Partito Comunista Internazionale

Gli imperialismi guerreggiano con le rendite e con i prezzi del petrolio

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Anche nella vicenda del prezzo del petrolio costatiamo quanto sia putrefatto, ma sempre più feroce, il mostro capitalistico.

Dopo il rallentamento e le crisi locali del ’97/98, la ripresa vigorosa del capitale in corso da due anni e il proseguimento dell’espansione forzata americana hanno portato a maggiori consumi di petrolio e al brusco aumento di prezzi. Le fluttuazioni economiche sono sempre amplificate negli acquisti di materie prime dalla ricostituzione o ridimensionamento delle scorte e dal fatto che in queste fasi la certezza sulla direzione del movimento dei prezzi attrae la speculazione.

Si è inserita nel movimento l’azione dei dodici paesi produttori OPEC, detentori di due terzi dell’esportazione mondiale del petrolio, per recuperare profitti e rendite ridotti dalla lunga fase precedente di prezzo basso. In ciò questa organizzazione è stata appoggiata inizialmente, poi moderata, da Stati Uniti e Gran Bretagna che per le caratteristiche delle produzioni nazionali e la partecipazione importante nella produzione petrolifera mondiale soffrono per il prezzo basso.

La quotazione del petrolio quindi, dal marzo ’99 in poco più di un anno si è triplicata, rispetto ai dieci dollari a barile di allora, con un’impennata molto brusca che ricorda quella del ’79/80, senza però raggiungere in dollari correnti il valore massimo di allora e rimanendone ben al di sotto, se si tiene conto della perdita di potere d’acquisto del dollaro.

Gli scontri per il dominio monopolistico su produzione e consumo delle materie prime fanno parte della storia del capitalismo. La lotta oggi è feroce per il petrolio, ieri al sorgere del capitalismo lo è stata per il cotone e il carbone, domani lo sarà, chissà, per l’uranio, se non arriva prima la rivoluzione proletaria.

L’infame civiltà minerale, che la produzione capitalistica esalta, pensa più alle bocche dei forni, delle caldaie e dei motori che a quelle delle creature umane; il petrolio è una di quelle materie prime minerali che possiamo definire “militari”, come l’acciaio, la cui disponibilità è necessaria alla potenza statale di un imperialismo. I capitali si scontrano nel mercato non solo in quanto venditori, ma anche come acquirenti di mezzi di produzione, giusto le fasi di circolazione, che spariranno con l’economia mercantile. La produzione di materie prime può procurare rendite ed extra profitti che fanno veramente gola.

Perciò la lotta fra imperialismi concorrenti è un fattore importante nell’evoluzione dei prezzi del petrolio, benché subordinata alla legge economica. La Gran Bretagna, storicamente la prima potenza capitalistica egemone e gli Stati Uniti attualmente super potenza dominante hanno avuto prima la proprietà e oggi un forte controllo su buona parte dei giacimenti petroliferi migliori, quelli del Medio Oriente. Così si sono garantiti, oltre a lauti guadagni, la possibilità di sostenere le produzioni nazionali in difficoltà. I loro giacimenti nazionali sono quelli con costi di produzione più alti, ma, con il controllo del Medio Oriente, e magari domani nel Caucaso, possono impedire o rallentare cali di prezzo violenti che metterebbero in crisi la produzione petrolifera nazionale (che non gode di rendita differenziale) e appropriandosi degli extra profitti dei pozzi migliori all’estero possono sostenere i pesanti investimenti necessari a proseguire l’intenso sfruttamento dei pozzi in casa propria e garantirsi una minore dipendenza dall’estero. Infatti un periodo di prezzi bassi del petrolio che compromettesse il profitto medio e il margine per la rendita assoluta che spetta anche al giacimento peggiore, arrestando la coltivazione petrolifera nelle zone più difficili, porterebbe rapidamente le potenze industriali a dipendere dai paesi con grandi capacità di produzione petrolifera a costi ridotti, situazione intollerabile ed esplosiva per i loro equilibri interni.

Ciò riguarda non solo cali di prezzo a produttività invariata, ma anche diminuzioni di valore della materia prima, e quindi di prezzo, nel caso di avanzamento della tecnica o di innalzamento del grado di fertilità dei giacimenti peggiori in coltivazione per abbandono di quelli attuali. A questo processo farebbero resistenza, come è stato in passato, gli Stati i cui privilegi fossero messi in discussione da questo movimento.

Gli Stati Uniti sono molto sensibili alla questione di un forte ribasso dei prezzi del petrolio. Essi sono stati la culla dello sviluppo storico dell’industria petrolifera, che è ancora molto importante per l’economia nazionale; hanno in assoluto il maggior numero di pozzi forati perché sottopongono le riserve a intense coltivazioni, ottenendo però un rendimento annuale medio dei loro tanti pozzi 200 volte inferiore a quello dei pozzi dell’Arabia Saudita; hanno riserve accertate pari a 8 volte la produzione annua, contro un rapporto di 80 per l’Arabia Saudita. Sono importatori netti di petrolio dal 1948 e la forbice fra consumi e produzione cresce dalla metà degli anni ’80, per l’aumento dei consumi e la stasi della produzione; hanno un consumo annuo pro-capite molto elevato (25 barili annui a testa), quasi il doppio dei paesi europei dell’Unione monetaria, anch’essi grandi consumatori, ma terzi dopo il Giappone nel trionfo dello spreco.

Se il prezzo del petrolio salisse per uno squilibrio duraturo fra produzione e consumo e non fossero disponibili zone con giacimenti individuati a forte produttività, sarebbero messi in coltivazione pozzi sempre meno fertili; Stati Uniti e Gran Bretagna potrebbero stare tranquilli per le loro produzioni interne. Ma oggi la situazione è che nel Medio Oriente sono concentrate grandi riserve (più di due terzi di quelle mondiali) con costi di produzione minimi (raramente superiori a 2 dollari a barile). Quindi, in caso di crescita dei consumi, prima di passare a pozzi meno fertili si avranno maggiori investimenti e produzione in questa zona, sebbene graduati in modo da non rendere superflua la produzione americana e la sua industria petrolifera.

Per contro il prezzo del petrolio non può esser tenuto troppo alto, con manovre di cartello dei produttori, perché favorirebbe la sua sostituzione con altre fonti di energia e in generale minori consumi. Dal 1973 al 1997 la percentuale di petrolio nell’approvvigionamento di energia è diminuito nei paesi OCSE dal 53% al 41%, a vantaggio del gas e del nucleare (e per l’UE la sostituzione è più marcata) e il rapporto fra consumo totale di petrolio e il PIL fatto 100 quello del 1973 si è ridotto a 60 nel 1997. Inoltre un periodo di prezzi artificialmente alti potrebbe favorire l’entrata sul mercato di nuovi produttori o una sovraccumulazione di investimenti nell’industria petroliera e sovrapproduzione conseguente. Così l’OPEC in questi mesi per i suoi interventi sulla produzione si è data dei prezzi limite a barile inferiore di 22 dollari e superiore di 28.

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Il capitale di un paese industriale forte importatore di petrolio, quando il suo prezzo aumenta, a parità di altre condizioni, e quindi ammesso che salario e saggio di sfruttamento non varino, vede diminuire il saggio del profitto, perché aumenta il capitale costante anticipato in materie prime e ausiliarie. Venduto il prodotto, il capitale industriale ha maggiori difficoltà per il maggio costo della materia prima a ripetere il ciclo alla stessa scala o in quella che fino ad allora andava ampliandosi. Inoltre l’aumento dei prezzi dei mezzi di consumo può spingere la classe operaia a una lotta salariale generalizzata, tanto più quanto l’economia era vicina al boom economico.

In generale la riproduzione allargata del capitale dipende da una tale serie di condizioni che forti perturbazioni di prezzi o valori intralciano il normale processo ripetitivo, contribuendo a rendere impossibile lo sviluppo regolare e armonico del capitale.

Le maggiori rendite dei paesi esportatori di petrolio saranno gettate nella circolazione solo successivamente e non saranno in generale trasformate in capitale produttivo addizionale, ma in buona parte in consumi di lusso delle oligarchie redditiere e in spese statali improduttive; in conclusione freneranno l’accumulazione.

L’aumento in corso del prezzo del petrolio è quindi una causa di rallentamento dell’espansione del capitale mondiale e ha già fatto sentire i suoi effetti. Come azione frenante si aggiunge a quelle che premono su una ripresa che è drogata dall’enfiarsi del credito e del capitale fittizio. Ma questo aumento ha altri vari effetti di scompiglio nella delicata situazione economica e politica dell’imperialismo.

Può intralciare l’agognato riequilibrio fra la crescita forzata del capitale americano e quella in ritardo dell’Europa, più dipendente dagli approvvigionamenti esteri di petrolio e che deve inoltre pagare in moneta attualmente cara. Paesi non produttori di petrolio con forte debito estero possono andare incontro a crisi finanziarie e monetarie locali con pericoli di contagio generale nel contesto attuale.

Il caro petrolio spinge gli imperialismi ad affondare con più ferocia i loro denti nel Caucaso e le rivalità petrolifere alimentano i vari conflitti nella zona. Così pure accresce gli intrighi degli imperialismi nelle tensioni del Medio Oriente, zona con il maggior rapporto riserve-produzione di petrolio e i minori costi di produzione. Qui diventa comica la grande corsa al petrolio dell’Iraq, finora bandito dal circolo dei grandi briganti mentre oggi i capitalisti europei, americani ed iracheni rilanciano gli affari fregandosene dell’embargo.

Unione Europea e Russia vedono nuovi spazi di alleanza con un patto sull’energia: gas, petrolio ed energia elettrica in cambio di investimenti di capitali monetari, acquisti a credito di impianti e macchinari per una ripresa promettente e una diplomazia comprensiva sugli affari russi nel Caucaso e nei Balcani; la Germania, più accessibile geograficamente per il rifornimento russo di energia, grande esportatrice soprattutto di impianti e macchinari e quindi più sensibile ad un possibile rallentamento mondiale degli investimenti produttivi, è la più interessata a questa prospettiva.

Questi effetti di crisi, tensioni e perturbazioni nel funzionamento del regime capitalistico poco possono essere compensati dagli effetti positivi per i paesi esportatori di petrolio che sono indebitati o appena usciti da una crisi finanziaria e monetaria o con gravi tensioni sociali.

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Le variazioni di prezzo delle materie prime per squilibrio temporaneo fra produzione e consumo, le azioni dei cartelli tipo le “sette sorelle” di una volta, delle organizzazioni di paesi esportatori tipo OPEC, gli accordi per solidarietà di interessi capitalistici fra produttori e consumatori restano soggetti a un meccanismo dettato da una precisa legge economica che Marx descrive nella teoria della rendita fondiaria. In questa viene stabilito che il prezzo di mercato della produzione agricola e mineraria capitalistica è regolato dal prezzo di produzione (valore di produzione dato da capitale costante e variabile più profitto al saggio medio) del peggiore terreno, quello meno fertile, più ancora un altro margine di aumento, che costituisce la rendita assoluta per tutti i proprietari di terreni, buoni o pessimi, utilizzati da un’impresa capitalistica. Per i terreni migliori di quello meno fertile vi è quindi rendita sia assolutasia differenziale, questa potendo assumere ampiezza considerevole in proporzione alla fertilità del terreno. All’impresa capitalistica resta di regola il profitto medio. Ma extra profitti e rendite provengono sempre dal lavoro salariato e sono parti del plusvalore totale della società estorto al proletariato.

A parte il margine aggiuntivo della rendita assoluta, tutto il prodotto della terra di una data categoria di merci viene scambiato al valore sociale “falso”, più elevato, determinato dal prezzo di produzione del peggior terreno; da ciò derivano gli extra profitti delle imprese che si appropriano dei prodotti dei terreni migliori. Di questi extra profitti è responsabile l’economia mercantile con la regola del prezzo uguale per merce uguale. Il monopolio della proprietà fondiaria invece si manifesta nell’attribuzione di questi extra profitti in forma di rendita differenziale ai proprietari stessi, che li pretendono dalle imprese in forza del loro monopolio.

La teoria marxista della rendita fornisce al Partito Comunista armi possenti di battaglia politica contro questa infame società, dà la teoria di ogni monopolio anche in settori industriali e fornisce indicazioni essenziali per il programma comunista. La vicenda del prezzo del petrolio è solo uno dei settori di tutta la produzione minerale e vegetale.

«Ove vi è rendita, ossia monopolio – dovuto a forma politica di classe organizzata nei pubblici poteri – il processo che la più utile forma produttiva scaccia la meno utile, si capovolge, fino a quando l’involucro capitalistico non sarà infranto».

«Senza la teoria della questione agraria e della rendita fondiaria non è dato afferrare quel punto, a cui si riduce tutta la resistenza contro le degenerazioni del marxismo, che premono in soffocanti volumi da tutti i lati. La dottrina della rendita conduce direttamente alla condanna del mercantilismo, della distribuzione secondo scambi di equivalenti, che sola lascia afferrare quale è la vera e sola istanza, la rivendicazione una ed unitaria della rivoluzione comunista e del suo partito di classe. La dottrina della rendita di Marx, nel suo completo lucido intreccio, fornisce l’arma teorica per descrivere l’ultraprevisto monopolismo e imperialismo moderno. Per quanto la sfera della produzione degli alimenti sia fondamentale nella dinamica di ogni società, la teoria marxiana della rendita è parte centrale della descrizione del modo di produzione capitalistico: diremo che ne è, dal punto di vista rivoluzionario e “antipossibilista”, la parte decisiva» (La questione agraria e la teoria della rendita fondiaria secondo Marx).

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Nelle attuali vicende del petrolio vediamo una conferma delle caratteristiche della fase imperialistica e delle conseguenze nefaste della proprietà fondiaria e della economia mercantile, solo un ostacolo ormai sul cammino della realizzazione della specie umana.