Per una posizione di classe in Ispagna
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È chiaro che la sedizione militare in Spagna non rappresenta una ripetizione dei «pronunciamenti passati», ma bensì un attacco ben preparato da parte della borghesia contro le organizzazioni proletarie e le masse lavoratrici in generale. Non si tratta dunque di soffermarsi agli aspetti esteriori della lotta per concludere aprioristicamente che dal momento che è l’esercito che scatena la lotta noi ci troviamo di fronte ad un sollevamento rituale di caste militari, il cui obbiettivo si limita come nel passato ad imporre tale e tale altra condizione agli organi esecutivi dello Stato borghese, ma occorre stabilire come e perché la borghesia, la classe dominatrice, abbia creduto giunto il momento per sferrare un attacco frontale contro la classe proletaria.
La borghesia spagnola, con la sua struttura confusa e ritardataria doveva tentare una serie di esperimenti nella direzione di ridurre il margine che la separava dallo sviluppo degli altri capitalismi più evoluti soprattutto in vista dei nuovi conflitti inter-imperialisti.
È in questa direzione che si spiega prima della Repubblica il dominio di Primo de Rivera, e nella stessa direzione che si spiegano tutti i tentativi dopo l’avvento della repubblica.
Anche il governo del Fronte Popolare doveva rappresentare per la borghesia un’arma tendente a corrompere le classi lavoratrici al fine di perseguire il suo piano di sviluppo industriale e di maggiore oppressione delle masse lavoratrici. Solo la resistenza affermata dalle masse lavoratrici spagnole attraverso una serie ininterrotta di scioperi e di movimenti proletari doveva spingere la borghesia a delle misure più radicali. Il governo del Fronte Popolare avrebbe ben volentieri lasciato il posto di esecuzione ad altri uomini al servizio della stessa classe se non fosse intervenuta in maniera autonoma ed a tempo la massa lavoratrice di Barcellona e Catalonia in particolare e di qualche altro centro. Non è dunque il falso “cliché” che giornalmente viene servito dalla stampa asservita al Capitale di una lotta fra democrazia e fascismo che si apre in Spagna il 18-19 luglio, ma il tentativo da parte della borghesia di destra e di sinistra di rompere la schiena al proletariato spagnolo che in questi ultimi anni aveva dato prova di una combattività ammirevole. Ed è nella stessa direzione poi che gli Azana e i Companys, i Caballero, ingannano le masse per fuorviarle dai loro obbiettivi di classe e consegnarle così disarmate al fuoco delle mitragliatrici, dei tanks e degli aeroplani dei propri compari Franco e Mola. Non vi è come qualche compagno sembra affermare una capacità demoniaca da parte della borghesia di sapere in anticipo ripartire dei compiti alle proprie comparse, ma semplicemente una continuità “storica” da parte di queste forze che sono l’espressione di una determinata classe. Il proletariato non può vincere e nemmeno difendersi sotto la bandiera e sotto la direzione del suo irriconciliabile nemico, esso non può, se accetta questa impostazione, che scavare la propria fossa. Stabilito dunque che la posta della lotta è fra rivoluzione e contro-rivoluzione, fra borghesia e proletariato, fra comunismo e capitalismo, restano da stabilire i compiti delle masse e le condizioni che possono determinare la sua vittoria.
Doveva il proletariato spagnolo prendere le armi il 18 e il 19 luglio? Indubbiamente sì. Mille volte sì, e nessuno credo abbia il coraggio di affermare il contrario. Quello che ci divide oggi non è che vi siano fra noi dei “neutralisti” ma piuttosto differenti impostazioni del problema della lotta proletaria.
Cosa doveva fare il proletariato quando a Barcellona si era reso padrone della città e della provincia? Doveva lasciare ingannare le masse facendo credere loro che la conquista del potere politico avrebbe rappresentato per lui un indebolimento della lotta contro Franco od invece dire apertamente che solo questa conquista, e la più completa, rappresentava la condizione fondamentale per una lotta vittoriosa e definitiva contro tutte le forme di oppressione della borghesia? È qui che si trova il nocciolo della questione e non altrove.
Per un comunista è indubbio che in ogni movimento di masse, in ogni sollevazione sociale, il problema capitale resta quello di sapere quale è la classe che detiene ancora il potere per saper distinguere il carattere della lotta e determinare la sola posizione che può occupare la classe proletaria.
Dunque fino dal primo giorno la parola d’ordine di un partito comunista o anche di una frazione comunista (che in tale clima si trasforma immediatamente in partito) era quella della conquista del potere politico attraverso la instaurazione dei suoi organi naturali: i Soviet. Gli avversari di questa parola d’ordine, cioè di tutto il potere al proletariato in armi, in buona fede o in mala fede, fatto che non ha nessuna importanza in dette circostanze, non possono essere giudicati che come delle forze ostili agli interessi delle masse lavoratrici e di cui il proletariato, maggiormente quando una grandissima parte si trova armata, deve liberarsi se vuole vincere.
Solo questa impostazione avrebbe e potrebbe rompere la manovra accerchiante di tutti i traditori che fanno del sangue del proletariato spagnolo versato un’arma di speculazione per meglio incatenare il proletariato mondiale al carro delle rispettive borghesie in vista della preparazione della guerra. Ma — dei compagni possono aggiungere — : nella assenza di questa forza capace di impostare il problema sulle sue vere basi di classe, la frazione non potrebbe orientare i suoi sforzi per coadiuvare con quel Partito o quella corrente più affine alle nostre posizioni, per poi, all’apparire di una tendenza fondamentalmente omogenea e comunista nel seno di questa, determinare una scissione e passare così alla fondazione di un partito comunista?
Il grado di affinità non si misura col metro delle declamazioni rivoluzionarie ma al contrario sulla base della fedeltà ai principi fondamentali della rivoluzione proletaria che questi organismi hanno durante avvenimenti e convulsioni sociali in cui questi vengono messi dagli avvenimenti stessi in gioco. Se ieri le nostre divergenze con il P.O.U.M., gli anarchici ed i sindacalisti, dovevano limitarsi al campo della dottrina, dando adito a delle polemiche che molti proletari potevano giudicare come oziose, oggi, quando questi organismi compongono con la borghesia, quando partecipano ad un governo di coalizione, la nostra separazione deve essere brutale ed inequivocabile. È allora che ogni affinità di classe scompare perché queste forze hanno rotto col proletariato trasformandosi in organi di collaborazione fra le classi.
Non è concepibile un “armistizio” della lotta su uno dei fronti della borghesia. È vero che esistono differenti fasi della lotta, ma esse si sviluppano alla sola condizione di conservare nell’azione una continuità di classe inequivocabile. I bolscevichi, nel 1917, un mese avanti la rivoluzione, potevano vincere Kornilov appunto perché sviluppavano in una maniera marcante la loro lotta contro Kerenski. E questa vittoria si spiega non sulla falsa riga che potrebbe far credere ad alcuni compagni ad un “armistizio” tacito fra bolscevichi e governo provvisorio, ma bensì sulla linea opposta dello spostarsi delle masse ad una velocità fantastica sul piano della rivoluzione proletaria che si esprimeva nell’azione dei bolscevichi. E questo spostamento era determinato fondamentalmente dal fatto della lotta senza quartiere contro il governo provvisorio che aveva partorito Kornilov e che rappresentava il pericolo minacciante di tutti i giorni per la vittoria rivoluzionaria del proletariato.
Il concetto della indipendenza non ha valore declamatorio per il partito della rivoluzione, ma questo rappresenta la pietra angolare di tutta la sua azione di classe. Questa indipendenza cessa di esistere quando si ammette di poter far parte, in omaggio anche ai più alti ideali od intenzioni, ad un’organizzazione di un partito il quale prima si differenziava su questioni fondamentali di programma dalla nostra frazione ed appunto per questo oggi partecipa al governo di coalizione della Catalonia. Indipendenza forse, questa, di intenzioni ma non di azione. E dato che in politica le intenzioni, anche le più sublimi, possono coprire le azioni più pericolose e più perniciose per le masse lavoratrici, un comunista — se vuole restare tale — deve attenersi a giudicare esclusivamente i partiti ed i suoi aderenti sul campo materiale e controllabile dell’azione.
Ma allora, si dirà, voi scartate che i proletari spagnoli si battano con la convinzione di immolarsi alla loro causa, alla causa di tutti gli sfruttati? È certo che il proletariato spagnolo ha la piena convinzione di lottare per i suoi interessi di classe; ed in effetti, tutte le manifestazioni, come quelle dell’espropriazione parziale delle terre, delle officine, o della giustizia fredda, senza contorni giuridici dei suoi nemici più odiati, clero e polizia, portano il suo sigillo e rappresentano la forza dinamica che solo questa classe rappresenta; ma se queste azioni rappresentano tante manifestazioni spontanee, esse disgraziatamente non arrivano a capovolgere l’edificio, tutto l’edificio, del regime di oppressione. Per questo il problema centrale resta ancor più impellentemente quello di orientare queste energie verso i suoi obbiettivi storici, smascherando tutte quelle forze che nel corso della lotta, rappresentano un freno all’azione di classe trasformandosi in tante forze conservatrici.
Prima Franco e poi Companys, prima Saragozza e poi Barcellona è il leit-motiv di tutti i nuovi ministeriabili. Questo fa ricordare un tempo recente, quando il proletariato cinese, in piena effervescenza, tentava di trasportare sul piano dell’azione le proprie rivendicazioni di classe. Anche allora lo stesso ritornello: prima schiacciamo i nordisti e poi faremo i Soviet. Prima schiacciamo Cian-So-Lin e poi abbatteremo Cian-Kai-Chek. I risultati li conosciamo. Solo un eroico gruppo di proletari di Sciangai dovevano nel sangue immolare le loro energie alla causa del proletariato. E l’azione di poi non fu più quella del proletariato ma quella del suo boia che dopo aver asservito con l’aiuto diretto del centrismo contro-rivoluzionario le masse sfruttate ad una causa diametralmente opposta, le faceva decimare dai suoi plotoni di esecuzione. Oggi nella Spagna la borghesia ha compreso che per evitare o per rinviare all’ultimo istante una reazione spontanea delle masse lavoratrici contro il suo edificio barcollante doveva servirsi nelle zone controllate dai “governamentali” degli stessi responsabili delle organizzazioni operaie.
Si comprende che questa operazione doveva comportare nella forma le più larghe concessioni, dando luogo, come dice giustamente Michel, ad un “riformismo epilettico” pur di conservare anche sotto questa forma il potere politico. Per essa si trattava di rifrenare una spinta ulteriore delle masse che avrebbero potuto compromettere non solo il controllo del regime nella Catalonia, ma che avrebbero con questo potuto determinare una ascesa vertiginosa della lotta di classe anche nelle zone martoriate dal militarismo di Mola e di Franco. La collusione fra Franco e Campanys, fra Campanys ed i nuovi ministeriabili, si realizza dunque non in omaggio ad una capacità demoniaca e sopranaturale stabilita in anticipo dalla borghesia, ma bensì sul piano reale e concreto della lotta di classi che trova negli avvenimenti spagnoli i suoi attori, determinando per ciascuno il ruolo specifico, scaraventandoli sulla ribalta pubblica, in cui la prerogativa del buffone, o del brillante o del comico, viene appunto recitata dagli anarchici i quali, da nemici di ogni autorità, di ogni organizzazione, di ogni governo anche proletario, partecipano in veste di ministri al fianco di autentici ministri borghesi al governo della Generalidad.
E se individualmente si esaminano le forze politiche che agiscono attualmente nella Spagna, con la più completa serenità, senza nessun apriorismo, non si può che concludere che il proletariato spagnolo sarà massacrato, non perché a lui manchi un eroismo ed una combattività come d’altronde tutto il proletariato mondiale è solo capace, non perché gli manchino dei mezzi o dei quadri tecnici militari, ma esclusivamente perché si trova politicamente disarmato ed internazionalmente isolato.
Non è possibile con queste forze asservite ormai al carro della borghesia stabilire una tregua, fosse essa di 24 ore. E pure la formula di prima Franco e poi Campanys racchiude appunto questa tregua. Essa compromette e non permette una fase più evoluta della lotta. Essa disarma e non arma le masse proletarie. Essa le disarma anche se questo dovesse comportare — agli effetti — un maggior numero di fucili o di mitragliatrici.
Essa rappresenta lo stesso inganno della formula ufficiale del Fronte Popolare che invita le masse operaie a fare pressione sui rispettivi governi borghesi per inviare delle armi e degli aeroplani al proletariato spagnolo. Si possono avere delle divergenze sulle origini degli avvenimenti e sul peso che nei primi giorni aveva rappresentato la massa operaia. Si possono avere anche delle divergenze sul grado di spontaneità raggiunto dalle masse il 18 e 19 luglio e sul grado di resistenza eroica di nuclei proletari di domani ed anche sulla eventualità di una Comune come tentativo disperato ed estremo delle masse che si accorgono di essere state ingannate, ma esse non oltrepassano i limiti e le frontiere delle posizioni fondamentali della frazione. Le divergenze però diventano incompatibili quando nell’azione si sacrifica la indipendenza politica e ci si arruola nelle milizie di un Partito prima che non era fondato sui principi comunisti e poi si resta ad esserlo anche quando questo partecipa al governo con la borghesia.
Si possono avere delle divergenze sulla parola d’ordine della diserzione dei fronti, ma non si possono avere quando questo dovesse tradursi come risultato inevitabile dello sviluppo della lotta di classe. La disciplina ed il comando unico che si sta realizzando rappresenta la fusoliera che si vuole imporre alle masse ed alle milizie nel nome della vittoria contro Franco, ma in effetti per conservare e rifrenare lo sviluppo dell’azione rivoluzionaria del proletariato. Nessuna esitazione è possibile in tale circostanza per un comunista. Esso deve opporsi con tutti i mezzi perché anche il subirlo significherebbe partecipare al disarmo politico delle masse. Ed a tali parole d’ordine non è possibile affermarsi che su quelle di tutto il potere politico al proletariato perché lui solo può determinare una disciplina volontaria e realizzare il comando unico.
Si possono avere delle divergenze sul fatto di giudicare l’armamento proletario in sé, spontaneo, come elemento negativo o positivo per l’apertura di una crisi rivoluzionaria; ma anche qui la divergenza si limita al campo della prospettiva e solo gli avvenimenti possono darne poi la risposta definitiva. Per concludere, si può anche ritenere, come io ancora sono convinto, che gli avvenimenti presenti possono fecondare ed orientare delle forze ristrette, è vero, verso la fondazione dei quadri di un partito comunista, anche se questo dovesse avvenire dopo una disfatta ed all’estero; ma tutte queste divergenze scompaiono di fronte ad una impostazione che comporta l’abbandono delle posizioni fondamentali della frazione, quando si fa della indipendenza politica un semplice paravento od una semplice affermazione declamatoria.
Il dilemma per il proletariato spagnolo si racchiude in due frasi, per vincere Franco occorre vincere il capitalismo, e la vittoria di questo si realizza dove questi è il più debole. Mentre il concetto inverso, della vittoria prima su Franco e poi su Campanys, porta non alla rivoluzione ma alla fossa comune, al massacro dei proletari, come a Bandajoz, come a Irun, Come a San Sebastiano, come a Toledo.
PIERI