Dopo le bombe ricostruzione sulle spalle del proletariato dei Balcani
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Per il proletariato balcanico, terminate le recenti guerre e le distruzioni, è in pieno corso il tempo della “ricostruzione”.
Le borghesie di Slovenia, Croazia, Bosnia come quella della “piccola Iugoslavia”, di Macedonia o dell’”autonomo” Kosovo, e ben coadiuvate dalle bombe Nato, dopo aver mandato al macello come soldati i loro proletari e rinnovato in loro, coi modi più turpi e sanguinosi, “l’amor di patria” e per l’”economia nazionale”, hanno riavviato la produzione in modo davvero intenso. Per il vampiresco Capitale, interno e internazionale, è una bella boccata d’ossigeno quella offerta dalle macerie della ex-Iugoslavia.
Gli organi di informazione delle metropoli ovviamente non s’interessano alla condizione operaia in quell’area. Un’idea possiamo però trarla dall’osservazione di traffici marittimi italiani verso i porti di Rijeka (già Fiume) in Slovenia, Spalato e Sebenico in Croazia e Bar in Iugoslavia: è da tre anni, almeno per gli approdi settentrionali, che è costante l’esportazione di semi-lavorati come coil, loppa per calcestruzzo, lamiere e cemento, che saranno impiegati dalle industrie di trasformazione meccanica ed edile. Le rotte adriatiche e joniche sono percorse da una consistente flottiglia di navi mercantili di modeste dimensioni ma che vanno a sbarcare anche 5.000 tonnellate alla volta di vitali merci per le industrie balcaniche, tipo i cementifici di Spalato.
Se questo è l’inequivocabile segnale che l’economia di quegli Stati è in ripresa, noi marxisti possiamo leggervi che ai proletari balcanici, dopo i lutti e il sangue, e ora è richiesto il sudore.
Le locali borghesie hanno avuto gioco facile, in assenza di un movimento autonomo di classe, ad inebetire il proletariato nel letamaio nazionalista, religioso, xenofobo, a condurlo alla guerra e rinchiuderlo docile in fabbrica, nei cantieri, nei campi. Mentre all’orizzonte si profila la guerra per il Montenegro (dove già hanno abbandonato il dinaro iugoslavo per il marco tedesco come moneta di scambio), per i proletari slavi del sud, come per quelli d’ogni Paese, in assenza di un movimento sindacale sicuramente classista e separati dal programma comunista e dal suo storico Partito, non ci può essere una realtà diversa da questa: sudore e sangue, linfa vitale per il mostro capitalista.