Partito Comunista Internazionale

Perché non c’è rivoluzione in Ispagna

Categorie: Spain, Spanish Civil War

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Basta enunciare le posizioni della nostra frazione verso gli avvenimenti di Spagna perché immediatamente ci si senta rispondere con veemenza: gli operai non hanno forse espropriato le aziende; i contadini non hanno forse espropriato le terre;  le chiese non sono forse distrutte. Certo si riconosce che Companys sia sempre al potere e che Caballero è quello stesso che aveva mitragliato gli operai dopo la proclamazione della repubblica. Ma ciò diviene solo accessorio. L’essenziale è la concezione seguente: che sia possibile fare la rivoluzione proletaria senza distruggere lo stato capitalista, ma impadronendosi delle officine ed occupando la terra.

Senza volerci coprire dell’autorità di chicchessia ci sembra tuttavia necessario di mettere in evidenza qualche nozione fondamentale del marxismo la cui negazione significherebbe l’annullamento di tutta l’esperienza accumulata in più di un mezzo secolo di lotte proletarie e che i nostri maestri hanno consacrato nei loro scritti.

Per Marx l’esperienza del 1848 provava già  che il compito storico che toccava al proletariato fosse quello di distruggere dalle fondamenta lo stato della borghesia, il suo potere politico. Non si trattava di costruire accanto allo stato una sinagoga di buone intenzioni, sul tipo della Commissione del Luxembourg presieduta da Luigi Blanc. Bisognava distruggere le stato borghese, di là doveva cominciare il potere proletario e non finire. Sulla traccia della Comune di Parigi Marx ha percepito storicamente la nozione della dittatura del proletariato che, in forme molto embrionali, si eleva sui rottami dello stato capitalista ed è solo dopo che il problema della difesa della Comune contro Thiers si porrà nei suoi termini classisti: proletariato contro borghesia.

Lenin resta fedele agli insegnamenti stessi della lotta di classe quando difende con accanimento il punto di vista che i bolscevichi resteranno disfattisti finché il proletariato non avrà preso il potere. L’obiettivo supremo per il partito bolscevico non era di impadronirsi delle officine e di concedere la terra ai contadini ma di fare comprendere alle masse che queste parole d’ordine non potevano avere una consistenza che nella misura in cui il proletariato lottasse per il potere politico.

Cioè che il sovvertimento sociale od economico della società capitalistica non è possibile senza la conquista del potere politico da parte del proletariato.

Ora nessun militante sincero oserebbe dire che gli avvenimenti di Spagna hanno seguito, in modo progressivo, il tracciato della lotta di classe che ci è indicato come il solo che possa condurre gli operai alla vittoria. Certo, per gli anarchici questo problema è semplice: essi negano lo stato e spingono la loro idiozia fino a negare la necessità di distruggere lo stato. Non si tratta più di discutere con essi se necessiti o meno uno stato di transizione dopo la rivoluzione proletaria, si tratta di sapere se si può fare la rivoluzione senza distruggere prima lo stato.

Bisogna essere molto  chiari a questo riguardo. A Barcellona gli operai si sono impadroniti delle industrie fondamentali nel momento in cui già le loro organizzazioni patteggiavano con la Generalità. I comitati di officina invece di potere erigersi ad organi della dualità dei poteri, dovevano per questo trasformarsi naturalmente in organi di collaborazione di classe.

Perché ci sia dualità di potere bisogna ameno che i comitati di fabbrica espropriati possano trasformarsi in organismi di classe realizzanti la volontà del proletariato di opporre il suo potere a quello del capitalismo: i Soviet. E bisogna che i Soviet medesimi evolvano sotto l’impulso del partito di classe verso una lotta sempre più accentuata contro la macchina statale del capitalismo che non troverà più in tale situazione la forza di fare funzionare in pieno il suo congegno.

In Catalonia i fatti provano che i comitati di officina si sono legati al Comitato centrale delle milizie anti-fasciste costituitosi non per abbattere il regime capitalista presieduto da Companys ma per trascinare gli operai lontano dalle città verso la lotta contro il fascismo. Nella fase più avanzata della lotta il 12 agosto i comitati di officina saranno allacciati al Consiglio superiore dell’Economia che lo è alla sua volta  alla generalità, per assicurare —sulla carta- la realizzazione di un piano economico che avrebbe permesso alla borghesia ed al proletariato di Catalonia d’incamminarsi, a braccetto, verso la realizzazione del … socialismo.

In nessun caso i consigli di officina saranno dunque organi capaci di esprimere un’azione di classe diretta verso la distruzione dello stato capitalista, ma null’altro che esca gettata dalla borghesia per allontanare gli operai da ogni attacco al suo apparato di dominazione. Che cosa importa, in fine dei conti,  che un comitato di operai diriga una fabbrica quando questo comitato è legato a sindacati ed al consiglio economico che si trovano incorporati  allo Stato borghese. Del resto la realtà apparirà meglio espressa da questo aforisma grossolano: “bisogna anzitutto vincere la guerra contro il fascismo” si aggiungerà certo  che bisogna estirpare il fascismo anche sul terreno economico e sociale, ma ciò non sarà compito degli operai che si troveranno al fronte, ma delle organizzazioni repubblicane ed operaie, d’accordo con lo stato capitalista. Concretamente tutto questo vuol dire: i comitati di officina diverranno organismi per attivare la produzione, per impedire agli operai di posare rivendicazioni di classe avanti che il fascismo sia stato battuto.

Evidentemente, per i demagoghi che assimilano rivoluzione a “tumulto”, “violenza”, “fucilate” e che non vogliono comprendere che una rivoluzione significa l’intervento di una classe che posi con la violenza armata il problema del potere politico, la rivoluzione è  bell’e fatta in Ispagna e gli operai, perche lavorano per “loro”, devono logicamente accettare il divieto delle lotte rivendicative che farebbero il gioco del fascismo o dell’ “egoismo” dei proletari. Certamente noi respingeremmo questa concezione assurda anche se il proletariato avesse preso il potere in Spagna, ma resta tuttavia il fatto che oggi gli operai debbono accettare la loro militarizzazione nelle officine ed innumerevoli sacrifici nel nome della guerra “antifascista” mentre lo stato capitalista resta sempre in piedi.

Oggi questi problemi sono ancora più elevati perché i consigli di officina sono stati legati al ministero economico della Generalità diretto dall’anarchico Fabregas e che la collettivizzazione delle aziende viene proclamata ufficialmente in un decreto del nuovo gabinetto del sig. Companys.

Affinché l’espropriazione delle officine possa rappresentare una fase della rivoluzione proletaria bisognava farne una fase dell’assalto violento dello stato capitalista. Legare questa espropriazione a questo ultimo significava in fin dei conti farne un elemento del suo rafforzamento di fronte lo scatenarsi delle battaglie del 19 luglio, facilitare la manovra del capitalismo che lasciava non solo gli operai impadronirsi delle fabbriche ma anche distruggere le chiese, a questa sola condizione che lo stato restasse in piedi per potere spingere gli operai verso i massacri sul fronte militare.

E non si tratta di una semplice affermazione quando noi affermiamo che lo stato capitalista resta in piedi in Catalonia. Le banche a cominciare dalla Banca di Spagna sono restate intatte custodite dalle milizie o dalla guardia civile. La guardia d’assalto, la guardia civile sono state semplicemente “epurate” e in questa ultima sovratutto sono stati introdotti elementi anarchici. La polizia è stata pure “epurata” ma la istituzione è restata in piedi mentre tanto a Barcellona come a Madrid le sezioni di vigilanza e di investigazione dei differenti partiti sono state ingranate ad essa.

Così gli istrumenti della repressione capitalista sono stati tutt’al più epurati ma per nulla distrutti. Possiamo anche aggiungere che mentre la parola d’ordine centrale dei vari partiti era “tutte le armi al fronte”, “disarmo dei militi che restano nelle città”, la guardia di assalto di Barcellona è stata riorganizzata ed armata con gli ultimi mezzi tecnici.

Finalmente, per quanto concerne il problema agrario, possiamo osservare che se fosse vera l’affermazione corrente che sia stata realizzata la rivoluzione nell’agricoltura bisognerebbe ancora provare che il centro dell’evoluzione del capitalismo si trovi là e non nelle città dove lo stato capitalista si va invece rafforzando. Ma se esaminiamo un po’ da vicino risulta che tutte le innovazioni si limitano a questo: i piccoli proprietari sono stati liberati da una parte degli oneri mentre tutte le organizzazioni in pieno accordo con la Generalità hanno proclamato che rispetterebbero la piccola proprietà. Solo le grandi proprietà appartenenti a dei fascisti saranno collettivizzate. Finalmente differenti attività agricole sono state sindacalizzate obbligatoriamente: vendita dei prodotti, compra di materiale, ecc., ecc. Misure tutte che non sono la negazione del sistema capitalista. Del resto dove il problema agrario si pone più acuto come in Estremadura a Salamanca o in Andalusia è stato Franco a risolverlo col massacro dei contadini.

Queste considerazioni ci permettono dunque di concludere che la rivoluzione proletaria è ancora da farsi in Ispagna e fin dall’inizio.

Oggi è il capitalismo che trionfa gettando i contrasti di classe della sua società nel vortice della guerra.