Partito Comunista Internazionale

Il Congresso del PCd’I a Lione Pt.2

Categorie: Communist Left, Party History, PCd'I

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Elaborazione del capitolo relativo degli Appunti per la Storia della Sinistra a presentazione della pubblicazione in lingua inglese del nostro Progetto di Tesi

All’indomani del Quinto Congresso dell’Internazionale Comunista, la Direzione del PCd’I (che nell’occasione aveva subito un nuovo rimpasto utilizzando a tale scopo l’avvenuta fusione con il gruppo “terzinternazionalista” del PSI) iniziò con una serie di ordini del giorno, fatti presentare dai funzionari ai congressi federali, gli assaggi per la campagna contro la Sinistra. Attaccare lealmente ed apertamente le posizioni politiche, rispettare le garanzie date dal Quinto Congresso dell’Internazionale, fare una seria discussione sarebbe stato il dovere di una direzione preoccupata del partito e della soluzione della sua crisi interna. Ma non questo volevano gli ordinovisti, consci che con tale sistema non avrebbero potuto sperare di ottenere lo spostamento interno del partito sulle loro posizioni, cosa che formava il pegno di non poche relazioni dell’esecutivo italiano al Comitato Esecutivo del Comintern. Scelsero allora la strada che abbiamo sopra descritto e che sola avrebbe potuto assicurare loro il successo. Agli organi di base del partito, alle assemblee dei militanti, non si chiedeva quale orientamento politico ritenessero meglio corrispondente alle esperienze accumulate nella dura lotta rivoluzionaria, se quella centrista o quella di Sinistra, i dirigenti trasformarono la discussione per il Terzo Congresso in una campagna di maldicenze contro la Sinistra, definita frazionista e scissionista. Durante il Congresso un delegato denuncerà che “la discussione preparatoria del Congresso del partito fu una discussione di porcherie e di insulti e non una discussione ideologica“.

“L’Unità” del 16 maggio 1925 aveva annunciato che tra breve sarebbe stato tenuto il Terzo Congresso del partito. La Sinistra chiese immediatamente l’apertura della discussione, senza limitazioni pregiudiziali e la sospensione di ogni misura disciplinare a carattere frazionistico che, senza portare alcun vantaggio alla compagine rivoluzionaria, avrebbe solo avvelenato l’ambiente del Congresso. Quindi, allo scopo di creare una rete di informazione, non clandestina, per tutti gli iscritti del partito la Sinistra aveva costituito un “Comitato di Intesa” e, con una lettera del 1° di giugno, ne aveva data notizia all’Esecutivo del PCd’I. Il Comitato di Intesa, in definitiva, chiedeva:

“- Che sia dato alla discussione uno spazio di tempo quale lo stato di impreparazione delle masse del partito e la importanza delle questioni richiedano;
“- Che i congressi provinciali siano tenuti solo dopo una esauriente discussione avvenuta sulla stampa di partito;
“- Che ai congressi provinciali sia data facoltà di parlare in contraddittorio ai compagni riconosciuti nelle diverse correnti;
“- Che la nomina dei delegati al Congresso del partito sia fatta dai rispettivi congressi federali, nel caso però che tale nomina venga fatta con altri sistemi, sia data facoltà di scelta degli elementi chiamati a far parte di eventuali comitati ai fiduciari delle diverse correnti;
“- Che sia infine riconosciuto il diritto di nominare e disciplinare gli oratori che illustreranno al Congresso il pensiero di questa o di quella corrente”.

Come si vede il documento non conteneva nulla di inconsueto, niente che potesse dare appiglio ad accuse di frazionismo: vi era solo la richiesta che nella discussione precongressuale e nel Congresso si desse la possibilità di esprimere liberamente le proprie idee. Quando però, il 7 giugno, “L’Unità” pubblicava il documento della Sinistra, l’Esecutivo “rivelava” che altri due documenti “frazionistici”, uno di aprile e l’altro di maggio, erano stati “intercettati” dal partito: questa era la prova lampante, commentava l’Esecutivo, di una attività di frazione, segreta per giunta, che “porta in sé il germe di una scissione del partito“. I firmatari del documento vennero immediatamente destituiti dalle loro funzioni nella organizzazione e minacciati di espulsione.

Un’idea del clima di vero terrore che, sulla falsariga dello stalinismo imperante, era stata instaurata anche in Italia (per giunta in fase di dittatura fascista) ci viene data dalla “circolare segretissima”, inviata ai responsabili interregionali, in cui si davano disposizioni di “abbattere senz’altro coloro che (tentavano) di sgretolare la saldezza del partito e di tramutarlo in un mascherato partito socialdemocratico“. La “circolare segretissima” continuava dando le seguenti disposizioni pratiche: “Il comitato nazionale della frazione di sinistra usufruisce dell’opera di alcuni viaggiatori per stabilire i propri collegamenti con le varie federazioni (…) Vogliate disporre che nel caso di arrivo di questi elementi nelle vostre sedi o in caso di loro incontro nei vostri viaggi, procuratovi l’aiuto dei compagni del luogo, essi vengano immediatamente perquisiti nella persona e nell’abitazione. Tutto il materiale frazionistico che verrà su di essi trovato ci deve essere inviato (circolari, indirizzi, lettere, ecc.). Naturalmente procedendo a questa opera di polizia di partito dovrete dichiarare agli interessati che eseguite una precisa tassativa disposizione del CE“. Passò poco tempo che il “Comitato di Intesa” venne sciolto d’autorità dal rappresentante dell’Internazionale minacciando l’espulsione immediata nei confronti di chi non si fosse attenuto all’ordine.

Nelle consultazioni di partito, durante le quali Humbert-Droz aveva garantito “una piena libertà di discussione ideologica“, i procedimenti di voto furono tali che la Sinistra non esitò a definirli “giolittiani” (Giolitti, uno dei personaggi più illustri del liberalismo e della democrazia pre-fascista, nelle elezioni del 1921 fece blocco con Mussolini permettendo l’ingresso dei fascisti al parlamento. Il “metodo giolittiano” al quale si riferisce la Sinistra era quello con cui il leader democratico riusciva immancabilmente vittorioso nelle consultazioni elettorali e consisteva nella vasta raccolta di consensi sia con l’ausilio delle organizzazioni mafiose, sia attraverso squadre di mazzieri finanziate direttamente dai suoi sostenitori politici: una forma di squadrismo fascista ante-litteram).

Si presagiva quindi che il Terzo Congresso del PCd’I si sarebbe tenuto non sullo sfondo di un conflitto ideologico tra due tendenze del partito ma sulla soffocante alternativa fra scissione od unità, frazione o disciplina.

Il Comitato Esecutivo dell’Internazionale, fin dall’aprile del 1925, aveva scatenato il suo attacco contro la Sinistra italiana. Il Quinto Esecutivo allargato approvava una “Risoluzione sulla Questione Italiana” in cui si affermava: “Oggi è manifesto che l’ostacolo principale alla bolscevizzazione del partito è costituito dalla ideologia bordighista e che pertanto il massimo sforzo deve essere rivolto alla eliminazione di tale ostacolo“.

Nessuna indicazione vi era, in questa risoluzione, sui compiti e sulla tattica che il partito avrebbe dovuto porsi e realizzare, essa era unicamente costituita da un attacco alla “ideologia” della Sinistra italiana, definita “sottoprodotto della Seconda Internazionale” ed in contrasto con il “leninismo” su tre punti fondamentali: astensionismo; ruolo del partito; tattica. La Sinistra italiana, si legge nel documento, benché al Secondo Congresso avesse lasciato cadere il suo astensionismo parlamentare, aveva tuttavia mantenuta questa sua caratteristica; caratteristica che avrebbe sospinto il partito all’inerzia politica rifiutando la conquista delle masse, gli avrebbe impedito di comprendere la natura del fenomeno fascista, avrebbe infine sclerotizzato la sua tattica in contrasto con il “leninismo” che “rappresenta una tattica duttile, che si adatta di continuo alla mutevole situazione economica e politica del mondo; pronto a modificare rapidamente le sue parole d’ordine e il suo atteggiamento al fine di rimanere in contatto con le masse“.

Il 4 settembre il Comitato Esecutivo del Comintern inviava alla direzione PCd’I una lettera, che verrà pubblicata sull’Unità del 7 ottobre, in cui venivano riprese ed ampliate tutte le accuse da sempre rivolte alla Sinistra italiana. Due sono gli aspetti caratteristici, ormai apertamente dichiarati, e che fanno già presagire la vittoria della controrivoluzione stalinista, sebbene, ironia della sorte, il documento fosse stato scritto da coloro che sarebbero poi stati le vittime dello stalinismo: la lotta antifascista e la concezione del partito.

La Sinistra ha più volte affermato di ritenere il fascismo un nefasto evento soprattutto perché esso, con il suo strascico di violenze e persecuzioni, avrebbe dato fiato all’antifascismo democratico e legalitario. La Sinistra aveva ritenuto quindi opportuno scagliarsi con altrettanta forza contro la democrazia e la socialdemocrazia quanto contro il fascismo stesso. Erano stati democrazia e socialdemocrazia a generare, ad allevare e a fiancheggiare il movimento fascista. La Sinistra non aveva mai smesso di smascherare le complicità e la natura di classe delle cosiddette opposizioni legalitarie.

Questa netta posizione classista veniva decisamente condannata dall’Internazionale comunista, ormai alla disperata ricerca di successi immediati, veri o ritenuti tali, che accusava la Sinistra di non aver fatto “una analisi dei diversi strati sociali che formavano la base del fascismo, dei loro interessi e dei loro contrasti“. La Sinistra era ritenuta colpevole di “non avvertire che un governo socialdemocratico o borghese di sinistra e un governo fascista non sono la stessa cosa” e che quindi il partito, non potendosi assumere “davanti al proletariato la responsabilità di mantenere il fascismo al potere se avesse la possibilità di provocare la sostituzione di esso con l’Aventino“, avrebbe dovuto intervenire anche “con le sue forze elettorali in favore dell’uno o dell’altro degli avversari borghesi“.

Nelle Tesi presentate a Lione, la Sinistra sciolse in modo magistrale questo falso problema, così caro ai rinnegati di tutte le risme e di tutti i tempi, dimostrando che il fascismo non differiva dalla democrazia per il fatto di affondare le proprie radici all’interno della stessa classe sociale e soprattutto per il fatto di interpretare gli interessi della stessa classe: la borghesia. Più semplicemente il movimento fascista doveva interpretarsi come un tentativo di unificazione politica dei contrastanti interessi dei vari gruppi politici borghesi a scopo puramente e semplicemente controrivoluzionario.

Per inciso, non dobbiamo dimenticare che il fascismo mussoliniano non sarebbe nato e Mussolini avrebbe continuato la sua milizia all’interno del Partito Socialista Italiano se quel partito avesse aderito alla guerra, così come avevano fatto tutti gli altri partiti socialisti nazionali federati alla Seconda Internazionale. Il forte peso che la Sinistra aveva all’interno del partito impedì che il socialismo italiano portasse a termine il tradimento perpetrato, tranne rarissime eccezioni, dalla socialdemocrazia degli altri paesi. Nacque così, nel 1914, come reazione alla impostazione classista e rivoluzionaria della Sinistra il movimento fascista, interventista e democratico, con i finanziamenti dell’Intesa pervenutigli tramite di aderenti al Partito Socialista Francese. Nel 1922 andò legalmente al potere con l’appoggio di tutti i partiti democratici e di intesa con la socialdemocrazia italiana. E, da un punto di vista legale borghese, il regime fascista fu legittimamente alla guida dell’Italia per tutto il ventennio.

Gli estensori del documento dell’Internazionale, bene o male, dovevano fare i conti con il rigore delle analisi della Sinistra, basate non su delle opinioni ma su precise basi materiali e sociali, e risolvevano quindi il problema nel classico modo in cui da sempre l’opportunismo cerca di risolverlo: distinguendo tra programma e tattica, tra teoria pratica.

Nella prospettiva generale – scriveva il comitato Esecutivo dell’Internazionale – dello sviluppo storico i socialisti sono legati al fascismo. Essi hanno dato prova di ciò con tutto il loro atteggiamento (…) nei confronti del fascismo a cominciare dalla tregua firmata tra il partito socialista e il partito fascista (…) fino alle recenti dichiarazioni fatte da D’Aragona e Baldesi ad un giornale fascista, le quali provano che un anno dopo l’assassinio di Matteotti i capi socialriformisti (…) cercano un terreno di collaborazione e di intesa con il fascismo, e deplorano le ostilità che la classe operaia nutre contro di esso (…) I socialisti ed i massimalisti sono legati al fascismo per la difesa dell’ordine e degli interessi capitalistici contro la rivoluzione proletaria. Considerati in una prospettiva storica generale essi formano dunque anche l’ala sinistra dl fascismo, ma la tattica del nostro partito, pur non perdendo di vista questa prospettiva generale, non può nella sua azione quotidiana trascurare le differenze esistenti tra le diverse correnti della borghesia per cercare di opporle le une alle altre e strappare alla loro influenza le masse operaie momentaneamente disorientate”. La Sinistra “non vide – continuava il testo – che la prospettiva generale, non comprese che la tattica del partito doveva utilizzare le opposizioni esistenti nel campo stesso della borghesia e del fascismo“.

Queste erano le bestemmie che l’Internazionale Comunista, non ancora controrivoluzionaria, era arrivata a formulare, queste erano le bestemmie che, in Italia, Gramsci ed il suo gruppo ripetevano. Saranno queste bestemmie che serviranno da base teorica a tutta l’opera controrivoluzionaria dell’abbraccio democratico, compreso l’appello “ai fascisti onesti”, che trovò la sua più alta espressione nei blocchi partigiani e che ancora oggi tiene il proletariato incatenato alla democrazia borghese. Il fronte unico non veniva più quindi considerato come uno strumento tattico per smascherare il tradimento dei capi socialdemocratici e strappare dalla loro influenza le masse operaie, ma come forza di pressione per fare pendere da una parte o dall’altra i piatti della bilancia dei gruppi borghesi in antagonismo tra loro.

L’altro punto su cui si basavano le critiche dell’Internazionale era la concezione del partito e della sua organizzazione espressa nella “piattaforma della Sinistra”. La Sinistra vi aveva affermato che “il partito è l’organo che sintetizza ed unifica le spinte individuali e di gruppi provocate dalla lotta di classe. In quanto tale tipo di organizzazione del partito deve essere capace di porsi al di sopra delle particolari categorie e perciò raccogliere in sintesi gli elementi che provengono dai proletari delle diverse categorie, dai contadini, dai disertori della classe borghese, ecc. ecc“.

Questa formulazione, che aveva fatto gridare allo scandalo la centrale italiana, provocò lo stesso effetto nei dirigenti del Comintern che, ad onor del vero, con un po’ più di serietà degli epigoni italiani, vollero vedere in ciò indubbi sintomi di menscevismo. “Se la composizione sociale – scriveva l’Esecutivo di Mosca – fa posto ai disertori della borghesia, senza dubbio i più gravi pericoli minacciano”. I centristi italiani, molto più semplicemente, accusavano la Sinistra di voler trasformare il partito in “una organizzazione interclassista, una sintesi di interessi che non possono invece sintetizzarsi in alcun modo” (“L’Unità”, 7 luglio 1925).

Nella loro disonesta guerra contro la Sinistra, i centristi non si preoccupavano di confutarne le posizioni sulla base della dottrina e della tattica, non contrapponevano le loro tesi a quelle della Sinistra, ma facendosi forti del monopolio dei mezzi di informazione e degli organi dirigenti del partito la combattevano usando la più spudorata falsificazione e denigrazione. Nei loro articoli si ricorreva spessissimo a frasi di questo genere: “È un cumulo di errori e di affermazioni abbastanza ridicole”; “è un mucchio di corbellerie senza senso comune e senza fondamenti di prospettiva teorica“; “una ferragine di luoghi comuni conditi con una dose notevole di malafede, di ciarlataneria e demagogia“, ecc. ecc.

Non era certo una trovata della Sinistra italiana, né era dettata da “sfiducia” verso la classe operaia o per “menscevismo”, prevedere che individui transfughi della classe borghese continuassero, come per il passato, a mettersi dalla parte della rivoluzione e a militare nel partito comunista. Era stato Marx a dichiarare che “come già un tempo una parte della nobiltà passò dalla parte della borghesia, così ora una parte della borghesia si unisce al proletariato, e segnatamente una parte degli ideologi borghesi, che sono arrivati ad intendere teoricamente tutto il movimento storico“. La posizione gramsciana, a questo riguardo, era che il partito come lo intendeva la Sinistra sarebbe potuto andare bene al tempo di Marx ed Engels, quando “si limitava a registrare i progressi della classe operaia e a fare opera di propaganda ideologica“, ma non certo all’epoca del “leninismo”, quando “il partito guida le masse, dirige la lotta di classe e non si limita a fare il notaio“. Povero Carlo Marx, declassato a notaio dagli epigoni di Stalin! Stando così le cose, continuavano i centristi, nessuna funzione potevano svolgere gli intellettuali all’interno del partito comunista, partito proletario composto da proletari.

Se si fosse trattato di un serio confronto di idee fra la tendenza di centro, facente capo a Gramsci, e quella della Sinistra, facile sarebbe stato a questa ultima controbattere che né Gramsci, né Terracini, né Togliatti, né Scoccimarro, né Tasca, come la stragrande maggioranza dei dirigenti del partito, appartenevano al proletariato, e, cifre alla mano, sarebbe stato altrettanto facile dimostrare che dal 1923 in poi, sotto la direzione ordinovista, il numero degli operai nei posti di dirigenza, sia ai vertici del partito sia a livello locale, era notevolmente calato rispetto a quanti ve ne erano stati precedentemente.

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Il problema di salvaguardare il partito dal pericolo opportunista non stava certo nell’assicurare la “egemonia” numerica del proletariato all’interno del partito boicottando gli intellettuali e tantomeno con il “bolscevizzarlo”. La soluzione stava altrove, ed in modo corretto la espose la Sinistra al Sesto Esecutivo Allargato dell’Internazionale. “Ci si dirà, quello che voi chiedete lo chiedono anche tutti gli elementi di destra; voi volete le organizzazioni territoriali nelle cui assemblee gli intellettuali dominano con i loro lunghi discorsi l’intera discussione. Ma questo pericolo della demagogia e dell’inganno da parte dei capi esisterà sempre, esiste da quando esiste un partito proletario; eppure né Marx, né Lenin, che si sono occupati a fondo di questo problema, hanno mai pensato di risolverlo mediante un boicottaggio degli intellettuali o dei non proletari. Hanno anzi sottolineato ripetutamente il ruolo storicamente necessario dei disertori della classe dominante nella rivoluzione. È noto che, in generale, l’opportunismo e il tradimento penetrano nel partito e nelle masse attraverso certi capi; ma la lotta contro questo pericolo deve essere condotta in altro modo. Anche se la classe operaia potesse fare a meno dei capi, agitatori, giornalisti, ecc. non le resterebbe altro che andarli a cercare nelle file degli operai. Ma il pericolo della corruzione e della demagogia di questi operai divenuti capi non si distingue da quello della corruzione e della demagogia degli intellettuali. In certi casi sono stati proprio gli ex operai quelli che hanno recitato il ruolo più sporco del movimento operaio, è un fatto universalmente noto. E infine il ruolo degli intellettuali è forse eliminato dall’organizzazione per cellule d’azienda come è praticata oggi? È vero il contrario. Sono gli intellettuali che, assieme con ex operai compongono l’apparato del partito. Il ruolo di questi elementi sociali non è cambiato; anzi, è divenuto ancora più pericoloso. Se ammettiamo che questi elementi possano essere corrotti dalla loro posizione di funzionari, questa difficoltà sussiste, perché abbiamo conferito loro una posizione di gran lunga più responsabile che in passato: infatti nelle piccole riunioni di cellula di azienda, gli operai non hanno in pratica nessuna libertà di movimento, non hanno una base sufficiente per influire sul partito con il loro istinto di classe. Il pericolo contro il quale mettiamo in guardia risiede dunque non nella diminuzione dell’influenza degli intellettuali, ma, al contrario nel fatto che gli operai di cellula non si interessano che dei bisogni immediati della loro azienda e non vedono i grandi problemi dello sviluppo rivoluzionario generale della loro classe“.

Perfino la scelta di Lione come sede del Congresso, da un punto di vista organizzativo, fu una mossa poco sensata; infatti fu dovuta non tanto ad una questione di sicurezza quanto ad una precisa manovra politica. La federazione di Milano, la cui organizzazione era ancora efficiente ed alcuni compagni della quale erano i dirigenti dell’Ufficio I(l’apparato illegale del partito) aveva offerto al Centro la garanzia di una sede adatta, in Milano, per una riunione clandestina, garantita e difesa, disponendo di decine di ambienti adatti a riunioni controllabili e di centinaia di compagni allenati e fidati. La Centrale rifiutò l’offerta senza nemmeno controllarne la serietà. Era già stato deciso che il Congresso doveva esser fatto all’estero. Per recarsi al Congresso i delegati, già sotto controllo da parte della polizia, dovettero passare clandestinamente il confine francese. Altrettanto clandestinamente si spostarono in Francia poiché la maggior parte di loro era in possesso di documenti falsi. Una volta giunti a Lione i delegati si riunirono clandestinamente, spostandosi in vari luoghi perché la polizia francese era alla loro ricerca e sulle loro tracce. Quindi, a Congresso concluso, altrettanto illegalmente dovettero tornare in Italia. Ma il Congresso in Francia permise alla centrale di avere il controllo totale ed esclusivo dei delegati partecipanti al Congresso.

Che una settantina di delegati fossero riusciti ad oltrepassare la frontiera “sotto il naso delle guardie confinarie“, dalla storiografia stalinista viene considerato un enorme successo ed un esempio evidente dell’ottimo funzionamento dell’apparato illegale del partito ormai molto epurato dei membri della Sinistra. Al contrario, che la polizia italiana sapesse fare bene il suo mestiere non solo è dimostrato dal fatto che al suo ritorno in Italia più di un partecipante al Congresso venisse arrestato, ma soprattutto è dimostrato dal fatto che la polizia fascista era riuscita sia ad individuare Lione come sede del Congresso, sia a seguire le tracce almeno di alcuni dei rappresentanti di maggiore spicco, sia ad avere, direttamente dalla Francia, un resoconto abbastanza dettagliato dei lavori del Congresso. A questo punto ci potremmo anche chiedere quanto il passaggio di tutta la comitiva congressuale “sotto il naso della guardie confinarie” fosse dovuto alla perizia dei dirigenti dell’apparato illegale del PCd’I e quanto alla volontà del fascismo di lasciare che i lavori congressuali venissero svolti “indisturbati”. L’ex rivoluzionario di sinistra, Benito Mussolini, poteva solo gioire nel constatare che all’interno del Partito Comunista (l’unico partito antifascista non perché democratico, ma perché anticapitalista), da parte dell’ala filostalinista e quindi filorussa si stesse conducendo una lotta violentissima, senza esclusione di colpi, per sopraffare ed estromettere definitivamente dal partito la corrente rivoluzionaria.

Un chiaro esempio di come il partito fosse stato “preparato” per sconfiggere la Sinistra lo possiamo ricavare dall’articolo apparso sull’Unità del 12 giugno 1925 intitolato “Democrazia Interna e Libertà di Discussione”. Esso è la prova più chiara ed evidente del gesuitismo dei centristi. In poche parole vi si annunciava, con più di sei mesi di anticipo, che, qualunque fosse stato il responso del partito al Congresso, i centristi avrebbero comunque vinto, perché essi stavano dalla parte dell’Internazionale. “I compagni del “Comitato d’Intesa” sono partiti da questo ragionamento: il principio del centralismo democratico vale soltanto nel periodo da un Congresso all’altro (…) Nel periodo precongressuale però le cose cambiano (…) Il comitato Centrale resta in carica per il disbrigo degli affari correnti, per assicurare la continuità del funzionamento del partito, ma esso non ha nessun diritto di valersi della sua posizione, dei mezzi “del potere” a vantaggio della corrente di pensiero di cui è l’esponente. Esso dovrebbe mettersi su un terreno di “libera competizione” con le altre correnti a parità di condizioni (…) Questa concezione è profondamente errata. Lo possiamo affermare senza peccare di “giolittismo” di partito. La tesi da noi combattuta sarebbe giusta se il programma e le direttive di un partito comunista non avessero altra fonte che la libera discussione e competizione delle idee e il C.C. altra investitura che quella del responso elettorale della massa di partito (…) In un partito comunista le cose stanno diversamente (…) la massa di un singolo partito non è unico arbitro e non decide sovranamente della bontà e giustezza delle varie opinioni e correnti. Vi è sempre una opinione e corrente che si trova in una situazione di “privilegio”, che deve prevalere e deve essere fatta prevalere. Ed è quella della Internazionale Comunista, accettata e sancita dai congressi mondiali di tutte le sezioni dell’Internazionale“.

L’articolo, innanzi tutto, è una palese confessione che la frazione centrista si trovava, all’interno del partito, in netta minoranza; ma a parte questo il metodo pretesco è evidentissimo: i centristi, apparentemente, tiravano in ballo un concetto corretto e da sempre sostenuto dalla Sinistra italiana, secondo cui non è ammissibile che un partito comunista svolga, a livello locale, una politica contraria a quella sancita dai Congressi dell’Internazionale. Era stata la Sinistra italiana che aveva affermato ripetutamente questa necessità, aggiungendo inoltre che a capo di un partito nazionale dovessero esserci i rappresentanti di quella corrente che meglio si armonizzava con le direttive del Comintern. E la prova di massima coerenza con quanto affermato la Sinistra la aveva data nel 1923 quando lasciò spontaneamente (dopo sue insistenti richieste) la direzione del partito malgrado che la base aderisse in modo totale alla sua politica.

La Sinistra non richiese mai garanzie democratiche come non ha mai riconosciuto al metodo democratico una taumaturgica funzione. La democrazia, dai comunisti, è sempre stata considerata come uno strumento di inganno attraverso il quale la classe dominante esercita la sua dittatura. Che il metodo democratico possa venir utilizzato anche dal partito della classe operaia, in una certa fase del suo sviluppo, non significa certo che i comunisti lo accettino come principio, cercano anzi di superare questa fase quanto prima e meglio possibile.

Già nel 1922 il partito, allora diretto dalla Sinistra, aveva affermato: “Non è il caso di elevare a principio questo impiego del meccanismo democratico. A fianco di un compito di consultazione analogo a quello legislativo degli apparati di Stato, il partito ha un compito esecutivo che corrisponde addirittura nei momenti supremi di lotta a quello di un esercito, che esige il massimo della disciplina gerarchica (…) Non possiamo concepire una designazione di maggioranza del partito come aprioristicamente tanto felice nelle scelte quanto quella di un giudice infallibile (…) Perfino in un organismo nel quale, come il partito, la composizione della massa è il risultato d’una selezione, attraverso una spontanea adesione volontaria, e il controllo nel reclutamento, il pronunciato della maggioranza non è per sé stesso il migliore (…) Il criterio democratico è per noi finora un accidente materiale per la costruzione della nostra organizzazione interna e la formulazione degli statuti di partito: esso non è l’indispensabile piattaforma. Ecco perché noi non eleveremo a principio la nota formula organizzativa del “centralismo democratico”. La democrazia non può essere per noi un principio” (Il Principio Democratico, “Rassegna Comunista” n. 18, 28 febbraio 1922).

La Sinistra, già dal 1922, si auspicava il superamento del “centralismo democratico” proponendo “di dire che il partito comunista fonda la sua organizzazione sul ’centralismo organico’“. È chiaro che ciò avrebbe dovuto rappresentare un punto di arrivo, quando con la giusta tattica fosse stata raggiunta nel partito la completa omogeneità al di sopra delle correnti e delle frazioni. Rifiutare e reprimere il meccanismo democratico e l’esistenza delle frazioni, ma mantenere la forma della consultazione democratica e praticare la più aspra lotta politica contro i dissenzienti al Congresso rappresenta invece un puro esempio di frazionismo dall’alto e l’adozione del peggiore metodo democratico; quello giolittiano appunto.

Le manovre della centrale falsarono in modo clamoroso la maggioranza della Sinistra, ancora dominante nel partito, per ammissione degli stessi centristi, sfruttando l’impossibilità di molte sezioni a far pervenire i voti. Comunque, malgrado tutti gli imbrogli del centro del partito, all’epoca del Congresso di Lione la Sinistra manteneva ancora la maggioranza all’interno del partito. Malgrado i filtri del gruppo dirigente del partito, a Lione, le forze dei delegati erano pressoché equivalenti, e quanto alla famosa base con difficoltà la si poté, in Italia, consultare per la nota situazione di dominio del fascismo e quindi le riunioni di sezione malamente erano state fatte e ancora meno i congressi di federazione provinciali dovendo tutta l’attività essere clandestina.

Ebbene, molto elegante fu la trovata dei dirigenti centristi del partito: venne stabilito che tutte le tessere di iscritti per cui non risultava il voto né per la centrale né per la opposizione di sinistra si sarebbero dovute calcolare a favore delle tesi della centrale. Fu negata perfino la facoltà di astenersi perché i voti degli astenuti vennero considerati come dati al centro gramsciano. Dato che i lavori di preparazione al Congresso erano cominciati alla fine del 1925, le tessere teoricamente considerate furono quelle del 1925. Se per la Sinistra i votanti effettivi a Lione furono il 10% degli iscritti di un anno prima, fu facile attribuire al centro il 90% vantato!

Ad ulteriore riprova del metodo parlamentaristico invalso nell’Internazionale e nel gruppo dirigente del partito italiano: in nome del principio della più deleteria ipocrisia democratica borghese, ossia la “rappresentanza delle minoranze”, la Sinistra venne costretta ad entrare nella nuova direzione del partito, pena l’espulsione in caso di rifiuto. I rappresentanti della Sinistra, così come nel 1923 avevano volontariamente ceduto la guida del partito al gruppo di Gramsci, così ora rifiutarono di partecipare alla direzione non per “sabotare il partito”, non per spirito frazionistico ma perché ritenevano inammissibile prendersi carico di una gestione che ritenevano contrastante con le basi programmatiche del marxismo rivoluzionario. Leale, come al solito, fu la proposta della Sinistra: “Vi diamo garanzia che non faremo lavoro frazionistico, che nessun tentativo di svolgere azione frazionistica sarà fatto da parte nostra. D’altra parte vi rinnoviamo l’offerta di collaborazione alla periferia del partito, ma desideriamo essere esclusi dalla partecipazione alla direzione. D’altra parte poiché non esiste nello statuto una formula che ci possa obbligare vi preghiamo di non voler passare per il metodo dell’imposizione“.

Il rappresentante del Comintern, Humbert-Droz, minacciò i compagni della Sinistra: “dovranno lavorare nel partito pienamente, in modo attivo, ai posti in cui saranno chiamati (…) altrimenti si andrà diritti ad una espulsione“. Avvenne così che due compagni della Sinistra comunista, cioè di quella corrente accusata di menscevismo, anarchismo, sindacalismo, opportunismo, furono obbligati ad entrare nel C.C. del partito. Lione si chiuse con una dichiarazione della Sinistra di aperta condanna dei traditori in marcia, non tanto per la truffaldina conta dei voti, ma per la pretesa ipocrita di mettere due uomini della Sinistra nella nuova centrale.

Alla Sinistra non rimase che ricorrere alla Commissione di Controllo dell’Internazionale contro i sistemi usati ed i risultati ottenuti in maniera del tutto truffaldina. La Commissione di controllo si rifiutò di fare oggetto del suo esame le accuse della Sinistra contro la centrale del PCd’I e del reclamo ufficiale nulla si seppe più.

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Scrivemmo nel 1970 in “In difesa della Continuità del Programma Comunista”: “Il Congresso di Lione seguì di pochi mesi quel XIV congresso del partito russo che aveva visto la quasi totalità della vecchia guardia bolscevica, a cominciare da Kamenev e Zinoviev, insorgere in una rovente quanto improvvisa impennata sia contro “l’abbellimento della Nep” e il “contadini arricchitevi” dei “professori rossi” e di Bucharin, sia contro il soffocante regime interno instaurato da Stalin; precede di appena un mese quel VI Esecutivo Allargato dell’I.C. che, puntando tutti i cannoni di una retorica di ufficio contro l’unica forza internazionale levatasi a denunciare la crisi profonda del Comintern – appunto la Sinistra italiana – e mettendola al bando, spianava anche la strada alla condanna della Opposizione russa nel novembre/dicembre. Il movimento internazionale comunista era giunto al suo fatale crocevia e, come al XIV Congresso del PCR i Kamenev, gli Zinoviev, la Krupskaia, avevano avuto coscienza di esprimere nelle loro parole l’insorgere di forze sociali e materiali in lotta nell’ambito dello Stato sovietico contro altre forze sociali e materiali obiettive mille volte più potenti degli individui alternatisi alla tribuna, così sul piano internazionale la Sinistra, nel redigere come sempre un corpo di tesi riguardanti non l’angusto confine della “questione italiana”, ma l’intero, mondiale campo della tattica comunista, sapeva di dar voce a un corso storico che, nel giro di pochi mesi, avrebbe avuto nome Cina e, per una rara e per molti anni unica convergenza di circostanze obiettive, l’Inghilterra, dunque un paese semicoloniale e la metropoli imperialista per eccellenza. Era l’anno della prova suprema, giacché dall’esito della titanica lotta degli operai e contadini cinesi e dei proletari britannici sarebbe dipeso, in ultima istanza, il destino della Russia sovietica e dell’Internazionale. L’Opposizione russa sentirà nel corso di quell’anno la terribile urgenza dei nodi venuti al pettine della storia e, superando antichi dissapori, Trotski e Zinoviev faranno disperatamente blocco contro le forze incalzanti della controrivoluzione; il primo in particolare muoverà, fino a tutto il 1927, una splendida battaglia e ne uscirà battuto. Uscirà battuta, con l’Opposizione russa la rivoluzione cinese, e sconfitto il grandioso sciopero britannico, uscirà distrutto l’intero movimento internazionale comunista“.

La rinascita del partito comunista mondiale e del portarsi del proletariato di tutti i paesi nuovamente sul terreno dell’avanzata e della Rivoluzione necessita che si riprenda, con intransigenza ed ostinazione, da quel 1926, da dove la continuità del programma fu spezzata.