materialisti dialettici, diamo è quella diametralmente opposta, certi che il culto delle personalità rappresenta, oltre che un capovolgimento dei fatti, uno degli aspetti più pericolosi di ogni degenerazione.
Noi non neghiamo né l’esistenza né l’utilità in determinate situazioni storiche di capi autorevoli, uomini dalle capacità di lavoro eccezionali che sono riusciti a condensare grande parte della nostra scienza di classe. Ma questi uomini sono il prodotto di dati partiti, come questi partiti sono il prodotto di date situazioni storiche. Fu il proletariato comunista delle periferie industriali di Pietroburgo e di Mosca ad intuire che quello bolscevico era il loro partito e che Lenin meglio di tutti parlava per esso, e Lenin difese e protesse anche fisicamente. Fu la parte migliore della classe operaia di Italia, di Torino non meno che di Napoli, che in quel momento entusiasta scelse il PCd’I e la Sinistra, benché, si racconta, degli “ingegneri” non avessero alcun motivo di fidarsi! E continuarono a difendere la Sinistra, contro i nuovi “leader”, fino alla fine di Lione e dopo.
Dirigenti quelli certo allora molto amati ma che solo la controrivoluzione e degenerazione successiva volle disumanizzare trasformandoli in figure mitiche quasi sovrannaturali, nel bene o nel male.
Dopo ogni nostra sconfitta il cammino della ripresa rivoluzionaria si presenta lungo e difficile ma il partito rivoluzionario, anche se ridotto ad una ristretta retro-retroguardia, a coloro che resistono al generale arretramento, pure non apparendo alla superficie degli eventi politici non rinuncia a sé stesso. I partiti, se non si possono “fondare” dal nulla per forza di volontà, nemmeno si possono ugualmente far morire. Hanno vita propria, indipendente dalle vicende dei loro capi. I partiti, come le rivoluzioni, sono, non si fanno né si disfanno; solo è dato difenderli, o tradirli. Ai comunisti della seconda metà del XX secolo ed ormai ben dentro il XXI il piccolo partito è stato consegnato vivo; essi l’hanno poi dovuto difendere da vili attacchi di fianco, più che frontali, e non acconsentiranno oggi che fior di intellettuali vengano a soffocarlo nella culla, per i quali non può, o non deve esistere, o, probabilmente, non vogliono che esista.
Nella storia del suo movimento il proletariato ha conosciuto periodi di depressione: dalla seconda rivoluzione parigina, 1848, alla soglia della guerra franco-prussiana, 1867, in cui il movimento rivoluzionario si è incarnato quasi esclusivamente in Marx, Engels ed una ristretta cerchia di compagni. Dalla sconfitta della Comune parigina, 1872, all’inizio delle guerre coloniali e al riaprirsi della crisi capitalistica che condurrà alla guerra russo-giapponese e poi alla Prima Guerra mondiale, periodo durante il quale crolla la II Internazionale, Lenin in Russia con pochi compagni di altri paesi portano avanti il movimento. Con il 1926 è iniziato un altro periodo sfavorevole per la rivoluzione, durante il quale è liquidata la vittoria dell’Ottobre e l’Internazionale; in questo periodo soltanto la Sinistra italiana ha mantenuto integra la teoria del marxismo rivoluzionario ed è rivendicando integralmente quella teoria che rinasce il partito nel secondo dopoguerra, organizzazione che, formatasi già nel corso della Seconda Guerra mondiale, assunse la denominazione di Partito Comunista Internazionalista.
La qualità più necessaria di un rivoluzionario è il non aver fretta; infatti uno dei compiti specifici del partito è mantenere lo stato maggiore della rivoluzione quando la rivoluzione manca. Per contro stupiscono i pruriti di chi afferma che, sebbene il partito non esista, tuttavia occorre “muoversi, essere pratici, dire alle masse ciò che debbono fare oggi”. In sostanza siamo sempre alla famosa formula di Bernstein “Il fine è nulla, il movimento è tutto”. Può sembrare paradossale, ma la caratteristica psicologica dell’opportunismo è data dall’incapacità di aspettare, dalla fregola di fare qualcosa. Dopo aver constatato l’attuale assenza di una dispiegata lotta rivoluzionaria di classe del proletariato, anziché difendere quella dottrina che domani consentirà che l’immancabile ripresa dell’ondata offensiva proletaria, messa in moto dalle condizioni oggettive, possa orientarsi correttamente in senso rivoluzionario, gli attuali Bernstein in sedicesimo pretendono di “attualizzare” il marxismo rincorrendo ogni spurio accenno di “sovversione”. Il revisionismo consiste proprio in questa mania volontarista che, constatato come al presente non ci sono le condizioni oggettive per l’attacco rivoluzionario al potere, si illude di poter forzare la storia.
Da parte nostra, restiamo ancorati a questi semplici postulati, cioè che la emancipazione della classe lavoratrice dallo sfruttamento del capitalismo avverrà a seguito di un attacco rivoluzionario da parte delle masse proletarie dirette dall’organo politico di classe, il partito comunista; ma che per accelerare la ripresa della lotta di classe non esistono ricette bell’e pronte, manovre od espedienti. Questo ci ha insegnato Livorno 1921.