L’ «Ordine Nuovo» 1919-1920 Pt.1
Categorie: Communist Abstensionist Fraction of the PSI
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Gli scritti di Gramsci si leggono sempre col rispetto per chi, faticosamente e lealmente, si sforza di uscire dall’involucro di una cultura e di una formazione idealistica, per avvicinarsi all’interpretazione della vita e della storia propria del marxismo. Ma il rispetto non altera il fatto che tutto il pensiero di Gramsci ha continuato a girare nell’orbita di un’ideologia extramarxista. La recente edizione della produzione 1919-20 sull’ «Ordine Nuovo» ne è la più schiacciante conferma, forse ancor più chiara oggi che la si vede in una prospettiva lontana.
La prima cosa che colpisce è la completa assenza di Gramsci e del suo gruppo dal processo di formazione del partito di classe che, svoltosi in tutto il 1919 e 1920, dovrà sboccare, al gennaio 1921, nel congresso di Livorno e nella fondazione del P.C.I. Più o meno interventista nel 1915, riaccostatosi al movimento socialista negli ultimi anni di guerra, Gramsci – che pochi giorni dopo la rivoluzione di ottobre aveva scritto un articolo sull’ Avanti! per dimostrare che l’Ottobre bolscevico rappresentava una sconfitta del … Capitale di Marx! – venne via via avvicinandosi al moto e all’ideologia rivoluzionaria del proletariato sotto la spinta e il fascino degli avvenimenti, ma senza la percezione della loro portata e del loro significato storico. In questi due anni cruciali non si trova uno scritto che palesi la partecipazione di Gramsci e del suo gruppo al dibattito che pur infuriava in seno al partito socialista, e che già al Congresso di Bologna aveva visto la Frazione Astensionista, col suo «Soviet» gettare le basi organizzative e teoriche del nuovo partito; e bisognerà arrivare alla nota mozione «Per un rinnovamento del Partito socialista» al Consiglio nazionale del maggio 1920 – relazione che Gramsci scrisse ma che altrettanto notoriamente rifletteva il pensiero della sezione torinese, in grande maggioranza «astensionista» – per trovare un documento, l’unico, che rechi un contributo a quella battaglia. Assente a Bologna, assente a Mosca, assente sulla scena italiana della formazione organizzativa e ideologica del partito di classe, Gramsci osserva gli avvenimenti e li commenta; ma invano si cercherebbe negli scritti dell’ «Ordine Nuovo» l’impostazione rigorosamente marxista, la saldezza e sicurezza ideologica, propria degli organi in cui si espresse, in quel primo dopoguerra, il grande moto culminante nella Terza Internazionale dei lavoratori. Persino nella forma, il Gramsci 1919-20 ricorda Sorel, anch’egli avvicinatosi sotto la suggestione dell’ora al «fenomeno» della rivoluzione russa ma non al bolscevismo, non al marxismo.
Questa assenza ha ragioni non contingenti, ma profonde. Come Gobetti, sebbene su un piano più alto e diretto, o come per un altro verso Sorel, Gramsci entra nella corrente della lotta rivoluzionaria del proletariato non per averne abbracciato gli interessi o i programmi, ma per aver creduto di trovarvi la soluzione dei suoi problemi intellettuali. Vi cerca la formazione dell’Uomo nuovo, di una nuova coscienza, di un nuovo mondo; tutto ciò non si esprime nel programma del Partito di classe, non si esprime neppure nella lotta generale di classe del proletariato: Gramsci lo ripete mille volte, egli vede e cerca non il salariato – cioè appunto la classe che il capitalismo genera dal suo seno come forza antitetica, e che si organizza come tale nel Partito – ma vede e cerca «il produttore», l’operaio che, nell’ambito della stessa fabbrica capitalista, è stretto ai suoi compagni di lavoro da un legame obiettivo, e alla fabbrica e alla macchina da un rapporto vitale permanente. Già qui, già ora, nella stessa società capitalistica, sorge, a guisa di piccola isola, la società nuova; ogni consiglio di fabbrica sorto è una «vittoria del comunismo»; è in questa organizzazione che «aderisce plasticamente al processo produttivo», che si realizza non solo l’unità di lotta, ma lo stesso potere della classe rivoluzionaria. Così, la concezione generale della lotta di classe si frantuma in un mosaico di «stati d’animo» e di «psicologie» corrispondenti al quadro limitato della fabbrica, anzi del reparto, e delle sue lotte parziali: l’esperienza del Soviet russo, organizzazione che abbraccia proletari di tutte le provenienze e professioni, decade al livello di un organismo aziendale, il Consiglio di Fabbrica, e questo non è soltanto un organismo di battaglia, è «il più idoneo organo di educazione reciproca e di sviluppo del nuovo spirito sociale, che il proletariato sia riuscito ad esprimere dall’esperienza viva e feconda della comunità di lavoro… [Nel Consiglio] la solidarietà operaia è positiva, è permanente, è incarnata anche nel più trascurabile dei momenti della produzione industriale, è contenuta nella coscienza gioiosa di essere un tutto organico, un sistema omogeneo e compatto che, lavorando utilmente, che producendo disinteressatamente la ricchezza sociale, afferma la sua sovranità, attua il suo potere e la sua libertà creatrice di storia». Un organismo, dunque, dal quale nasce spontaneamente, «automaticamente», l’ideologia comunista, che non ha bisogno del supporto del Partito se non come di uno strumento pragmatico di collegamento, che non ha bisogno di un programma e di un’ideologia perché la crea esso stesso, ed è, non solo in potenza, ma in atto, una prima realizzazione della società nuova, della «libertà creatrice di storia». Per dirla ancora con Gramsci: «Ogni consiglio di operai industriali o agricoli che nasce intorno all’unità del lavoro… è una realizzazione comunista»!