Lezioni della controrivoluzione: Spagna 1936-39 Pt.2
Categorie: Spain, Spanish Civil War
Articolo genitore: Lezioni della controrivoluzione: Spagna 1936-39
Questo articolo è stato pubblicato in:
Slancio proletario e tradimento opportunista
È un fatto che, malgrado la sua mancanza di unità, il suo particolarismo provinciale e la sua estrema confusione in merito al problema delle condizioni politiche e delle vie della sua emancipazione, la risposta operaia al colpo di Stato franchista del 17 luglio 1936 uscì in parte dal quadro puramente politico, e quindi borghese, della “difesa della democrazia”.
Allo stesso modo che la vittoria del Fronte Popolare, cioè dei partiti borghesi repubblicani e dei partiti operai opportunisti, aveva dato il segnale dell’agitazione sociale nelle città e nelle campagne, ove ingenuamente si credeva nelle intenzioni sociali della nuova Repubblica (gli operai francesi non avevano forse commesso lo stesso errore dopo la rivoluzione del febbraio 1848?), il pronunciamento fu il segnale di una esplosione sociale che non solo prese di mira i corpi costituiti più odiati – magistratura, polizia e clero – ma attentò anche largamente al sacrosanto diritto di proprietà, fondamento dell’ordine borghese.
Per quanto anarchiche ed ingenue fossero, la confisca delle terre e di aziende industriali e commerciali, la loro consegna a organizzazioni sindacali, la loro gestione diretta e il loro controllo da parte delle organizzazioni operaie non possono passare per puri e semplici provvedimenti “politici” contro “i nemici della democrazia”, contrariamente a ciò che pretesero allora i socialisti riformisti e gli stalinisti. Questi, d’altronde, non esitarono a denunciare “l’assurdità” di simili tentativi (che avrebbero fatto della classe operaia spagnola la “complice di Franco”), né a deplorare il “rischio ” di provocare la “rottura della unione sacra” fra operai, contadini e piccolo borghesi democratici. Proprio questa interpretazione “antifascista” e questa ostilità attestano nel modo migliore che non solo l’iniziativa proletaria non era affatto la benvenuta per la democrazia politica, ma che bisognava a tutti i costi farla rientrare nel quadro borghese di una lotta rispettabile, non rivoluzionaria, contro il fascismo e la rivolta “anticostituzionale” dell’esercito. Sebbene confuse e incoerenti le tendenze sociali della risposta operaia, erano tuttavia abbastanza nette per attirare contro di sé i fulmini, non solo dei repubblicani borghesi e della sinistra socialista di Caballero (troppo abile, d’altronde, per non dissimulare a lungo la sua ostilità), ma anche dello scheletrico partito comunista spagnolo di obbedienza staliniana e degli stessi capi anarchici.
Fin dall’inizio il PCE formula il programma che spiega la sua ulteriore fortuna presso la piccola borghesia spagnola terrificata per gli “eccessi” rivoluzionari delle prime settimane: «Noi non possiamo oggi parlare di rivoluzione proletaria in Spagna perché le condizioni storiche non lo consentono. Noi vogliamo difendere la piccola e media industria che soffre non meno dell’operaio [sic!]. Noi desideriamo lottare solo per una repubblica democratica con un contenuto sociale esteso [sic!]. Non può essere questione, oggi, né di dittatura del proletariato né di socialismo, ma soltanto di lotta della democrazia contro il fascismo» (Dichiarazione ufficiale dell’8 agosto 1936 dello staliniano spagnolo Jesus Hernandez e del segretario generale del PCE Josè Diaz). L’equivoco non è possibile!
Quanto ai capi anarchici, essi sono ancor più eloquenti nella loro laconicità: «Oggi non c’è comunismo libertario: c’è la fazione che bisogna schiacciare!».
Il successo di questa speculazione, cara all’opportunismo – sulla “immaturità delle condizioni storiche” o sulle “pressanti necessità dell’ora” – era tanto più assicurato in quanto dalla “rivoluzione” operaia spagnola, che non rispondeva ad alcun programma coerente di trasformazione sociale, sortì una enorme disorganizzazione economica. Le aziende “collettivizzate” erano divenute di fatto proprietà del loro personale che, pur approfittando della situazione per introdurre alcune misure favorevoli ai salariati, dovevano sottostare a tutte le condizioni della concorrenza borghese, alla precarietà dell’economia mercantile, senza addivenire neppure alla “eguaglianza” tanto invocata dai libertari perché ciascuna azienda aveva ereditato riserve e consistenze in magazzino assai diverse dalle altre. In mancanza di un piano di insieme la collettivizzazione libertaria, ricalcata sullo schema malatestiano di “distruzione della proprietà borghese” ebbe per effetto le stesse ineguaglianze e assurdità che i suoi fautori avevano condannato nel capitalismo.
Facendo eco, più di mezzo secolo dopo e suo malgrado, alla critica marxista del “socialismo di azienda”, un anarchico spagnolo tirava così il bilancio di questa iniziativa della rivoluzione libertaria: «Noi abbiamo visto nella proprietà privata degli strumenti di lavoro e nell’apparato capitalista di distribuzione la causa prima della ingiustizia e della miseria. Noi volevamo la socializzazione delle ricchezze perché neppure un individuo potesse essere escluso dal banchetto della vita. All’ex proprietario ne abbiamo sostituito una mezza dozzina di altri, che considerano l’officina, il mezzo di trasporto da essi controllato, come il proprio bene, con l’inconveniente che non sempre sanno organizzare un’altra amministrazione e realizzare una gestione migliore dell’antica».
Solo i filistei possono respingere la rivoluzione a causa dei suoi “disordini”, come se fosse possibile colpire le fondamenta della società borghese senza che ne derivi, almeno momentaneamente, una diminuzione della sacrosanta “produttività”. Le grida di odio lanciate dagli staliniani spagnoli contro le iniziative caotiche delle prime settimane di insurrezione non erano quindi dirette contro le fantasticherie libertarie, ma contro la stessa rivoluzione. In altri termini, come dimostrerà il seguito degli avvenimenti, queste grida non esprimevano affatto lo sdegno di rivoluzionari seri di fronte all’ennesima dimostrazione anarchica del “come non si deve fare una rivoluzione”, ma il bisogno d’ordine di tutti i paladini della conservazione sociale.
Ciò non toglie che le concezioni inconsistenti dell’anarchismo circa le vie all’abolizione del capitalismo siano bastate da sole a vibrare il più terribile dei colpi alla causa proletaria. Riducendo tutto il problema a un trapasso di proprietà dal padrone al comitato di fabbrica o di azienda, o al sindacato, mentre in realtà si trattava di trasformare il quadro stesso dell’attività produttiva (l’azienda che lotta soltanto per sé) per arrivare ad una gestione veramente coordinata e sociale, i libertari riuscirono solo a sostituire il capitalismo ordinario con quello che si chiamò allora – con un termine molto giusto e solo apparentemente paradossale – “capitalismo sindacale”, i cui risultati pratici non furono tali da dare alla classe operaia la forza di resistere alla campagna controrivoluzionaria dei democratici correnti…
In realtà, è impossibile separare gli errori pratici dei libertari nel campo della trasformazione sociale dal loro profondo opportunismo politico. Abbiamo già visto come si siano vantati di rifiutare il potere in nome della “libertà”, rifiuto che equivaleva al suo abbandono a favore dei nemici della rivoluzione e che infine, al momento buono, se ne servirono contro di loro. Se, in quanto movimento, l’anarchismo internazionale non ha tirato alcuna lezione dalle conseguenze fatali di questo rifiuto, la borghesia, per bocca del repubblicano spagnolo Azaña, ha dato prova di maggior perspicacia: «Come contraccolpo alla rivolta militare si produsse un sollevamento proletario che non si diresse contro il governo… Una rivoluzione deve impadronirsi del comando, installarsi al governo, dirigere il paese secondo le sue vedute. Ora, essi non l’hanno fatto. L’ordine antico avrebbe potuto essere sostituito da un altro, rivoluzionario. Non lo è stato. Non v’era che impotenza e disordine».
Tutti gli sviluppi ulteriori sono stati condizionati da questa impotenza: il primo becchino della causa della rivoluzione proletaria di Spagna è stato il falso “comunismo libertario”.
Si snoda il dramma
Non avrebbe alcun senso, a trent’anni di distanza, chiedersi che cosa sarebbe successo se il proletariato avesse avuto la forza di prendere il potere nelle settimane di intensa agitazione sociale in cui lo Stato borghese sembrava scomparso, e a maggior ragione di speculare sulle sue probabilità di vittoria. Lo scopo della critica marxista non è fornire delle “ricette infallibili”, cosa che, già impossibile in piena lotta, diviene semplicemente ridicola a posteriori. Se è mancata la giusta politica, gli è che per potenti ragioni storiche sono mancati gli uomini capaci di concepirla e di applicarla. E neppure uomini di questa fatta sono mai sicuri di vincere. La critica marxista si prefigge unicamente di mostrare, dietro le apparenze spesso confuse della lotta dei partiti, i veri interessi di classe in gioco. Confronta le prospettive degli attori del dramma con i risultati storici della loro lotta, non per la sterile soddisfazione di trionfare a posteriori sulla loro cecità o insipienza, ma, inchiodati i traditori alle loro responsabilità, perché il proletariato possa non più commettere gli stessi errori e non credere più alle stesse menzogne.
Se, per comodità di dimostrazione, si prende in parola l’insurrezione spagnola del 1936 e la si considera come una rivoluzione, si dovrà pur constatare che l’errore fatale a questa rivoluzione è stato un antichissimo errore libertario: quello di credere che dalla sera alla mattina la società possa fare a meno di qualunque potere centrale e che si possa trasformare l’economia e la società senza rivoluzione politica.
Ciò spiega lo strano comportamento della rivoluzione spagnola che “epura” le città e le campagne dei loro elementi borghesi, pattuglia in armi le strade, chiacchiera abbondantemente e anche agisce senza temere di ricorrere alla violenza, ma che non si preoccupa affatto della sopravvivenza di un governo legale. Questo, momentaneamente nascostosi in fondo agli uffici ministeriali di Madrid, dispone però di tutta la riserva aurea e, d’altra parte, è la sola autorità riconosciuta dalle potenze straniere, dispone di altre forze non trascurabili come la flotta, e ne approfitta per ordinarle di lasciare la rada di Tangeri, dove sta impedendo l’invio di rinforzi marocchini a Franco e perché la sua presenza in quelle acque è sgradita ai colonialisti inglesi e francesi!
I fatti confermeranno la critica marxista, egualmente antichissima, di un simile errore. Non passarono due mesi e la esigenza obiettiva di un potere centrale, qualunque fosse, si impose a questa rivoluzione non per la forza delle armi ma per quella dell’evidenza. Ciò spiega perché, malgrado la sua opposizione di principio a “ogni specie di governo”, abbia accettato la costituzione di un nuovo governo il 4 settembre 1936. Singolare abbaglio, se si pensa che il programma della rivoluzione non era il suo proseguimento ma l’unione delle forze che lottavano per la legalità repubblicana, il che non lasciava alcun dubbio circa la sorte riservata agli innumerevoli comitati e consigli regionali e locali, milizie di combattimento e di investigazione, o tribunali rivoluzionari, nei quali si era pienamente impegnata e nei quali si riconosceva.
Abbaglio ancor più singolare se si pensa che, in origine, la restaurazione del potere centrale non era affatto prevista come un semplice “allargamento” del governo borghese di Giral mediante aggiunta ai repubblicani di socialisti, comunisti e rappresentanti dell’UGT ma come una specie di colpo di Stato al quale l’abile Largo Caballero dell’UGT aveva convitato i rappresentanti dei sindacati anarchici della CNT, e che avrebbe dovuto consistere nella eliminazione politica dei repubblicani.
La CGT aveva salvato i principi rifiutando di entrare nel governo e dichiarando che «le masse si sentirebbero frustrate se continuassimo a coabitare in istituzioni di tipo borghese». E non fu certo difficile disorientare la Rivoluzione in materia politica, perché mai aveva avuto un minimo di idee chiare in proposito, né era affatto sicura della sua forza militare.
Fatto significativo, la rivoluzione spinse la sua bonomia fino ad ammettere che quel colpo di Stato avrebbe costituito un grave errore in quanto non era di gradimento dell’ambasciatore dell’URSS; perché senza “legalità repubblicana” il presidente Azaña avrebbe attuato la sua terribile minaccia di dimettersi, e in tal caso non si sarebbe più potuto contare sull’aiuto delle democrazie straniere contro Franco. Insomma, posta praticamente di fronte al dilemma: o sacrificarsi o veder svanire ogni speranza di spedizione da parte dei russi delle armi promesse, e da parte degli occidentali di quelle che non avevano mai promesso, la Rivoluzione disse: si vedrà.
Ebbene si, lo videro! Dopo Madrid fu la volta di Barcellona: «Companys, che aveva riconosciuto il diritto degli operai a governare (fra il 19 luglio e il 4 settembre), e aveva persino offerto di abbandonare il suo posto, ha manovrato con una tale abilità che è riuscito a poco a poco a ricostituire gli organi legittimi del potere a ridurre gli organismi operai a semplici ausiliari del potere esecutivo… La situazione normale era ristabilita». Ciò avvenne non più tardi del 26 settembre. Ma la chiara visione delle cose che si esprime in queste parole non era della rivoluzione ma di un borghese, repubblicano catalano.
Il Disastro
In realtà da settembre e da ottobre la rivoluzione non è che l’ombra di sé. Assiste senza batter ciglio agli avvenimenti apparentemente più straordinari in Catalogna. Si sente dire dalla bocca degli stessi capi anarchici: «Non è possibile, per il suo stesso bene, per l’avvenire della classe operaia, che continui la dualità dei poteri». Si sente spiegare dagli stessi pseudomarxisti intransigenti del POUM: «Noi viviamo in uno stadio di transizione in cui la forza dei fatti ci obbliga a collaborare direttamente con le altre frazioni operaie – aggiungiamo: e con dei borghesi – nel governo di Catalogna». Promettono giorni migliori in avvenire: «Dalla formazione dei soviet di operai, contadini e soldati, uscirà un nuovo potere proletario». La rivoluzione non ha alcuna intenzione di fondare dei soviet di questo genere: come fare, d’altronde? e a quale scopo dal momento che tutti le spiegano che il grande problema è vincere la guerra contro Franco e che «non v’è che un dilemma: cedere o aggravare le condizioni della lotta»? La Rivoluzione, quindi, è messa in attesa…
Vittima della sua assenza di idee politiche, e quindi della sua tendenza a far sue idee non solo estranee alla sua natura (natura che, in verità, essa ignorava) ma destinate ad esserle fatali, la Rivoluzione spagnola subì i peggiori colpi senza rendersi conto che non soltanto i comunisti, non soltanto i demagoghi socialisti di sinistra, ma anche gli anarchici, attentavano alla sua stessa vita. Il 10 ottobre 1936 accetta di sciogliere il Comitato Centrale delle Milizie di Catalogna, su cui aveva fondato grandi speranze. Il 9 ottobre lascia che il governo sciolga per decreto tutti i comitati popolari, ultimi sostegni della sua languente esistenza.
La situazione militare, che va aggravandosi, contribuisce del resto potentemente a toglierle il po’ che le resta di volontà di vivere: fra gli appelli patetici del governo che si proclama democratico e le minacce feroci della ribellione militare che chiude la stretta intorno a Madrid, perde completamente la testa. Si indigna quando alla fine di ottobre personaggi anarchici entrano nel governo centrale dopo discussioni tipicamente parlamentari sul numero di portafogli da ottenere. In un silenzio di morte ascolta la spiegazione di questo sorprendente revirement: «La borghesia internazionale rifiutava di fornirci le armi. Dovevamo dare l’impressione che i nostri padroni erano non i Comitati rivoluzionari, ma il governo legale: altrimenti, non avremmo avuto nulla del tutto. Abbiamo dovuto piegarci alle circostanze inesorabili del momento, cioè accettare la collaborazione governativa».
Quindi si trattava solo di dare delle “false impressioni“ alla borghesia internazionale e di giocarle il tiro di indurla ad armare con le proprie mani la Rivoluzione! La rivoluzione spagnola ha dell’incredibile. O piuttosto aveva perduto ogni fiducia in se stessa. Dal governo antifascista ormai accetta tutto: la liquidazione completa di tutto ciò in cui aveva creduto, le armi, e, peggio, la legalizzazione di quelle che aveva creduto fossero le sue conquiste. Come non aveva mai saputo capir bene la natura rivoluzionaria dei suoi obiettivi, così non capiva la natura controrivoluzionaria del potere democratico.
Perciò essa tollera non solo che del suo corpo ormai completamente esangue il potere legale si faccia una bandiera durante la terribile battaglia di novembre per Madrid, ma anche che rivesta questo corpo di ridicoli orpelli, col pretesto di farla assomigliare alla gloriosa rivoluzione sovietica. Grazie a questa ignobile messa in scena, il potere legale riporterà le due sole sue vittorie sui franchisti: Madrid e Guadalajara.
Malgrado le promesse la Rivoluzione non ne trarrà alcun serio vantaggio. Al contrario, la miseria e i sacrifici, l’ostentazione scandalosa del lusso borghese, gli scandali politici, il cinismo controrivoluzionario aperto della maggioranza del governo la spingeranno, è vero, a un ultimo soprassalto nel maggio 1937, a Barcellona ritroverà la forza di erigere delle barricate e dietro di esse di resistere per tre giorni.
Il potere legale manderà allora delle navi da guerra nel porto per terrorizzarla, e dei capi anarchici (Frederica Montsenys e Garcia Oliver, “anarchici di Stato”) per disorientarla. E toglierà dal fronte una colonna motorizzata di 5.000 guardie d’assalto per lanciargliela contro e ristabilire l’ordine a Barcellona. Non al grido “Abbasso la rivoluzione!” ma “Viva la FAI!”.
Dopo di allora tutto ciò che avviene non la riguarda più. La “sinistra” socialista di Largo Caballero, cacciata dal governo “democratico”, gli anarchici e quelli del POUM perseguitati e uccisi, non è più la rivoluzione ad essere colpita, perché è già morta. La sua morte priva di ogni base coloro che avevano avuto il compito di confondere le sue già imprecise idee.
La rivoluzione era stata uccisa col pretesto che solo a quella condizione Franco sarebbe stato battuto, si sarebbero potute ottenere delle armi dalla Inghilterra e dalla Francia e continuare a riceverne dalla Russia. O meglio, in questa folle speranza si è uccisa da sé. Ora anche questo sacrificio risultava vano. Mai né l’imperialismo inglese né quello francese avevano inviato armi alla Repubblica spagnola, per quanto adorna di rispettabilità borghese avesse voluto essere.
Nel luglio 1938 è la volta dell’URSS ad abbandonare la partita. Il 29 marzo 1939, cinque mesi prima dello scoppio della guerra mondiale, al termine di una settimana di lotte confuse e vergognose fra partigiani cinici della resistenza fino in fondo e «partigiani imbecilli di una pace onorevole basata sulla Giustizia e la fratellanza», dopo duemila morti aggiunti ai milioni degli anni precedenti, gli ultimi capi democratici spagnoli si imbarcano clandestinamente o passano la frontiera. Sbarazzato ad opera dei democratici e dei falsi capi operai del solo avversario che potesse temere – la Rivoluzione proletaria – Franco ha vinto.
* * *
Eppure, trent’anni dopo, e venti dopo la fine del massacro 1939-45, di cui questi avvenimenti tragici furono il preludio e al quale prepararono il proletariato europeo nel modo più favorevole al Capitale, c’è ancora chi giudica che questa Rivoluzione spagnuola – che noi abbiamo visto così fragile, così inerme e, per dir tutto, così pietosa – aveva «superato storicamente il livello della rivoluzione bolscevica, la rivoluzione che seppe dirigere senza esitare tutti i suoi colpi contro il peggior nemico del proletariato rivoluzionario, la democrazia borghese, e instaurare la dittatura del proletariato!
Eterne menzogne della controrivoluzione! E stupidità non meno eterna dell’opportunismo!