La Teoria del Meno Peggio
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Le fila del proletariato — e quelle dell’avanguardia comunista particolarmente — sono infestate da grandi strateghi e questo non solamente per quanto concerne le sorti delle operazioni militari, ma anche per lo sviluppo delle situazioni politiche e sociali. A colpo sicuro si può affermare che i piani strategici militari di questi generali di cartapesta hanno lo stesso valore delle architetture politiche che essi costruiscono.
Non c’è che da sfogliare qualsiasi resoconto onesto degli avvenimenti che accompagnarono la vittoria del proletariato russo contro le armate dei bianchi sovvenzionate dal capitalismo dei differenti paesi, per convincersi di una cosa che d’altronde non dovrebbe fare nessun dubbio per un marxista: la vittoria del proletariato non dipendeva che in misura estremamente secondaria dalla sagacia strategica dei capi militari, ma risultava dal fatto che le legioni rivoluzionarie si [parola incomprensibile] con le aspirazioni sociali delle classi oppresse in lotta contro la schiavitù. D’altronde, le più grandi battaglie e vittorie contro i banditi dell’imperialismo mondiale sono state ottenute quando ancora non esisteva un’armata rossa inquadrata. Fa parte del teatro della storia l’immagine di Trotsky che fa sorgere dal nulla l’esercito rosso; fa parte della realtà la visione di una classe che scardina le basi dello Stato nemico, sconvolge la coesione delle armate bianche che attaccano dove penetra la mitraglia della rivoluzione sociale, e si incarna nel dirigente Trotsky che brandisce il programma della rivoluzione comunista.
Si sa che cosa valgano tutti i piani di questi generali al servizio dello Stato borghese di Catalonia e di Valencia. Dopo sei mesi, Franco non ha conosciuto che delle vittorie ed oggi si presenta come un risultato non il fatto che i suoi reggimenti siano stati sloggiati dal fronte di Madrid, ma l’altro che egli abbia dovuto limitarsi ad accerchiare la città e che non l’abbia conquistata di un colpo.
Da un punto di vista sociale, i professoroni di marxismo pongono così il problema: se vince Franco è lo schiantamento totale, se vince il Fronte Popolare, il successo in definitiva non è di Caballero e Companys, ma il nostro giacché per [parola incomprensibile] questi rappresentanti della borghesia saranno costretti di smascherarsi di fronte alle masse che faranno la loro esperienza ed esigeranno i conti che non possono essere saldati al di fuori della vittoria rivoluzionaria. Per dirla in poche parole: il Fronte Popolare, la Russia Sovietica, la Seconda e la Terza Internazionale, sono tutti presi al laccio e lavorano non per la borghesia ma per la vittoria rivoluzionaria di domani.
Un più compiuto professore di marxismo che è in generale poi il demagogo più pernicioso, dà una versione ancora più scientifica e dirà che poiché l’iniziativa della lotta armata spetta alle masse ed unicamente ad esse, e che d’altra parte Caballero e consorti ne hanno preso la direzione per stornarla dai suoi obbiettivi rivoluzionari, una contraddizione manifesta si presenta fra le masse da una parte, il Fronte Popolare dall’altra: approfondire questa contraddizione, questa è la via che condurrà al sicuro successo. È ben evidente che l’applicazione di questo schema alla realtà è impossibile giacché infine se, contro l’esercito di Franco che attacca, si comincia con passare all’attacco contro chi dirige le legioni di operai, si realizza la vittoria migliore per la vittoria dell’assalitore. Di più, i recenti avvenimenti sono la più clamorosa smentita alla posizione che difende il POUM, dopo che è stato sloggiato dal governo di Barcellona (prima esso aveva sottoscritto a tutte le misure conducenti al progressivo incastramento degli organismi proletari in seno alla macchina statale) e secondo la quale la vittoria militare è condizionata dal successo della lotta sociale contro il capitalismo. È noto che se Madrid non è caduta, questo è dovuto all’intervento massivo sovietico il quale si basa giustamente sull’annullamento di ogni lotta del proletariato per le sue rivendicazioni specifiche.
E gli avvenimenti non potevano che seguire la loro logica: dal momento che si scende sul terreno della lotta militare, la sola via del successo è quella che conosce lo stabilimento di una disciplina militare di ferro, del comando unico, della levata in massa, dell’armata borghese, in una parola.
Se si entra nell’altro terreno della lotta sociale, allora il suo successo non può consistere che nell’avanzata del combattimento del potere nei settori dove le energie proletarie sono le più forti, quello che avrà per conseguenza la riaccensione delle lotte di classe degli altri settori dove il nemico ha potuto ottenere una vittoria momentanea.
Se il Fronte Popolare vince. Ma che cosa può voler significare questo per chi non è professore di marxismo, ma semplicemente militante della classe operaia che si arma della teoria del marxismo? Ciò non può significare altra cosa che questo: se la classe operaia riesce a far vincere il Fronte Popolare, la situazione sarà meno peggio dell’altra. Lasciamo andare che è veramente ridicolo di pensare che la classe operaia dovrebbe realizzare l’impossibile: capace di vincere, poiché di vittoria si tratta, essa dovrebbe dare al suo successo l’espressione di vittoria del Fronte Popolare. Non consideriamo nemmeno il fatto che la vittoria del Fronte Popolare sarebbe una sicura disfatta del proletariato, e teniamo conto di questo solo dato delle situazioni attuali. È forse possibile di incamminarsi verso situazioni che si concluderebbero con la vittoria del Fronte Popolare, prendendo attualmente delle posizioni di classe? Nello stesso momento in cui le masse si mettono al seguito del Fronte Popolare per la lotta armata contro il fascismo, esse occupano sì delle posizioni di classe, ma non quelle proletarie, le altre ed opposte del capitalismo di cui Caballero è un’espressione inequivocabile.
È corrente che in ogni ragionamento sulle situazioni, noi ci si faccia guidare da alternative di questa specie: se Franco vince è il disastro, se egli è battuto tutto non è perduto. Ma occorre distinguere fra quella che è un’ipotesi, cioè una previsione sull’avvenire e quella che è una prospettiva, cioè lo stabilimento di una linea politica che ricollega l’oggi al domani. Sul terreno delle ipotesi, l’errore è possibile ed anche inevitabile. Marx e Lenin ne hanno commessi, il primo nel 1848 quando intravedeva l’apertura rivoluzionaria di una situazione rivoluzionaria favorevole al proletariato, Lenin quando nel 1920 contava sulla rivoluzione mondiale. Ma sul terreno delle prospettive non si tratta più di errore, ma di abbandono delle posizioni di classe del proletariato per chiamare le masse sulle opposte posizioni di classe del capitalismo. Per esempio è sicuro che le Tesi di Roma contengono un errore di ipotesi giacché esse intravedevano come più probabile una manovra del capitalismo verso un governo di sinistra, e si è avuto invece l’attacco ed il trionfo del fascismo. Ma le Tesi di Roma sono il documento più solido che sia stato finora scritto per la lotta contro il fascismo, perché esse hanno stabilito — nei termini politici inequivocabili che noi conosciamo — la prospettiva sulla base della quale le lotte parziali del proletariato, che sono altrettanti momenti dell’attacco proletario alla macchina statale nemica, possono esprimersi nella resistenza e nella controffensiva armata delle masse contro le bande bianche del fascismo.
E veniamo ad un ultimo argomento. Che cosa è dunque il Fronte Popolare, oltre che uno strumento nelle mani del capitalismo se non la forma dell’imbroglio per meglio aggirare le masse? Ora, questo strumento sarà impiegato nella misura in cui il proletariato aumenta le sue forze e minaccia lo sfruttamento nemico. Per la realizzazione dell’ipotesi della disfatta di Franco, occorre dunque fin d’ora incamminarsi verso la presa, il rafforzamento e lo sviluppo delle posizioni di classe delle masse, quello che potrebbe condurre il capitalismo a cercare di stornare il proletariato verso l’inganno della sinistra. O che non è avvenuto esattamente questo durante lo sciopero generale del luglio, quando il compromesso di Azana e Franco è saltato in aria perché il proletariato aveva scatenato il suo attacco di classe?
In conclusione dunque, l’ipotesi della disfatta di Franco può realizzarsi in una reale prospettiva politica alla sola condizione di prendere sin d’ora una posizione di classe e su questo terreno si trova malauguratamente la sola frazione nostra contro un blocco solidissimo che si oppone agli interessi delle masse. Per contro, tutti i generali ed i professori di marxismo che profittano dell’entusiasmo delle masse disposte a cadere piuttosto di vedere Franco vittorioso, e le inchiodano fin da oggi al carro nemico, non fanno che ripetere la teoria del meno peggio che, in Ispana come era prima avvenuto in Italia ed in Germania, si risolve nella peggiore soluzione per le masse; quello che era d’altronde di già avvenuto in Ispana, dove il personale governativo di sinistra ha potuto accumulare un numero infinitamente superiore di vittime proletarie; ha potuto riempire le prigioni di militanti operai; ha potuto far impallidire le gesta stesse di De Rivera. Questo nell’ipotesi del fronte popolare, giacché nell’altra ipotesi i cadaveri dei proletari italiani e tedeschi parlano un linguaggio tragicamente ammonitore.