Partito Comunista Internazionale

Così parlano i comunisti

Indici: Questione Sindacale

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Riproduciamo l’intervento tenuto da un nostro compagno ai lavoratori del cantiere SEC di Viareggio riuniti in assemblea. Per il grande cantiere è iniziata la procedura fallimentare e i dipendenti sono minacciati di definitivo licenziamento. La drammatica situazione li vede divisi fra loro e dai compagni di classe, rinchiusi nella gabbia aziendale, della crisi della quale sono costretti così a sentirsi ed esser parte. Contribuiscono a questa divisione, a questo isolamento ed impotenza l’opera nefasta dei sindacati di regime e la carità pelosa delle “istituzioni cittadine” verso le quali si indirizza la disperazione degli operai.

Contro questa angustia e sottomissione dei lavoratori agli interessi nemici si è espressa in modo esemplare la nostra parola, fraterna verso i proletari in tanta difficoltà, ma diritta sia nel condannare le gravi mancanze attuali dell’azione difensiva e smagliature nella solidarietà operaia e sia nell’indicare la necessità del duro e non breve cammino verso la riorganizzazione del generale movimento sindacale di tutta la classe operaia.

«Sono un operaio dell’indotto, ho sempre lavorato alla SEC dal 1966 al 1998, quando sono andato in pensione. Sono un comunista e milito nel Partito Comunista Internazionale. Il mio intervento sarà molto breve e mi scuso con gli ascoltatori se potrebbe in alcuni punti non essere chiaro, spero però che il concetto sia capito, anche perché tutti coloro che hanno lavorato alla SEC o vi lavorano mi conoscono bene sia come persona sia per le mie posizioni politiche.

«Io credo che la questione per cui stasera ci si trova qui a discutere non si possa spiegare nel modo in cui tutti, sia i sindacati sia i partiti, l’hanno spiegata e su tale spiegazione è stata basata la lotta che ha impegnato gli operai della SEC e dell’indotto negli ultimi due anni, cioè addebitando alla proprietà dell’azienda una cattiva gestione di questa, oppure sostenendo che questa ha voluto mettere in crisi il cantiere allo scopo di facilitare il passaggio dal mercantile al diporto. Anche se sono convinto che ci sono state tutte e due le cause, e che forse la prima è il riflesso della seconda, non sta a noi stabilirlo in quanto non potremo mai sapere effettivamente come sono andate le cose.

«Al contrario credo che questa vicenda vada inserita nel quadro più generale dell’attacco che il Capitale, e quindi il padronato, sta portando ormai da 15-20 anni alle nostre condizioni di vita e di lavoro e in generale alla classe lavoratrice. Il fatto che qui alla SEC la cosa abbia preso il verso della crisi finanziaria dell’azienda è solo la forma in cui questo attacco si manifesta. Poco vuol dire che la proprietà cerchi in tutti i modi di salvare l’azienda: la vuol salvare solo per continuare a trarne profitto sfruttando il più possibile gli operai per poi investirlo in altre attività, non certamente per difendere il posto di lavoro a noi operai.

«Negli ultimi anni di situazioni come la nostra anche qui in Versilia ce ne sono state molte: basti pensare, per citare le più importanti, alla FERVET, alla SIM o addirittura alla IMEG. Situazioni per le quali, anche se si sono manifestate diversamente, l’epilogo è stato lo stesso: il licenziamento dei dipendenti con la messa a cassa integrazione di questi.

«Quelli citati sono i casi che hanno fatto notizia, ma dietro a questi ce ne sono molti altri, aziende più piccole che chiudono e licenziano o aziende che si fondono fra loro o si ristrutturano. Ridimensionano il personale non sempre perché gli manca il lavoro o perché sono gestite male, il più delle volte perché preferiscono far fare il lavoro in appalto ad aziende che nascono e muoiono nel giro di poco tempo, che assumono lavoratori senza riconoscergli alcun diritto, lavoratori che sono sempre sotto la minaccia del licenziamento in quanto l’azienda in appalto è legata alla commessa del committente e al rinnovo di questa, altrimenti, finito il lavoro, si chiude ed i lavoratori sono licenziati. Questa situazione fa sì che i lavoratori di queste aziende siano continuamente ricattati, costretti ad accettare condizioni di lavoro, sia dal punto di vista dei salariale sia da quello degli orari e della sicurezza, inaccettabili per i loro compagni dipendenti delle aziende committenti.

«In questo modo, se qualche padroncino che magari fa solo il sensale di manodopera si arricchisce, i guadagni maggiori li fanno le aziende più grosse, quelle committenti, che così riescono a ridurre i costi di produzione esclusivamente sulle spalle dei lavoratori più deboli, ma soprattutto spezzando in mille casi particolari quel legame organico di interessi comuni che esiste fra gli operai e creando il terreno fertile per il padronato in modo che possa portare attacchi sempre più pesanti alle nostre condizioni di vita e di lavoro.

«Di questo modo selvaggio di fare produzione la cantieristica ne ha fatto la regola: nella cantieristica da diporto, penso di non esagerare, siano ormai al livello dell’edilizia con l’utilizzazione non dell’appalto ma del sub- sub-appalto. Esistono cantieri che, senza avere dipendenti diretti o pochi, costruiscono barche solo appaltando lavori a ditte terze. Anche nella cantieristica mercantile questa regola è passata completamente anche se non è ancora arrivata ai livelli del diporto. Comunque il rapporto fra operai diretti ed indiretti che lavorano sulle stesse costruzioni quando va bene è del 30% per i primi e del 70% per i secondi.

«A dimostrazione di questo possiamo prendere proprio la SEC. Negli anni ’70 i lavori dati in appalto erano riservati a particolari lavorazioni specializzate o al massimo se ne faceva ricorso solo in momenti di particolare intensità produttiva dovuti alla consegna della barca; le lavorazioni date in appalto erano sempre una minoranza rispetto a quelle che venivano fatte direttamente. Esisteva allora il “turnover” per l’organico del cantiere, dove gli anziani che andavano in pensione venivano rimpiazzati con altre assunzioni e a volte con i figli degli operai stessi. Con gli inizi degli anni ’80 questo equilibrio ha cominciato a invertirsi a favore del lavoro in appalto fino ad arrivare, al momento che è iniziata la crisi del cantiere due anni fa, ad un rapporto fra lavoratori interni ed esterni di 200 per i primi e 800-1.000 per i secondi.

«Questa linea, portata avanti dal padronato in generale a livello nazionale e voluta certamente dalla proprietà del cantiere, è stata completamente avallata, sia a livello nazionale sia aziendale, dalla politica sindacale e dai dirigenti dei sindacati stessi schierandosi apertamente sotto la bandiera della difesa della economia nazionale e delle aziende, trovandosi d’accordo con queste sulla necessità di ridurre i costi produttivi per poter reggere la concorrenza degli altri paesi che avrebbero costruito le barche ad un costo minore del nostro. Con questa politica il padronato, con la complicità delle organizzazioni sindacali, ci ha ripreso tutte quelle conquiste che, in un certo senso, eravamo riusciti a strappare al padronato prima degli anni ’70 ed oggi, nonostante quel che si dice sulla crisi in cui versa l’economia capitalista, le nostre condizioni di lavoratori peggiorano mentre i profitti del padronato e delle aziende aumentano.

«Di questa linea politica assolutamente contraria agli interessi dei lavoratori ne sono stati complici, oltre ai sindacati e ai partiti politici, anche gli operai stessi della SEC, poco importa se coscientemente o incoscientemente, che vedevano in quella soluzione il modo per poter salvare dall’interno dell’azienda le loro condizioni, già allora migliori di quelle dei dipendenti degli appalti, senza accorgersi che l’obbiettivo della proprietà era, ed è tuttora, quello di sfruttare al massimo tutti i lavoratori, e non solo una parte di essi. Infatti appena da un punto di vista contrattuale vi siete indeboliti, diminuendo di numero rispetto alle necessità produttive, questa ha cominciato a tirare i colpi più grossi.

«Questa politica si è spinta a tal punto che si è permesso all’azienda di privare il cantiere degli elementi più professionalizzati arrivando a chiudere reparti interi attraverso il prepensionamento ed il “bonus” di uscita per coloro che non avevano l’età pensionabile. Tutto questo non in un momento di crisi del cantiere per mancanza di commesse, ma nel momento stesso dove per costruire le barche l’azienda faceva ricorso ad altre aziende della zona e su tutto il territorio nazionale. In pratica gli operai del cantiere, guidati dalle organizzazioni sindacali (ma è vero, come dicono queste, che le decisioni sono state prese a maggioranza), invece di approfittare di un periodo di grande produzione per imporre all’azienda assunzioni dirette, hanno acconsentito a che i dipendenti diretti diminuissero ancora. La proprietà, una volta ottenuto il risultato di aver tolto la forza contrattuale ai propri dipendenti, ha fatto il passo successivo, in funzione della scelta dichiarata del diporto, di far abbattere gli scali di alaggio, sapendo benissimo che nessuno avrebbe avuto la forza di opporsi.

«Tutto questo per arrivare ad oggi e riuscire a dare una lettura materialistica della situazione attuale, in pratica per dire che l’epilogo delle scelte degli ultimi dieci anni del cantiere non poteva essere altro che questo. Poteva forse essere evitato il fallimento, ma per quanto riguarda l’occupazione ed i posti di lavoro se non ci avesse pensato il giudice ci avrebbe pensato la proprietà direttamente, come dimostra la volontà ormai decennale di questa di trasformare il cantiere da mercantile a diporto ed il fatto che proprio pochi giorni prima della dichiarazione di fallimento, ma già in amministrazione controllata, aveva chiamato alcuni dipendenti offrendogli un “bonus” di uscita fino al raggiungimento dell’età pensionabile se avessero accettato di essere licenziati e questo a fronte di un piano di risanamento che prevedeva la costruzione di altre navi.

«Detto questo è chiaro che oggi chi continua a legare la difesa del posto di lavoro alle esigenze aziendali tradisce questa difesa illudendo ancora di più i lavoratori, disorientati dal colpo che hanno ricevuto ma soprattutto dalla mancanza di prospettive. Questo disorientamento viene alimentato anche dalle diatribe che si sono venute a creare fra le due posizioni, la prima portata avanti dal sindacato e dalle RSU, che hanno assecondato tutte le scelte dell’azienda, e la seconda sostanzialmente uguale alla prima ma che vorrebbe analizzare più profondamente le scelte dell’azienda e della proprietà allo scopo di trovarci dei doppi fini contro l’azienda stessa o addirittura degli scandali.

«Le aziende, ed i padroni di esse, non hanno doppi fini ma un fine unico e ben dichiarato, quello di creare profitto, e questo si crea solo sfruttando sempre di più i lavoratori. Quando quelle non riescono più a crearne abbastanza il padronato le abbandona ed investe i propri capitali altrove senza curarsi minimamente di chi viene licenziato e messo sul lastrico. Anzi, quanti più disoccupati ci sono e meglio è per il Capitale in quanto la forza lavoro costa meno.

«L’obbiettivo di tutto il padronato è quello di peggiorare le condizioni della classe operaia allo scopo di salvare i suoi profitti. Non perché questi siano cattivi od immorali, ma perché queste sono le leggi naturali del sistema di produzione capitalistico. Basta pensare che le nostre condizioni di vita e di lavoro negli ultimi anni sono peggiorate proporzionalmente a quanto sono aumentati i profitti delle aziende. Questo, lo ripeto, è stato possibile per il padronato solo perché ha avuto l’appoggio dei sindacati e dei partiti in cui i lavoratori si riconoscono.

«Il posto di lavoro, compagni della SEC, non si può difendere all’interno dell’azienda, come all’interno di essa non si difende l’occupazione più in generale né tutti gli altri aspetti che determinano le condizioni di vita sociale della classe operaia. L’unico modo per difendere il posto di lavoro, il salario, le condizioni di vita e di lavoro all’interno delle aziende è che i lavoratori ritornino a porre sul terreno della lotta diretta contro il padronato quelle rivendicazioni che riunifichino tutti gli operai al di sopra delle fabbriche dei cantieri e delle categorie. Queste rivendicazioni dovranno essere necessariamente la riduzione dell’orario di lavoro e il blocco degli straordinari, se si vuole difendere l’occupazione, sostanziali aumenti salariali uguali per tutti legati alle esigenze sociali della classe e non legati alla quantità produttiva, abbassamento dei ritmi produttivi in modo da difenderci dal continuo peggioramento delle condizioni di lavoro, dimostrato dal crescente aumento degli infortuni sul lavoro e dalle malattie professionali.

«Solo queste rivendicazioni, portate avanti da tutte le categorie di lavoratori con il metodo della lotta diretta contro il padronato, possono unificare di nuovo la classe dei lavoratori ritessendo quel complesso di legami di solidarietà naturale fra chi ha gli stessi interessi e gli stessi obbiettivi. Questa solidarietà artificialmente si è voluta spezzare facendo credere ai lavoratori che i loro interessi siano quelli delle aziende e dell’economia di mercato e che quindi sia loro interesse difendere l’azienda e l’economia, portando così la classe ad essere completamente subalterna agli interessi del Capitale e priva di ogni autonomia propria. Ma per lottare per quelle rivendicazioni è necessario che la classe ricostituisca le proprie organizzazioni di difesa, i sindacati di classe dediti solo alla difesa degli interessi operai. Questo, a mio avviso, non sarà possibile farlo attraverso le organizzazioni attuali, ormai completamente burocratizzate ed inserite nei meccanismi dell’economia capitalistica e nello Stato.

«Per finire e ritornare alla nostra questione per la quale siamo qui stasera, voglio dire che il posto di lavoro per gli operai della SEC è una questione di dettaglio per gli interessi che ci sono in gioco (e non tanto per gli operai dell’indotto che, pur essendo in numero maggiore, il posto lo hanno perso più di un anno fa, e per i quali devo dire che, al di fuori delle parole di rito sulla solidarietà, nessuno ha fatto nulla anche se a volte l’aiuto agli operai stessi del cantiere e alle istituzioni era stato chiesto). Infatti anche in questa assemblea si dice chiaramente non che il posto di lavoro è un diritto che non si deve toccare in nessun modo perché con il lavoro gli operai ci campano, ma, al contrario, che bisogna salvare l’azienda nell’interesse della Città. Quindi, se l’interesse della Città, in cui dettano legge commercianti, proprietari di bagni, albergatori eccetera, è quello di avere più diporto quindi più panfili con relativi portafogli pieni, è giusto, secondo questi, che ci sacrifichiamo.

«Con questo non voglio dire che non dobbiamo tentare tutte le strade, anche quella di convincere il giudice a cambiare idea, ma sono convinto, e la mia solidarietà e contributo maggiore nei vostri confronti sta proprio nel dirvi che questa è una strada che non porta a nulla ma serve soltanto a coloro che hanno gestito fino ad ora la crisi a farci ingollare il rospo. E il rospo lo ingolleremo, come lavoratori in perdita di posti di lavoro ed in peggioramento delle condizioni di lavoro all’interno del cantiere, sia che il giudice ci ripensi e Pozzo ritorni alla direzione dell’azienda, sia che non ci ripensi e subentri qualcun’altro. Quello che interessa a tutti i capitalisti non sono i “posti di lavoro”, con questi fanno solo demagogia, ma un’area che con poco capitale investito può dare una rendita molto alta.

«Finisco ripetendo ancora una volta che l’unico modo per difendere l’occupazione è quello che ho indicato, cioè la lotta diretta contro il padronato. Lo so che mi risponderete che abbiamo bisogno di mangiare oggi e non fra venti anni, sperando che i lavoratori riprendano coscienza. Ma se non intraprendiamo quella strada, che non esclude certamente l’attuale, non solo non risolveremo niente oggi ma fra venti anni i nostri figli mangeranno meno di noi. Questo è confermato da tutta la storia della classe operaia, basta che consideriamo i trascorsi venti anni: quanto più ci dimostriamo docili nei confronti del padronato e delle sue istituzioni, facendoci carico dei loro problemi, tanto più le nostre condizioni sociali peggiorano mentre quelle del padronato migliorano».