L’ «Ordine Nuovo» 1919-1920 Pt.2
Categorie: Communist Abstensionist Fraction of the PSI, IWW
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La portata di questo orientamento, e il suo carattere extramarxista, risultano appieno se si confrontano le formulazioni del gruppo dell’Ordine Nuovo con quelle classiche del «Che fare?» di Lenin, su cui si costruì non soltanto la teoria ma la pratica e l’organizzazione del partito di classe e dell’Internazionale Comunista (e che, val la pena di ricordarlo, aveva per bersaglio lo economismo non soltanto dei sindacalisti ma degli aziendisti). Per l’ordinovismo, il centro del movimento proletario è l’azienda (per dirla con Lenin, l’arena «dei puri rapporti fra operai e padroni»): per Lenin, cioè per il marxismo, è la «sfera dei rapporti di tutte le classi e strati della popolazione con lo Stato, il dominio dei rapporti di tutte le classi fra loro». Per l’ordinovismo la formazione di un’ideologia comunista e di una coscienza di classe è il prodotto automatico dell’associazione dei proletari per azienda e per reparto: per Lenin il quadro della lotta economica – e la lotta aziendale è forzatamente lotta economica – «è troppo ristretto», «la coscienza politica di classe non può essere apportata all’operaio che dal di fuori, cioè dal di fuori della lotta economica, dal di fuori della sfera dei rapporti fra operai e padroni». Per l’ordinovismo la formazione della coscienza di classe, del programma di classe e quindi del partito di classe è un prodotto della «spontaneità» di gruppi di lavoro plasticamente aderenti al processo di produzione: per Lenin, «non può essere questione di una ideologia indipendente, elaborata dalle stesse masse operaie nel corso del loro movimento»: il partito si forma attraverso una «lotta implacabile contro la spontaneità»: inchinarsi alla «spontaneità» è «ricondurre il ruolo della socialdemocrazia (si ricordi che socialdemocrazia era allora termine equivalente a partito di classe) a quello di semplice serva del movimento operaio in quanto tale», e il movimento operaio abbandonato a se stesso scivola inevitabilmente «sotto le ali della borghesia»: «senza teoria rivoluzionaria niente movimento rivoluzionario»: «solo un partito guidato da una teoria di avanguardia può svolgere il ruolo del combattente di avanguardia». Gramsci ha un bel riempire lo schema del consiglio di fabbrica di obiettivi e contenuti che vanno oltre il tradunionismo, in polemica (e qui giustamente) contro il professionalismo gretto della burocrazia sindacale, assegnandogli una funzione che potremmo chiamare di «levatrice dell’operaio come produttore»; ma dal «quadro ristretto» dell’azienda non si sale, più che dal quadro ristretto del mestiere inquadrato sindacalmente oltre il livello dei «rapporti fra operai e padroni», oltre il livello del tradunionismo. Anzi, peggio ancora: se il sindacalismo chiude la lotta proletaria nell’ambito della lotta economica e della riforma sul terreno delle contrattazioni salariali, l’aziendismo lega l’operaio ad una sorta di fedeltà al reparto, alla «sua macchina», come tanto spesso ripete Gramsci (frase ahimè, fatale!), al suo piccolo campanilismo di operaio della Fiat, della Montecatini, della Snia Viscosa, non lo mette neppure a contatto di quella lotta generale delle classi che, bene o male, inevitabilmente si riflette nel sindacato di mestiere e nella tradizionale camera del lavoro. E’ far torto alla memoria di Gramsci osservare come questa teoria dalla quale il suo artefice principale faticosamente si sollevò sotto la spinta del movimento, ma che doveva riapparire con tutta la sua fatale influenza nei momenti di controrivoluzione, portava diritto alle teorie odierne dei produttivisti, dei collaborazionisti di classe, dei cavalieri erranti della nostra fabbrica, della nostra produzione, delle nostre attrezzature industriali?
Il rapporto era così capovolto: non l’ideologia del partito di classe che va portata entro il chiuso dei «rapporti fra operaio e padrone» per spezzarne il cerchio, e saldare la lotta dell’operaio sul terreno economico-aziendale alla lotta generale di classe per l’abbattimento degli organo centrali del potere borghese: ma dal chiuso di piccole isole aziendali germoglia il programma, (un programma non codificato da un secolo di lotte proletarie e da difendere strenuamente e rabbiosamente contro ogni «rimpicciolimento alla scala del tradunionismo», contro il pericolo di «rifugiarsi sotto le ali della borghesia»), sale via via fino a permeare l’intero tessuto della classe: è il reparto, non il partito, il depositario del programma e di quella unica forma di «coscienza» che noi marxisti possiamo concepire. Non dall’esterno ma dall’interno dei «rapporti fra operaio e padrone», non dal ferreo inquadramento teorico ma dalla spontaneità, non dal centro del movimento proletario ma dalla periferia, è il cammino dell’Ordine Nuovo: e il richiamo a una «teoria dei produttori» è una scappatoia di marca chiaramente idealistica (e infatti soreliana) per riempire di qualcosa che non può dare il perimetro dell’azienda. La quale è un’azienda capitalistica: e agli ordinovisti non si pose neppure il quesito se una «coscienza direttiva» della classe operaia potesse mai formarsi modellandosi sulla schema di un’organizzazione per aziende e a scopi di profitto che la rivoluzione comunista è destinata a spezzare e a ricostruire su basi completamente diverse. Oggi – a conferma del «Che fare?» – gli ex ordinovisti chiamano gli operai a difendere la … loro siderurgia, la loro industria pesante, la loro Fiat, la loro galera dorata (e spesso nemmeno dorata).
Volete qualche citazione? «Muovendo da questa cellula, la fabbrica, vista come unità, come atto creatore di un determinato prodotto, l’operaio assurge alla comprensione di sempre più vasta unità… Allora l’operaio è produttore , perché ha acquistato coscienza della sua funzione nel processo produttivo, in tutti i suoi gradi, dalla fabbrica alla nazione, al mondo: allora egli sente la classe, e diventa comunista»: che è proprio l’inverso dell’impostazione leninista e l’esatto equivalente del bersaglio degli strali del «Che fare?». Ovvero: «Amalgamati intimamente nelle comunità di produzione, i lavoratori sono automaticamente portati a esprimere la loro volontà di potere alla stregua di principii strettamente inerenti ai rapporti di produzione e di scambio. Cadranno rapidamente dalla psicologia media proletaria tutte le ideologie mistiche, utopistiche, religiose, piccolo-borghesi: si consoliderà rapidamente e permanentemente la psicologia comunista, lievito costante di entusiasmo rivoluzionario, di tenace perseveranza nella disciplina ferrea del lavoro e della resistenza contro ogni assalto aperto o subdolo del passato… Il partito comunista non può avere competitori nel mondo intimo del lavoro».
Ci si stupirà che Gramsci metta sullo stesso piano l’insegnamento di Lenin e quello di Daniel de Leon, e che, mentre si riunisce a Mosca il II Congresso dell’Internazionale, i suoi occhi si volgano agli IWW americani? Ci si meraviglierà – cosa di cui Gramsci si stupisce e si addolora – se da quel II Congresso venne la condanna dell’aziendismo ordinovista (e nel difendersi, Gramsci ricade nella confusione fra Soviet e consiglio di fabbrica?) Era nella logica di due posizioni non soltanto diverse ma antitetiche.