[RG-79] La “Tekne” falso nemico falso bersaglio
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L’ultimo rapporto metteva in evidenza uno degli equivoci più pericolosi dell’attuale dibattito politico-ideologico sulla “modernizzazione”, costituito dalla questione Tekne, ormai diventata una “questione in sé”, un universo ad una sola dimensione agito dalla sua “razionalità intrinseca”, non usabile da fini esterni, perché il suo modo d’essere consisterebbe nella “volontà di dominio del mondo”.
In questo modo accattivante si nasconde un’abilità sottile, quella di spostare il bersaglio dal Capitale come modo di produzione e sistema sociale e politico, all’impersonale e asettica tecnica, che fin dal mondo greco avrebbe tessuto la sua tela per sfociare nell’incontenibile nihilismo dei nostri tempi. La polemica sulla tecnica avrebbe la capacità di compattare i vecchi reazionari, da sempre ostili alla scienza ed alla tecnica, e i difensori strenui dell’attuale assetto sociale: il Capitale in agonia imbarca nella sua nave dei folli un po’ tutti.
Noi, che siamo stati favorevoli all’avvento della società borghese ai suoi albori, non abbiamo da difendere ormai nessun aspetto “progressivo” del capitalismo, perché la sua funzione, specie attraverso la tecnica, è quella di spremere il capitale variabile per estorcergli plusvalore e gettarlo ai margini della vita sociale.
Non abbiamo da denunciare la Tekne in astratto, ma la sua capacità di aumentare la schiavitù salariale.
E pensare che tecnica, in quanto rimedio, avrebbe la sua naturale funzione di alleviare la fatica umana! Ma nelle mani del Capitale diventa un surplus di tortura: mentre la giornata lavorativa operaia media potrebbe abbassarsi a tre ore quotidiane, si assiste all’aumento del carico di lavoro ed all’espulsione delle braccia in più sostituite dai robot.
Non abbiamo da riproporre reazioni luddistiche: la tecnica è un rimedio relativo e diversa nelle varie epoche storiche e come tale, nel nostro “dominio concettuale”, un rimedio “rimediabile” soltanto attraverso l’abolizione dei rapporti di produzione capitalistici.
Ben vengano i robot, ma sotto il controllo della società di specie. Soltanto il comunismo sarà in grado di farne uso per abbattere drasticamente la fatica umana: non certo la competizione capitalistica, né l’emulativismo di stampo staliniano, la più potente delle armi che l’opportunismo storico ha messo nelle mani della borghesia.
Queste forze democratoidi, recentemente acquisite al campo borghese anche in senso formale, non sanno decidersi tra le suggestioni della tecnica ed i sogni neo-arcadici, fondati sulla valorizzazione delle esperienze artistoidi di tipo artigiano, appannaggio di mezze classi incerte tra il vecchio e il nuovo.
La grande Tekne ha bisogno d’essere liberata dai rapporti di produzione inadeguati alla sua potenzialità: in quanto tale non è né buona né cattiva, proprio come un utensile che si valuta dall’uso che se ne sa fare. La sua presunta razionalità interna non è né diabolica né salvifica: sono le forze sociali rivoluzionarie ancora una volta decisive per fare in modo che l’energia lavoro associato sia in grado di affermare la sua capacità di liberazione dei proletari e, con essi, di tutta la specie.