Cristo rosso vale cristo nero
Categorie: Partito Comunista Italiano, Religion
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Ci eravamo abituati al pensiero di una normale coesistenza nei partiti operai già a tradizione laica dei credenti nel verbo cristiano e persino dei professanti di questa religione, da quando soprattutto Togliatti aveva reso noto che l’adesione al suo partito non impediva che l’iscritto potesse credere oltre che a Stalin anche a Cristo, o a Budda o a Maometto. Questa impressione era stata rafforzata nel periodo d’oro della politica togliattiana, all’epoca cioè dell’esarchia e del tripartito, quando ragioni di equilibrio parlamentare e di accaparramento di voti di operai cattolici aveva consigliato il nanerottolo duce del nazionalcomunismo di mollare un po’ nella politica di intesa con gli sparuti raggruppamenti del radicalismo massonico, e accostarsi di più agli uomini del Vaticano e dell’Azione cattolica.
Si viveva allora nel clima storico dell’intesa democratico – papalina, nel quale l’approvazione dell’art. 7 avrebbe segnato il momento più felice, la conquista più duratura della saggezza rivoluzionaria dei rappresentanti al parlamento e al governo del paese del P.C.I. Nelle sedi di questo partito si allestivano allora presepi a ricordo dell’umile, proletaria nascita di Cristo; e numerosi i giovani comunisti si accostavano compunti ai santi sacramenti e sfilavano oranti e armati di vessilli di confraternite e di robusti ceri in processioni parrocchiali da commuovere le più zelanti e incarognite bacchettone di nostra santa madre chiesa.
Poi questo connubio di Cristi, diversi nel colore, ma pur tanto uguali nella loro essenza, si è rotto come d’incanto. Che sarà oggi di tutti quei comunisti… cattolici, di tutti quei giovani, praticanti religiosi che erano andati a ingrossare le file del partitone di Togliatti? Che sarà di essi e della loro coscienza religiosa oggi che i compagni di ieri vanno scindendosi sul fronte della battaglia anticlericale?
Conviene intendersi anche sulla natura di questo schieramento che riprende a pretesto i motivi già troppo noti e sfruttati della recente storia d’Italia: clericalismo risorgente che ripone dialetticamente – dialettica formale, si capisce – il problema di un anticlericalismo vivo e pugnace.
Abbiamo già sentito rispondere col grido di: «viva il 20 Settembre» all’altro di: «viva il papa»; non dovremo attendere molto per assistere al reciproco scambio di anatemi tra la chiesa ortodossa alleata di Stalin e la chiesa cattolica alleata di Truman.
I motivi del dissidio imperialista sono gli stessi che caratterizzano la strategia capitalista d’un apparente, specioso conflitto tra religiosità chiesastica e religiosità laica, tra credo e credo per il consolidamento del regime di proprietà e dello schiavismo economico e politico sul proletariato.
Questo è il problema centrale che il partito di classe deve porre chiaramente di fronte alla coscienza del proletariato nel momento stesso che i partiti del tradimento operano la conversione tattica della lotta anticlericale, che è in definitiva un diversivo tattico per impedire alle masse operaie di prendere coscienza dei loro problemi di classe oppressa.
Le forze dell’avanguardia rivoluzionaria come si posero contro l’anticlericalismo massonico fatto di retorica e di scientismo positivista dei vari Podrecca del vecchio socialismo riformista e parlamentare, così ripudiano e disprezzano l’anticlericalismo odierno di Togliatti e soci che puzza di preteria lontano un miglio.
Le forze dell’avanguardia rivoluzionaria non fanno professione d’anticlericalismo, ma si proclamano areligiose. L’anticlericalismo addormenta le masse e salva la religione dal privilegio; l’areligiosità attiva e operante scardina il capitalismo da uno dei suoi maggiori pilastri; è un’arma della lotta rivoluzionaria.
Non ci nascondiamo le difficoltà e la durezza di questa lotta nel paese centro della cristianità tra una popolazione operaia che trasmette da una generazione all’altra la tradizione della pratica religiosa alla stesso modo di una tabe ereditaria.
Purtroppo la storia di questa povera Italia, è la storia della chiesa in quanto puntello del privilegio feudale, poi privilegio imperiale, del sacro romano impero e quindi privilegio borghese capitalista. Ha i suoi alti e bassi; ogni volta si riprende e continua.
Nel capitalismo morente la chiesa appare più viva che mai; si alimenta di questa morte lenta che pervade il più vivo, il più prodigioso dei regimi economici e politici datici dalla storia del mondo, con la tecnica sperimentata di chi ha saputo industrializzare la morte. Infatti nessuno ha mai eguagliato la chiesa in questa tecnica.
Il fascismo ha dovuto le sue fortune maggiori alla chiesa, e la chiesa ha cantato le sue esequie; la repubblica sorta dalla guerra di liberazione ha avuto il battesimo di sangue in nome del Cristo rosso, ora è già sotto la protezione del Crista nero. Chi può garantire che non si rendano necessarie nuove esequie, sia pure alla repubblica per la salvezza del capitalismo?
Questa è la chiesa, questa la sua essenza, questa la sua missione che compie con la capacità e la forza che le provengono da una organizzazione universalistica e secolare, dalla dominazione delle coscienze e dall’oscurantismo.
La religiosità laica anche quando si estremizza in posizioni di aperto anticlericalismo, appare come un momento indispensabile, una polemica a rima obbligata in questo perenne rivivere della chiesa. In una parola l’anticlericalismo puntella la chiesa e questa il capitalismo.
La fine storica del capitalismo deve segnare la fine della chiesa, di tutte le chiese in quanto ingranaggi della stessa organizzazione economica. Quando la rivoluzione proletaria avrà strappato alla chiesa la sua base economica, i suoi privilegi di casta e la suggestione della sua potenza, anche la sua mistica rientrerà tra le ombre del medioevo, poiché il socialismo in quanto regime di libertà e negazione di ogni privilegio economico e spirituale annulla il presupposto d’ogni ideologia religiosa e di tutte le chiese.