Vicenda Fiat sull’arco di un secolo
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Il fallimento del sindacalismo di regime
Il 14 febbraio la Fiom ha indetto per il prossimo 9 marzo uno sciopero dell’intera categoria dei metalmeccanici in difesa del contratto nazionale, messo in discussione, gravemente limitato o “smantellato” dalla vicenda Fiat, e contro ogni modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, che tutela dal licenziamento senza “giusta causa” nelle aziende grandi e medie. Lo sciopero è stato indetto proprio mentre Cgil Cisl Uil stanno “trattando” con il Governo Monti una riforma del mercato del Lavoro che, nelle intenzioni governative, vorrebbe limitare se non cancellare quelle tutele.
Questa indizione è sicuramente un capitolo della schermaglia che da tempo oppone la Fiom alla Cgil e che, per il procedere della crisi e delle relative misure statal-padronali contro le condizioni di vita e di lavoro della classe lavoratrice, è destinata a trovare nuovo e continuo alimento.
È del tutto inusuale che una Federazione indica uno sciopero su un determinato argomento mentre la propria Confederazione è impegnata in trattative in merito; è come se la Fiom volesse “condizionare” la Cgil, come, del resto, la Cgil aveva “condizionato” la vicenda Fiat con l’accordo del 28/6. La mossa della Fiom pare tesa a delegittimare la casa madre Cgil: “voi trattate – sembra dire – ma noi vi diciamo che quell’articolo non va toccato”.
Come andrà a finire? Se Cgil Cisl Uil si accordano, in qualche modo, per rivedere quelle tutele, cosa farà la Fiom, ovvero il suo gruppo dirigente, che intanto ha chiamato i metalmeccanici a scioperare contro ogni modifica dell’Articolo 18? La Fiom si troverebbe con nulla in mano, con il contratto nazionale in via di smantellamento e l’articolo 18 “limitato” nella sua applicazione, come sancito dalla ennesima firma della propria Confederazione.
Per la Fiom non sarà un ruolo facile continuare nel tempo a cavalcare la tigre della protesta, nel tentativo di mettere un argine alla sua sinistra e alla sua destra. È un gioco destinato a finire non fosse altro perché, con la situazione economica che presenta il conto, il Governo tira dritto nei suoi provvedimenti che costringono tutti a scegliere: o la lotta o la rinuncia.
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Una chiave di lettura degli avvenimenti attuali ci può essere fornita da quanto è accaduto nei decenni passati nella più grande azienda metalmeccanica italiana, la Fiat, cioè le lotte e gli scontri che hanno visto la grande fabbrica torinese come protagonista e che hanno avuto effetti sull’intero movimento operaio e sindacale italiano.
Quasi un secolo fa, nel primo dopoguerra, nelle lotte del “biennio rosso” 1919-20, gli operai della grande fabbrica torinese furono protagonisti di due momenti decisivi, nel marzo e nel settembre 1920, con la vertenza dell’ora legale e l’occupazione degli stabilimenti. Entrambi gli avvenimenti, per l’effetto congiunto della non preparazione rivoluzionaria del Partito Socialista e dell’azione di pompieraggio della CGL a direzione socialista, finirono con due sconfitte decisive che chiusero quegli anni di offensiva proletaria, per dare il via al contrattacco padronale e statale che sarebbe subito passato all’impiego delle squadre fasciste contro il movimento operaio e comunista.
Durante gli anni cinquanta del secondo dopoguerra la Fiat, guidata dall’aspro Valletta, fu teatro di una perdurante campagna contro i militanti della Cgil, che rappresentavano allora la parte più combattiva del proletariato nelle fabbriche; reparti confino, provvedimenti disciplinari e licenziamenti continui nei confronti degli attivisti sindacali, finirono per ristabilire un regime di fabbrica duro e spietato con una minima presenza della Cgil nel grande stabilimento.
Questo intanto cambiava sia come tipo di organizzazione del lavoro che come forza lavoro; iniziava infatti alla fine di quel decennio il grande sviluppo della produzione industriale che richiedeva i primi fenomeni di immigrazione, prima dal Veneto e dintorni poi dal Sud, verso la grande fabbrica che richiedeva continuamente braccia.
La ripresa dell’attività sindacale, alimentata dal relativo miglioramento delle condizioni di vita, fu annunciata dagli avvenimenti di Piazza Statuto del luglio 1962; anche in quel caso innescò la scintilla un “accordo separato”, firmato dalla Uil e dal Sindacato Aziendale dell’Automobile (Sida), a chiudere una vertenza contrattuale nella grande fabbrica. La proclamazione di uno sciopero da parte della Fiom travalicò le intenzioni degli organizzatori e per tre giorni Piazza Statuto e dintorni, dove si trovava la sede della Uil, assaltata dai dimostranti, furono teatro di scontri violenti tra giovani operai Fiat e forze dell’ordine che nemmeno allora scherzavano. I dimostranti furono tacciati di tutto, di squadrismo, di teppismo, ma certo la partecipazione rabbiosa dei giovani operai di origine soprattutto meridionale negli scontri fu un segno del risveglio della combattività del proletariato della grande fabbrica, di come la nuova leva operaia sentiva stretto sia il regime di fabbrica sia quello sociale che si era instaurato allora, con il mancato inserimento degli immigrati giunti al Nord dalle regioni depresse e il loro utilizzo come manodopera di riserva a seconda delle esigenze produttive.
Anche “l’autunno caldo” del 1969 ebbe, come innesco, una vertenza Fiat per un avanzamento di categoria che avrebbe dovuto interessare un buon numero di lavoratori. Il 1° settembre gli scioperi si estesero ai vari stabilimenti; la parziale serrata di risposta della Fiat interessò 25.000 lavoratori con il ricorso immediato alla Cassa integrazione per i sospesi; fu il via di uno sciopero che terminò dopo giorni, il 6 settembre, sciopero che fu anche l’inizio delle lotte per i rinnovi contrattuali di quel periodo, per primo quello metalmeccanico, che avrebbero di molto cambiato tutto il mondo sindacale italiano. Si ebbe una contestazione anche decisa delle organizzazioni sindacali Cgil, Cisl e Uil che videro, se non minacciato, contestato il monopolio sindacale che allora avevano sulla classe lavoratrice.
Emblematico che, anni dopo, a firmare l’accordo sul Punto Unico della contingenza, momento finale di una fase di anni di continui e generalizzati miglioramenti contrattuali, fosse l’Avvocato Agnelli, presidente della Confindustria oltre che della Fiat; era il 1° gennaio 1975.
Ed è sempre la Fiat ad aprire, dopo pochi anni e dopo la crisi economica, una stagione di offensiva padronale, per ritornare a un regime di fabbrica più “regolare”, più disciplinato, più consono alle esigenze della produzione. È dell’ottobre 1979 il licenziamento di 61 operai, accusati di teppismo, indisciplina, metodi violenti, anche collusione con le BR; un’azione preparatoria per la vera svolta dell’anno successivo, quando in settembre la Fiat annunciò un piano per collocare più di 24.000 dipendenti in Cassa Integrazione per due anni.
La Fiat che, negli anni di bassi salari aveva acquisito una quota non trascurabile sui mercati esteri, si trovava a dover affrontare una situazione di vendite sfavorevole senza prospettive di ripresa in tempi brevi; era inevitabile quindi richiedere una contrazione significativa della forza numerica operaia, circostanza che avrebbe inevitabilmente modificato l’intero clima della fabbrica. La lunga vertenza di 37 giorni finì nel modo peggiore, con la marcia dei 40.000 contro i picchetti intorno a Mirafiori e per la ripresa del lavoro, e le firme di Cgil Cisl Uil che sostanzialmente accettarono l’iniziale richiesta Fiat, con buona parte dei cassintegrati destinati in un modo o nell’altro a non rientrare in fabbrica.
Dopo decenni di silenzio, di ciclica espansione produttiva e ciclica contrazione, con stabilimenti in diversi continenti ed in Italia in impianti di dimensioni ben minori dalla Mirafiori di allora, fabbriche assai più piccole e meglio controllabili e gestibili, come Melfi ad esempio, la Fiat in un momento di crisi produttiva presenta il “fascinoso” Marchionne ad Amministratore Delegato. È il 1° giugno 2004. All’inizio è tutto un latte e miele con i sindacati Confederali, Cgil Cisl Uil che vedono nel manager di origine abruzzese, che “si è fatto da solo”, un Valletta moderno e gentile, che avrebbe risolto i problemi della Fiat senza ricorrere ai “sorpassati” metodi della repressione.
E invece, ci risiamo. Dopo il trionfale sbarco negli Usa, dove la Fiat avrebbe concorso al salvataggio della Chrysler, storico marchio automobilistico di Detroit che la crisi mondiale della produzione del settore stava spingendo sull’orlo del fallimento, il film è impietoso: l’11 giugno 2010 la Fiat propone per lo stabilimento di Pomigliano, da anni con una produzione minima e con buona parte dei dipendenti in Cassa Integrazione, un piano di produzione e rilancio ma con regole diverse, per turni, riposi e pace sociale, con una vera e propria tregua sociale e sindacale a cui le organizzazioni sindacali ed i lavoratori si sarebbero dovuti adeguare senza possibilità alcuna. La firma di Fim e Uilm è di pochi giorni dopo, il 15, mentre la Fiom si ritrae dall’accordo perché, a suo dire, le pretese Fiat ledono i diritti di libera organizzazione e di normale vita sindacale. Il referendum sull’accettazione o meno dell’accordo, tenutosi nello stabilimento il 22 giugno, con la Fiom che aveva anticipato che non avrebbe firmato comunque e con la Cgil campana che invece era per l’approvazione dell’accordo, vede vincitori i voti favorevoli. A Mirafiori si ha un procedere simile, il 23 dicembre Fim e Uilm firmano un accordo che riprende pari pari l’intesa precedente, accordo anch’esso approvato dai lavoratori.
La risposta della Fiom – che trovava solo un imbarazzato e limitato aiuto dalla casa madre Cgil, preoccupata soprattutto che la ”intransigenza” della Fiom mettesse l’organizzazione fuori dalle fabbriche Fiat e, soprattutto, che aggravasse la crisi dei rapporti con Cisl e Uil – è di una debolezza sconcertante: scioperi limitati che servono più a sfogare il malcontento dei lavoratori (che ben intendono come il procedere Fiat sia l’inizio di un peggioramento certo delle proprie condizioni di lavoro) che ad una lotta decisa e senza compromessi. Questi scioperi parziali e di poche ore sono destinati a non ottenere niente, come anche quello dell’intera categoria che si era avuto il 25 giugno 2010, appunto dopo l’esito del referendum di Pomigliano, o come quello del 28 gennaio 2011, anch’esso a ratificare l’ennesima sconfitta, cioè l’accordo separato di Mirafiori.
Prova dell’indecisione Fiom è l’accordo nello stabilimento ex Bertone, in cui i rappresentanti della Rsu Fiom, in assoluta maggioranza, si adeguano al referendum positivo dei lavoratori, il cui esito era inevitabile essendo tutti in Cassa Integrazione, spinti da tutti a votare si per non far scappare la Fiat dagli investimenti che dovrebbero salvare la produzione. Per la Fiom voleva essere una mossa astuta: l’organizzazione non firma ma firmano i suoi Rsu; in realtà, un tentativo maldestro di riallacciare i rapporti con Fim e Uil e di neutralizzare la Fiat che minacciava a più riprese di togliere ogni diritto sindacale alla Fiom in un modo o nell’altro. È il maggio 2011.
La Fiom, nella sua debolezza, che la costringe a non impegnarsi in una lotta decisa che potrebbe chiuderle ogni prospettiva di sindacato “concertativo”, subito ripiega sulla “offensiva legale” che dovrebbe, a suo dire, non solo scardinare la “legalità” degli accordi di Pomigliano e Mirafiori ma anche condannare la Fiat per comportamento “antisindacale” nei confronti della Fiom, una battaglia per la legalità insomma.
La causa legale che si inizia a Torino il 6 giugno è in qualche modo condizionata dall’accordo interconfederale del 28 giugno fra Cgil Cisl Uil e Confindustria. L’accordo mette per iscritto quello che già era accaduto, cioè che accordi aziendali potevano essere stipulati o dalla maggioranza delle Rsu o da solo una parte delle organizzazioni sindacali purché tali accordi siano ratificati da un referendum fra i lavoratori. Tali accordi potevano toccare turni ed orari e quant’altro previsto dal CCNL, e, in via “sperimentale”, anche materie non previste dal CCNL; soprattutto erano impegnativi sia per le organizzazioni firmatarie sia per le loro Federazioni. L’accordo non solo quindi era la tanto ricercata ripresa dei buoni rapporti fra Cgil Cisl Uil e Confindustria ma anche un potente ceffone alla Fiom per la mancata firma e un tentativo estremo per scongiurare l’uscita della Fiat dalla Confindustria, come questa andava minacciando.
La sentenza del Tribunale del Lavoro di Torino arriva il 16 luglio e conferma la piena validità degli accordi di Pomigliano e Mirafiori, ma dice anche che la Fiom, in virtù della sua firma al CCNL Metalmeccanico del gennaio 2008, mantiene tutti i “diritti” di svolgere la sua attività sindacale in fabbrica. È una sentenza che non risolve il problema della Fiat, cioè di avere nei suoi impianti solo organizzazioni sindacali completamente ligie al suo volere, e che in qualche modo è la spinta decisiva per l’uscita della Fiat dalla Confindustria. Il finale è facilmente prevedibile. L’11 novembre la Fiat disdice tutti gli accordi sindacali in essere nei suoi stabilimenti e il 13 dicembre firma con Fim ed Uilm e altri un accordo Aziendale che riprende tutti i punti dell’accordo di Pomigliano e Mirafiori: turni, riposi, tregua sociale, e quant’altro.
Era inevitabile che questo finale fosse l’inizio di una piccola crisi interna Fiom, che fino a quel momento aveva visto notevolmente compatti intorno al segretario Landini gli esponenti della corrente “la Cgil che vogliamo” e della “Rete 28 aprile” che, con Cremaschi, cercano da tempo appoggi anche al di fuori della Cgil, nei vari movimenti alternativi come anche nel mondo variegato e complesso dei Sindacati di Base. Al CC della Fiom del 10 gennaio è stato presentato un documento minoritario della “sinistra” che accusava Landini di avallare nei fatti l’accordo del 28 giugno 2010 con l’iniziativa di richiedere un referendum in Fiat sul Contratto Aziendale del dicembre.
A noi non interessano affatto le lotte interne alla Fiom e alla Cgil, ma non possiamo non rilevare anche in questa occasione come le varie componenti del sindacalismo “sinistro” nella Fiom alla fine girano intorno al vero problema, che non vogliono affrontare: se cioè la loro organizzazione, in sé e per i legami ideali ed organizzativi che la tengono stretta alla Cgil, abbia veramente la volontà di mobilitare i lavoratori in una difesa intransigente delle proprie condizioni.
Questa difesa non può non passare dalla negazione delle necessità economiche aziendali e nazionali. Se non si denuncia ogni solidarietà con queste necessità borghesi, lo spazio per una qualunque azione sindacale si riduce quasi a nulla. Si assiste infatti, alla fine, ad una battaglia infinita su capelli che si spaccano i quattro e poi in quattro, in un festival di proposte e iniziative tanto rumorose quanto fatue. Perché il problema non è contrapporre uno sciopero di 4 ore a uno di due, o cercare la solidarietà fra i NO-TAV anziché con la casa madre Cgil, ma costruire uno schieramento difensivo sindacale di classe che rifugga dalle scorciatoie come dai bizantinismi, uno schieramento di classe che unisca i lavoratori al fuori delle aziende e delle esigenze aziendal-nazionali, al di sopra delle sigle sindacali e politiche.
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La cronologia che abbiamo in maniera sintetica esposto permette di trarre alcune lezioni non contingenti:
- La crisi economica e industriale riduce le possibilità del sindacalismo concertativo e nazional/aziendale, da noi denominato “di regime”, non solo di poter strappare nuovi seppur minimi miglioramenti per la classe, ma perfino della stessa difesa conseguente e decisa dello status raggiunto. La crisi infatti costringe i Sindacati di regime a stringersi apertamente intorno alle esigenze dell’economia nazionale e aziendale, le quali oggi richiedono peggioramenti per la classe operaia.
- La crisi, con le sue condizioni assolutamente sfavorevoli per una politica sindacale rivendicativa, toglie ai Sindacati di regime ogni base per il naturale loro incanalare le speranze e prospettive dei proletari sul binario del riformismo e della collaborazione di classe. La crisi ha travolto, con le loro illusioni progressiste, tutti i tradizionali partiti a base operaia, e si è così spezzata quella cinghia di trasmissione con l’opportunismo, che ben funzionava ed era necessaria in un senso e nell’altro. Rimane solo il terreno dell’ubbidienza alle imposizioni del capitale e del servilismo alle sue istituzioni.
- La Fiom è rimasta un passo indietro, non ha inteso il cambiamento dei tempi, ed allora cerca una impossibile conciliazione delle proprie illusioni riformiste con le esigenze aziendali e nazionali. In Fiat si affanna a dimostrare che l’Azienda non sa fare il suo mestiere, non “investe”, non conquista mercato; come per la vertenza Fincantieri pretende commesse statali, militari o civili, per dare lavoro ai Cantieri, ai minimi produttivi per la concorrenza internazionale.
- Ne segue che la Fiom ha sì un rapporto consolidato e anche di fiducia con buona parte dei lavoratori, della Fiat e non, ma non può mobilitarli a piacere, e mantenersi all’interno dei confini della legalità e della moderazione; anche per le oggettivamente ridotte capacità di lotta della classe, su quel terreno.
- La Fiom non ha nemmeno un appoggio chiaro e deciso dalla Cgil, che mira solo al buon rapporto con Cisl e Uil, tutte tre, ora in quattro con l’UGL, al capezzale dell’economia nazionale e che vedono con fastidio ogni minima vivacità e indipendenza della classe lavoratrice.
- La Fiom è d’altronde nella Cgil, lì sono tutti i suoi riferimenti, interni al regime borghese, oggi e in prospettiva; deve allora assolutamente trovare un modus vivendi che non la isoli dalla casa madre. La Fiom quindi non può indire lotte decise, che travalichino determinati confini di convenienza e compatibilità nazionale e aziendale. Deve sì sbarrare a “sinistra” per mettere un argine a lotte vere, ma lo deve fare con cautela estrema perché, anche involontariamente, la sua azione da un lato potrebbe disturbare i “manovratori”, dall’altro suscitare genuine reazione della classe.
- Cgil e Fiom pari sono, e l’azione futura della classe dovrà sbarazzarsi di questi due organismi che a modo loro, con tempi loro, ora apertamente, ora ambigui, ora con velleitarismi difendono le sorti gloriose delle aziende e dell’economia nazionale.