[RG-79] La incipiente crisi americana
Categorie: Capitalist Crisis, USA
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Il rapporto sul corso del capitalismo è stato incentrato sull’aggiornamento, sempre mantenuto dal Partito, dei dati statistici economici. Da questo esame, che arriva ai dati di dicembre, risulta che la produzione industriale rallenta la sua crescita in modo molto rapido negli Stati Uniti. Il rallentamento dell’espansione con la quale il capitale mondiale aveva reagito alla debolezza del biennio ’97-98 è generale, ma altrove più lento rispetto a quello americano. Europa e Russia non fanno eccezione; invece in Cina il capitale ha un tasso di accumulazione elevato e ancora in crescita. In Giappone la produzione industriale non riesce, fallendo già due volte, a riportarsi al valore precedente la crisi di nove anni addietro: da allora l’accumulazione è bloccata in una lunga crisi, che fa temere alla borghesia mondiale il suo combinarsi con una crisi americana in una depressione generale. Qualche contrazione della produzione di capitale in America Latina ed in Estremo Oriente confermano il quadro generale di rallentamento della crescita.
Gli altri dati economici, dei quali si mostrava l’andamento in frenata dei prezzi delle materie prime, collimano con il diffuso indebolimento dell’espansione del capitale.
Si esaminavano alcuni aspetti della situazione americana in promettente (nel nostro senso) movimento. Si riportavano le varie notizie relative all’apparire dei primi fenomeni tipici che precedono le crisi, indicanti la rapida caduta della espansione, tuttora drogata da elementi che rendono fragile la finanza e il credito di fronte a un calo dei saggi di crescita e di profitto.
Si consideravano i dati della fortissima crescita degli investimenti delle imprese in capitale costante fisso, iniziata con il ritorno all’espansione del capitale dopo la crisi del ’91, in particolare notevole per equipaggiamenti di informatica e comunicazioni. A questo proposito si leggeva un passo de Il Capitale, dove Marx considera la circolazione continua del capitale costante dei mezzi di produzione all’interno del sistema capitalistico per aziende, di cui la parte fissa ha la maggior crescita e attrae e succhia in modo impressionante lavoro vivo, anche per lo spreco talvolta di macchinario sostituito ancora efficiente. Questa continua circolazione ha l’effetto di alimentare le fasi di apparente prosperità prima del crollo repentino, creando l’illusione capitalistica di svincolarsi dalla contraddizione fra produzione per la produzione e consumi limitati della gran massa della popolazione. Effetto analogo a quello grandeggiante svolto dal credito e dal commercio all’ingrosso e con l’estero.
Un’altra pagina de Il Capitale veniva letta riguardante il rinnovo del capitale fisso necessariamente su vasta scala, per motivi tecnici oltre che economici. Questo spinge all’aumento della produzione, creando le premesse materiali della sovrapproduzione. Vi si rileva il collegamento fra la durata pluriennale, in media circa decennale, del macchinario e quella del ciclo capitalistico.
Si considerava, sempre per il capitalismo americano, l’elevato e crescente deficit commerciale, ben evidenziato nel grafico esposto, il flusso entrante di capitale monetario e il debito estero crescente di questi anni: il capitale industriale per l’accumulazione non ha utilizzato solo il plusvalore prodotto dai lavoratori americani e non consumato dalla borghesia locale.
Si notava la differenza della situazione della super potenza, rifugio mondiale dei capitali finanziari in questo ciclo, con quella della potenza dominante inglese della seconda metà del secolo scorso, anch’essa con una bilancia commerciale in cronico deficit, ma che esportava all’estero i capitali eccedenti per l’accumulazione in patria, traendone, e non pagando come il caso americano, una rendita netta di interessi e dividendi.
Si leggeva infine la classica e basilare condizione espressa sinteticamente da Marx nel I libro de Il Capitale per la trasformazione del plusvalore in capitale addizionale: la massa di moneta giunta dall’estero in questi anni negli Stati Uniti non poteva di per sé miracolosamente convertirsi in capitale produttivo. I mezzi di produzione e di sussistenza addizionali necessari per l’accelerata accumulazione americana gli sono pervenuti dall’importazione superiore all’esportazione, quindi dal plus prodotto eccedente di cui si sono appropriate le borghesie di altri paesi. Esiste solo una locomotiva, quella dei lavoratori salariati di tutto il mondo, che producono il surplus per l’allargamento del processo produttivo. Finita la festa in America, le borghesie sperano in grandi investimenti in Europa, ossia in grande sfruttamento da una parte e dall’altra.