Partito Comunista Internazionale

Il CO.M.U. ad un bivio (con pericolo di svio)

Categorie: CoMU, Italy

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Rinviare uno sciopero senza aver raggiunto significativi risultati non è certo un buon segno; ma quando a farlo è un’organizzazione di base dei lavoratori, si supera la “soglia d’attenzione” e si passa a quella di pericolo: quello che per un qualsiasi sindacato di regime è tatticismo di routine, per un’organizzazione che fonda solo sulle lotte il proprio potere contrattuale, diviene errore fondamentale.

A novembre e dicembre 2000 il CoMU-ORSA si è “accontentato” delle assicurazioni politiche del Ministro ed ha soppresso, a meno di 48 ore, gli scioperi indetti. Preoccupante e censurabile anche il metodo attraverso il quale si è pervenuti a questa decisione: parte dei Coordinatori Nazionali, con l’appoggio del segretario generale della FISAFS, dopo breve colloquio, hanno deciso di firmare un verbale d’accordo che svilisce mesi, anni di lotte, non soltanto dei macchinisti, ma di tutti i ferrovieri.

Contro questa situazione si è mosso gran parte del CoMU, a partire dai compartimenti della Toscana, della Sicilia e della Calabria. Questa vicenda ha evidenziato il clima che da tempo si vive all’interno dell’organizzazione dove oramai, di fatto, esiste una contrapposizione tra la parte più cosciente della periferia ed il centro di Roma.

Questa è divenuta palese all’indomani della confluenza del CoMU nell’ORSA. Il progetto era nato e si era concretizzato per unire, “a scopo tattico”, l’organizzazione dei macchinisti con altri sindacati di base ed autonomi come la FISAFS: quest’insieme di sigle doveva essere la contromossa rispetto al progetto governativo d’innalzamento al 10% della “soglia di rappresentanza”. Di fatto però la confluenza nell’ORSA aveva allontanato proprio quelle organizzazioni come la FLTU che dovevano essere il referente naturale del CoMU. Ottenuto quel previsto risultato minimo si sarebbe dovuto lavorare affinché la forza reale dei macchinisti rimanesse l’elemento dominante e trainante dell’alleanza, in caso contrario il Coordinamento sarebbe stato facile preda del sindacalismo autonomo degli altri, esperti nell’arte della costruzione d’organigrammi utili soltanto all’occupazione di spazi politici nell’area del sindacalismo di regime. I ferrovieri comunisti avevano criticato sia questa confluenza sia l’allontanamento dalle organizzazioni di base oggi realmente radicate tra i ferrovieri.

Ugualmente avevano deprecato le eccessive speranze riposte nella partecipazione alle elezioni delle Rappresentanze Sindacali Unitarie, che sappiamo essere, sin dalla loro nascita, strumento di quel sindacalismo tricolore che presto inquadrava i Consigli di fabbrica, eredi delle Commissioni Interne e soprattutto delle RSA, vera espressione del monopolio collaborazionista sul posto di lavoro.

Resta quindi solo possibile lo sforzo per dare alle elezioni per le RSU un significato critico e di lotta, un “esserci” ed un “contarsi” contro lo schieramento collaborazionista.

I movimenti dei lavoratori restano a tutt’oggi estremamente deboli e anche la forza espressa da scioperi e comportamenti positivamente rivendicativi rimane nel ghetto delle categorie o, peggio, nei singoli posti di lavoro. La vera alternativa, la ricostruzione dell’organismo sindacale di classe, non è certamente favorita da questi connubi tra organismi di base e sindacati autonomi: la categoria, la fabbrica sono le gabbie in cui s’imprigiona il bisogno di ritrovare un’estesa solidarietà di classe.

I comunisti intervengono nelle lotte operaie ovunque ne sia data la possibilità, portando la prospettiva di rinascita del sindacato come unica via percorribile. Nel caso del CoMU mettono in evidenza la discrepanza tra la politica espressa sinora dall’intera organizzazione, e che ha portato negli ultimi quindici anni a dei risultati, e quella che, oggi rinvigorita, esce dalle stanze dei bottoni, politica sinora imbrigliata dalla buona volontà di molti, ma suscettibile di debordare in ogni momento nel tradimento dei principi e nella dispersione della forza sino ad oggi rappresentata.

Gennaio sarà mese di congressi: a Rimini l’organizzazione dovrà chiarire, innanzi tutto a se stessa, se si vuol ancora muovere verso gli ideali e le prospettive che sinora l’hanno contraddistinta, o se, al contrario, le avvisaglie di degenerazione progressivamente segneranno la fine di quest’esperienza. All’interno dell’organizzazione dei macchinisti esistono forti e sane resistenze, pronte a proseguire in ogni caso sulla strada della difesa intransigente delle condizioni di vita e di lavoro dei ferrovieri. I comunisti saranno là per sostenere ed indirizzare quel progetto, unica speranza per un allargamento reale ed un consolidarsi del fronte di lotta.