Lezioni della controrivoluzione: Spagna 1936-39 Pt.1
Categorie: Antifascism, Spain, Spanish Civil War
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Se la “tattica” antifascista dell’Internazionale Comunista negli anni ’30 riuscì a distogliere il proletariato occidentale dai suoi scopi e dal suo programma rivoluzionario, e a fargli appoggiare politicamente la seconda guerra imperialista mondiale come pseudo-crociata antifascista, non vi fu in nessun luogo una vera e propria lotta – cioè lotta armata col carattere di guerra civile – contro il fascismo. Essendo restate fino allora del tutto verbali e parlamentari le imprese dell’antifascismo (i soli episodi di lotta reale verificatesi in Italia erano d’ispirazione anticapitalistica e comunista, non antifascista e democratica), esso sarebbe stato assai male armato per prendere il timone della guerra contro le potenze dell’Asse nel nome della pretesa comunanza d’interessi tra proletariato e borghesia democratica, se gli avvenimenti di Spagna, nel periodo fra il 1936 e lo scoppio del secondo conflitto imperialista, non fossero venuti a conferire un’apparenza di realtà alla maniera di presentare la storia ormai propria dell’opportunismo: non più conflitto di classi radicate ciascuna in tipi di società totalmente opposte, ma lotta “tra le forze della democrazia e quelle del fascismo”. Avendo ricevuto in Spagna una specie di battesimo del sangue, questa tesi vuota e assurda, smentita da tutta la storia precedente – per non dire dai principî del marxismo – prese una forza e un ascendente mostruosi, fino a trasformarsi in ideologia del nuovo massacro imperialista.
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Tanto basterebbe perché, a trent’anni di distanza, la “rivoluzione” e la guerra di Spagna del 1936 meritino l’attenzione di tutti coloro che vogliono trarre una lezione dalla controrivoluzione allo scopo di orientarsi rivoluzionariamente nel triste marasma d’oggi: perché, esaminandole a sangue freddo e con i vantaggi del distacco storico, è molto facile scoprire che questa “rivoluzione” e questa guerra provavano tutto il contrario di quello che l’opportunismo, sfruttandole senza scrupoli, pretende di provare.
Ma il loro interesse non si limita a questo, perché esse illuminano crudamente il senso di un’altra lotta che forse non è ancora divenuta del tutto “inattuale”: quella del marxismo rivoluzionario (che al tempo della vittoria di Stalin i suoi avversari s’erano affrettati a rinchiudere nella stessa tomba della grande rivoluzione d’ottobre 1917) contro l’anarchismo, rinvigorito dalla disfatta del proletariato. La Spagna del 1936 era infatti la terra di elezione dell’anarchismo, che ebbe allora un’occasione unica di fare le sue “prove rivoluzionarie” ma che, in pieno slancio insurrezionale, subì il più madornale fiasco che qualunque corrente, qualunque scuola di lotta politica e sociale abbia forse mai dovuto patire alla dura prova dei fatti. Così l’anarchismo, le cui debolezze teoriche e pratiche erano sempre state più che evidenti, ma a cui la disfatta del proletariato al tempo della controrivoluzione russa permetteva di gridare alle “fatalità reazionarie” sedicentemente contenute nel marxismo, fece da parte sua la prova dell’impotenza fatale realmente contenuta nel suo apoliticismo, nella sua ostilità al centralismo, e nella sua ideologia democratica e libertaria.
A differenza da quanto si verificò in Russia, altro paese di capitalismo arretrato, tutta la storia del movimento operaio in Spagna è caratterizzata dall’impotenza del proletariato a costituirsi in classe indipendente di fronte a una borghesia industriale tanto debole e tanto indissolubilmente legata ai latifondisti agrari da esser difficilmente individuabile dietro i suoi travestimenti politici.
Questa impotenza prese due forme: anzitutto ed essenzialmente quella dell’anarchismo, che si adattava bene ai lavoratori di una industria che conservava da tempo e in grande proporzione i caratteri dell’epoca manifatturiera, e ancor più ai mille strati poveri delle città e ai contadini miserabili del latifondi; in secondo luogo, e principalmente nelle zone di grande industria moderna, la forma di un socialismo riformista ed elettoralista, tuttavia capace, in periodi di crisi, dei più straordinari travestimenti “rivoluzionari”.
Questa impotenza prolunga quella della borghesia medesima, nell’epoca in cui poteva ancora giocare un ruolo rivoluzionario, perché il proletariato non era lì a minacciarla. La borghesia si lasciò sfuggire tale occasione per i suoi compromessi con la potenza conservatrice della Chiesa e per le sue concessioni ai pregiudizi popolari durante la guerra d’indipendenza contro la Francia napoleonica (1808-1814), insomma per quel che Marx chiamò la sua mancanza di audacia rivoluzionaria, e mai più la ritrovò. È così che il capitalismo spagnolo si sviluppò faticosamente – e soprattutto come prodotto d’importazione straniera – nell’involucro di uno Stato dinastico periodicamente scosso dai tentativi rivoluzionari di un liberalismo sempre più impossibile e non giunto mai a completare la rivoluzione politica da cui altrove era nato lo Stato centralizzato moderno.
Se i mille legami che uniscono il socialismo riformista al regime capitalista sono evidenti – non fosse che per la sua periodica partecipazione ai governi borghesi – potrà sembrare paradossale affermare che lo schieramento della classe operaia spagnola sul fronte dell’anarchismo non le assicurava alcuna reale indipendenza di classe.
Gli anarchici non si limitarono all’astensionismo, oscillando tra i rifiuti di principio e i compromessi pratici. Per esempio nel 1873 parteciparono tranquillamente ai governi locali o alle giunte dei repubblicani federalisti, fautori dell’assurda insurrezione cantonalista, compromettendo così la Prima Internazionale agli occhi delle masse e dando al mondo, come rimproverò loro Engels, «un esempio magistrale di come non si debba fare una rivoluzione».
Il fatto è che la indipendenza di classe non è “l’autonomia”, tanto rivendicata dagli anarchici: è la facoltà del proletariato di agire in tutti gli stadi della sua lotta in funzione del suo programma comunista, secondo i suoi propri principi e metodi, il che suppone la facoltà di riconoscere esattamente il nemico di classe sotto tutti i travestimenti in cui può presentarsi. Una simile facoltà non poteva non mancare a un movimento il cui programma si limitava all’utopistica “soppressione dello Stato” per decreto, un movimento nel quale i principî antiautoritari, esasperazione dell’individualismo democratico borghese, tenevano il posto della dottrina della coscienza di classe e dell’intelligenza storica, e i cui metodi consistevano in un insurrezionalismo locale del tutto sconsiderato.
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Questa impotenza del proletariato spagnolo – pur duramente sfruttato e profondamente rivoluzionario nel senso stretto della parola – a costituirsi in classe, cioè in partito di rivoluzione e di riorganizzazione sociale, anziché in forza elettorale, diede nel 1936 i frutti più mostruosi. Cosa significò una insurrezione intesa a schiacciare il pronunciamento di Franco, ma aliena dal forgiarsi un potere rivoluzionario centralizzato, se non l’illusione del proletariato spagnolo di avere per unico compito portare a termine nel XX secolo una rivoluzione del secolo precedente, e di imporre, esso, a una società capitalista arcaica e retriva la forma tipicamente borghese, ed eventualmente riformista, divenuta da tempo il principale ostacolo alla rivoluzione sociale?
Anche se animato dalle più generose utopie sociali, un simile tentativo non poteva che fallire, la «vecchia reazione militare, borghese e latifondista di sempre» reincarnata nel franchismo e battezzata impropriamente “fascismo” – il fascismo è una forma politica ultramoderna, non arcaica – la spuntò sulla eterogenea coalizione di classi del campo “repubblicano” per superiorità politica più che militare.
Non solo: nel seno della coalizione repubblicana le forze apertamente borghesi e conservatrici che si stringevano intorno al Partito Comunista s’incaricarono di dimostrare al proletariato come in loro, secondo le parole di Marx, «l’utopia si trasforma in crimine non appena cerca di realizzarsi nei fatti».
Il proletariato spagnolo non aveva saputo trarre dalla lotta fra bolscevichi e menscevichi russi l’insegnamento universale: che nel XX secolo la rivoluzione è proletaria e comunista, oppure si trasforma nel più breve tempo in controrivoluzione. Quando sfuggiva alle seduzioni dell’anarchismo cadeva nella rete di un piatto socialismo riformista, di un partito che a suo tempo aveva rifiutato in blocco di aderire all’Internazionale di Lenin.
Il tentativo, d’altronde debole e contraddittorio, del POUM di impiantare il marxismo rivoluzionario in Spagna aveva appena sfiorato la classe proletaria, appunto in ragione della sua debolezza e delle sue contraddizioni.
Nelle questioni essenziali il proletariato aveva continuato a seguire in massa l’anarchismo, che, fautore della fossilizzazione della rivoluzione spagnola del XX secolo negli schemi del passato o, se si vuole, della sua deviazione liberale in politica e utopista in campo economico e sociale, fu anche il primo anello della controrivoluzione.
Il secondo anello fu quello dell’alleato borghese della coalizione “repubblicana” (riconosciuto e denunciato troppo tardi e d’altra parte non chiaramente), che questa volta assunse i tratti non già del repubblicanesimo borghese, ma dello “stalinismo”.
Solo molto tardi – quando il proletariato aveva cessato di partecipare come classe al conflitto, quando finì per disinteressarsi come classe ai suoi scopi ultimi e gli operai erano solo costretti come gli altri cittadini a combattere nell’esercito repubblicano – un terzo anello si aggiunse a completare la catena della controrivoluzione: la vittoria franchista.
Trent’anni dopo c’è ancora chi rimprovera gli anarchici di aver tradito i propri principi rivendicando l’assurdità di poter riportare la rivoluzione alla sua infanzia. Ancor più numerosi sono coloro che rimpiangono che la repubblica sia stata battuta, come se avesse avuto maggior senso fermarsi al secondo anello del processo controrivoluzionario. Le rivoluzioni come le controrivoluzioni sono come i fiumi: nessuna volontà può impedire che seguano il loro corso.
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Questo scarno schema non ha nulla d’arbitrario, risponde alla critica marxista, vecchia di quasi un secolo, del falso estremismo libertario, e della democrazia borghese e del riformismo operaio da parte di Lenin già molto prima della ricostituzione dell’Internazionale rivoluzionaria; deriva dall’immensa esperienza storica che va dalle grandi rivoluzioni classiche della borghesia alla rivoluzione proletaria del 1917 in Russia. Senza questo schema non è possibile decifrare i fatti ingarbugliati della rivoluzione e della guerra spagnola del 1936.
La vittoria elettorale del Fronte Popolare, dopo lo scioglimento delle Cortes, che a sua volta seguivano l’insurrezione operaia delle Asturie, la sua repressione e il consolidamento borghese del “biennio negro”, fu il segnale d’una intensa agitazione sociale di carattere sia politico (liberazione dei prigionieri politici) che economico (rivendicazioni salariali) e interessante anche le campagne (Estremadura, Andalusia, Castiglia, Navarra).
Tuttavia a questa tensione sociale non corrispose un chiaro orientamento politico del proletariato. Il patto elettorale per la “battaglia contro la destra” prima delle elezioni di febbraio aveva riunito organizzazioni del tutto disparate: partiti repubblicani di sinistra, il partito socialista e il sindacato socialista UGT, il partito sindacalista, il partito comunista e perfino il movimento di opposizione del POUM, il che prova in modo eloquente l’assenza di una delimitazione di classe. Il programma adottato da questa alleanza contro natura era puramente e semplicemente il vecchio programma repubblicano: riforma delle Cortes, delle municipalità, riorganizzazione delle finanze, protezione della piccola industria, sviluppo di lavori pubblici e, sulla carta, una volta di più, riforma agraria. Era un programma che, abdicando a ogni ombra d’indipendenza, i partiti operai avevano accettato tale e quale, sebbene ognuno dei suoi punti “apparisse una beffa”. Se gli anarchici erano rimasti fuori da questo vergognoso fronte, avevano tuttavia partecipato questa volta alle elezioni contro una promessa di amnistia politica.
I partiti operai sostengono, senza parteciparvi, il governo, composto di repubblicani borghesi. Sentendo avvicinarsi la bufera il partito socialista, che nel 1931 non aveva temuto di fare del ministerialismo nel primo governo repubblicano, invoca ora i principi e la necessità di mantenere la propria indipendenza. Mentre il demagogo Largo Caballero, ex-ministro dello Stato borghese, tenta di anticipare le mosse dei concorrenti agitando la parola d’ordine del “governo operaio“, e perfino di una “dittatura del proletariato”, esercitata da un partito ultrariformista come il suo, mentre moltiplica le “aperture” in direzione degli anarchici e invita retoricamente i repubblicani ad andarsene, va maturando il colpo di Stato militare, destinato a “ristabilire l’ordine” turbato dai movimenti operai e contadini. Il 17 luglio scoppia. L’opportunismo socialista, correndo ai ripari e smentendo le sue pretese di esercitare la dittatura del proletariato, mendica dal governo delle armi, che questo gli rifiuta.
Si costituisce un nuovo governo, mentre l’insurrezione dell’esercito riporta vittorie su vittorie in Andalusia – dove Cordova e Siviglia cadono grazie alla complicità dello Stato e alla stolta fiducia che le organizzazioni operaie concedono al potere legale – e nel Nord, a Saragozza, Oviedo e regioni vicine. Invece a Barcellona, a Madrid, nei Paesi Baschi, a Valenza, a Malaga l’insurrezione fallisce sia per la risposta operaia sia per indecisione. Una parte della Spagna è nelle mani dell’esercito, un’altra, apparentemente, nelle mani delle masse proletarie e popolari armate, perché nel cozzo lo Stato repubblicano è andato in frantumi e sono sorti dovunque dei comitati che raggruppano “democraticamente” i rappresentanti di tutte le organizzazioni operaie ed esercitano le funzioni tanto legislative quanto esecutive al posto delle autorità legali svanite o nascoste nell’ombra.
«Reazione difensiva all’origine, la risposta operaia è divenuta offensiva e aggressiva»: un «terrorismo di massa» si scatena sui parroci, i padroni piccoli e grandi, gli uomini politici borghesi, i giudici, i poliziotti, le guardie carcerarie, le spie e i torturatori. Le organizzazioni sindacali prendono provvedimenti di confisca o di controllo di aziende industriali e commerciali, dei trasporti collettivi, dei servizi pubblici, ecc. In alcune zone rurali nascono delle comuni libertarie che, velleitarie, aboliscono per conto proprio il denaro. Tutto questo evidentemente esce dal quadro dello “antifascismo politico” in cui i partiti opportunisti vorranno far rientrare di forza il movimento, e attesta tutta la violenza dell’antagonismo sociale, del conflitto fra capitale e lavoro. Ma non basta per fare una rivoluzione proletaria moderna.
Una rivoluzione è essenzialmente una questione di potere e di programma, non di forme di organizzazione. Nella Spagna del luglio 1936, in cui tanti falsi marxisti hanno creduto e ancora credono di vedere una “dualità di potere” fra proletariato e borghesia, nessun partito, nessuna forza pone in realtà il problema del rovesciamento della repubblica borghese incarnata dal governo Giral, con il pretesto che avrebbe “perduto ogni importanza”.
Questi falsi marxisti evidentemente tirano una analogia con la situazione in Russia da Febbraio ad Ottobre 1917 nella quale lo stesso Lenin parlava di dualità del potere fra i soviet da un lato e il governo dall’altro. Però Lenin aveva di fronte una situazione risultato di decenni di lotta di classe nella quale, a differenza di quanto stava succedendo in Spagna, era coinvolto il partito bolscevico. È assurdo immaginare che in Spagna, dove un tale partito non esisteva, la situazione presentasse senz’altro le stessa potenzialità rivoluzionarie, che ci fosse un “dualismo di poteri”, quando mancava la “direzione rivoluzionaria” concepita come intervento dall’esterno. Non esiste da un lato il processo di sviluppo del partito e dall’altro la maturazione del proletariato per la presa del potere: non c’è che una unica lotta di classe nella quale la presenza o l’assenza del partito è la misura più sicura e precisa della capacità del proletariato di affrontare i suoi compiti storici.
In Spagna tutte le iniziative sono locali: ogni città, ogni azienda, ogni villaggio agisce per proprio conto, senza preoccuparsi di un piano d’insieme. I nemici dichiarati della rivoluzione sociale – socialisti collaborazionisti, e soprattutto falsi comunisti – attendono per porre, a modo loro, la questione del potere, che la bufera passi. Solo il 4 settembre si costituisce il “governo operaio” di Largo Caballero, d’altronde espressamente designato dal repubblicano borghese Giral come il solo in grado di “governare” la Spagna in ebollizione, cioè farla rientrare nell’ordine. Ma nelle settimane incandescenti dal 21 luglio al 4 settembre gli anarchici, falsi estremisti, rifiutano di porre il problema del potere e quindi di «colmare il vuoto aperto dallo sfacelo dello Stato repubblicano».
In Catalogna, in cui dominano la situazione, fin dal luglio e nel fuoco degli avvenimenti il loro preteso apoliticismo si rivela una volta di più come opportunismo pronto a tutte le collaborazioni. E se ne vantano: «Noi potevamo essere soli, imporre la nostra volontà assoluta, proclamare decaduta la Generalità di Catalogna e imporre al suo posto il vero potere del popolo [sic]; ma non credevamo alla dittatura quando si esercitava contro di noi e non la desideravamo quando potevamo esercitarla a nostra volta a spese degli altri. La Generalità sarebbe rimasta al suo posto con alla testa il presidente Companys e le forze popolari si sarebbero organizzate in milizie per continuare la lotta per la liberazione della Spagna».
Così nacque il comitato centrale delle milizie antifasciste di Catalogna, in cui gli anarchici si vantarono di aver fatto entrare «tutti i settori politici, liberali e operai» e in cui molti pseudo marxisti hanno voluto vedere un “potere proletario”, come se un vero potere proletario non avrebbe subordinato la lotta militare contro l’offensiva franchista al perseguimento della rivoluzione sociale e come se avrebbe potuto tollerare nel suo seno dei “liberali”!
Così nacque, alcune settimane dopo, il nuovo governo centrale, a cui solo un mese e mezzo dopo la sua costituzione gli anarchici non solo accetteranno ma chiederanno di partecipare, facendo strame di tutti i loro pretesi principi, rivelando l’opportunismo che si dissimulava dietro le loro pose libertarie e insurrezioniste: «L’entrata della CNT nel governo centrale è uno dei fatti più importanti che la storia del nostro paese abbia registrato. La CNT è sempre stata per principio e convinzione antistatalista e nemica di ogni forma di governo (…) Ma le circostanze hanno cambiato la natura del governo e dello Stato spagnolo. Il governo ha cessato di essere una forza di oppressione contro la classe operaia, così come lo Stato non è più l’organismo che divide la società in classi [sic!]. Entrambi cesseranno a maggior ragione di opprimere il popolo con l’intervento della CNT nei loro organi».
Così terminava la prima fase della controrivoluzione, quella decisiva. Le altre due seguiranno con logica implacabile. Il corso degli avvenimenti mostrerà cosa la “rivoluzione” e la guerra spagnola abbiano storicamente provato: non la realtà di un conflitto fra democrazia e fascismo, ma il ruolo controrivoluzionario e anti-proletario dell’antifascismo, sanguinosa bandiera della seconda guerra imperialista mondiale; e, in particolare, la natura profondamente opportunista dell’anarchismo.