Partito Comunista Internazionale

Le «necessità» borghesi e quelle del proletariato

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LE NUOVE REGOLE

Da anni oramai passano all’interno della classe operaia le parole d’ordine padronali, appoggiate dall’intero politicantume e dai sindacati di regime. I sacrifici che i lavoratori devono affrontare non sono solo frutto d’imposizioni aperte, ma il risultato di un più o meno grossolano lavoro psicologico. Orfani della loro guida politica e sindacale, i proletari si conformano alla cultura borghese, al suo modo di raffigurare il mondo, alle sue discriminanti riguardo a ciò che è “necessario” e ciò che è “superfluo”. Il meccanismo è talmente collaudato che non si è avuta alcuna protesta degna di nota quando, ad esempio, si è sostenuto che era “necessario” sacrificarsi per entrare in Europa, o che era “necessario” che il sistema produttivo attuasse le sue infinite ristrutturazioni, o, ancora, che è “necessario” concedere nuove “elasticizzazioni” e “flessibilità”.

Soltanto un’esigua minoranza di lavoratori si è chiesta come mai tutte queste concessioni non abbiano prodotto un miglioramento della condizione operaia ma abbiano piuttosto aumentato la disoccupazione, creato maggiore sfruttamento, più precarietà del posto di lavoro, salari reali più bassi. I più, sopraffatti da tre quarti di secolo di controrivoluzione, prigionieri dei mille bisogni creati dal capitalismo, smarriti dalla negazione “storica” d’ogni attesa sociale di società futura, rimangono immobilizzati dalle loro tante debolezze private, dalla limitatezza delle loro coscienze, obnubilate dal martellante rimbecillimento dei media di massa. Senza speranze, restano aggrappati alla zattera capitalista, anche se questa imbarca sempre più acqua, e vanno dove li trascinano i marosi del “globalismo” borghese. Passa così la “cultura dell’instabilità”, quasi che il lavoro e la sicurezza di sopravvivere siano peccati da giardino dell’Eden. I più anziani vengono “esuberati”, i trenta-quarantenni sono sottoposti a ritmi di lavoro sempre più massacranti, i giovani vengono abituati, carne da macello del domani, a mendicare un qualsiasi lavoro, svendendo la propria dignità per salari al di sotto della sopravvivenza e condizioni normative corrispondenti.

È questa sì una necessità ineluttabile per la borghesia, per resistere alla sempre più spietata concorrenza internazionale, determinata dalla legge implacabile della caduta del saggio di profitto. Il capitale sfrutta al massimo il momento favorevole per creare le condizioni di massima agibilità nelle assunzioni e nelle espulsioni, per aumentare la sofferenza e la dipendenza psicologiche di un esercito di riserva sempre più ampio, anche grazie ai nuovi flussi migratori.

La contrattazione collettiva introduce sempre più innovazioni sfavorevoli, come la riduzione o l’eliminazione degli automatismi che lega gli aumenti salariali ai soli aumenti di produttività, oppure l’azzeramento o il rimodellamento di livelli e mansionari, aumentando flessibilità e mobilità. Ma soprattutto impone una pericolosa divisione tra vecchi e nuovi assunti, da una parte riducendo i salari d’ingresso, dall’altra creando le premesse per un generale futuro appiattimento in basso. A questo vanno aggiunte le modalità d’assunzione, sempre più a discrezione padronale e suo strumento di ricatto.

Questa strategia sta passando un po’ in tutti i settori, a partire da quello pubblico, o ex-pubblico. In un paio di rinnovi contrattuali il padronato ed i suoi servi sindacali contano di riportare indietro di cinquanta anni l’orologio delle concessioni sindacali, guadagnate con dure lotte e approfittando dello sviluppo post bellico. Oggi al padronato serve la maggiore libertà possibile per riscrivere le regole del nuovo sfruttamento, che mal sopporta le “rigidità” connesse allo “stato assistenziale”.
 

Ne è un esempio la situazione nelle ferrovie, dove iniziano a concretizzarsi parti di questo progetto, nonostante che la ristrutturazione sia ancora lontana dal completarsi, grazie all’opposizione di singole categorie prima, di larghi strati di ferrovieri ora. Ad ottobre, sottobanco, è stato sottoscritto l’accordo per l’assunzione “in apprendistato”, condizione che riguarderà la gran parte dei profili. Ai contratti di formazione lavoro si va ad aggiungere questa nuova piaga, che porterà per i “fortunati” neo-assunti tagli salariali che vanno dal 30% del primo anno sullo stipendio base, al 5% del quarto anno. A questi, inoltre, non spetteranno congrue parti dello stipendio oggi in godimento ai ferrovieri e saranno certo sottoposti a turni più pesanti sotto il ricatto della mancata assunzione alla fine del contratto, se mai questa si verificherà. È scontato poi che saranno utilizzati in contrapposizione ai loro compagni, dinanzi alle lotte o agli scioperi.

PER LA RIPRESA DI CLASSE

Opporsi a queste manovre sembra quasi utopistico alla maggioranza dei lavoratori dei paesi sviluppati, ancora tutti presi a difendere quell’idea di collaborazione sindacale che aveva in passato raccolto le briciole dell’accumulazione capitalista, ma che oggi si rivela apertamente contro la loro classe, in una situazione di scoperto attacco alle condizioni di vita e di lavoro.

Il padronato sa che deve utilizzare tutti i suoi mezzi di convincimento per dissipare le ultime certezze, per cancellare l’ultimo ricordo dell’esistenza delle classi e dei loro contrastanti interessi, in nome di un futuro da affrontare “tutti uniti”, giacché l’economia sarebbe “di tutti”, i posti di lavoro sarebbero “un problema di tutti” e “tutti” dovremmo guadagnare un po’ meno per avere un futuro “più sereno”.

Di fronte a queste strategie, la classe lavoratrice deve separare i suoi interessi da quelli borghesi, opponendo il progetto e la volontà di ricostruire il suo organo sindacale di classe, unica speranza per schierare in maniera efficace le sue forze di resistenza, unico strumento per tornare a gestire lo sciopero come arma indispensabile alle sue lotte di difesa. In questo percorso, per trasformare la sua difensiva in lotte di offesa, dovrà ritrovare il suo partito e la via smarrita del Comunismo e della sua prospettiva di liberazione dell’intera umanità dalla preistoria del lavoro salariato.