Gli LSU-forestali pugliesi mostrano i pugni e vincono
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La necessità da parte dello Stato di predisporre degli ammortizzatori sociali per evitare rivolte di disperati proletari rimasti disoccupati si scontra con le ferree politiche di mercato, col bisogno di limitare la spesa pubblica, con le imposizioni di FMI, Banca Mondiale, WTO, Unione Europea, Euro, Banca d’Italia… Intanto, secondo la demagogia “federalista” alla moda, si stanno delegando agli enti locali quasi tutte le competenze amministrative. In questa morsa si sono recentemente trovati i Lavoratori Socialmente Utili forestali pugliesi: 315 operai licenziati dalle loro vecchie aziende che, terminato il periodo di Cassa Integrazione e messi in mobilità, sono stati ripescati nella rete dei LSU stesa dallo Stato per assicurare il controllo sociale di disoccupati sicuramente turbolenti al misero costo – viva la solidarietà! – di un tozzo di pane.
In questo caso gli LSU sono in forza alla Regione Puglia per lavori, certo importanti, di manutenzione forestale, con stipendi però pagati da Roma tramite la Protezione Civile; un regime transitorio, il loro, che sarebbe durato solo fino al 31 ottobre e con un futuro tutto da definire.
I lavoratori sono stati infatti licenziati e la ricerca della soluzione alla loro vertenza si è impantanata nella palude delle competenze tra Stato e Regione: un progetto di co-partecipazione da 1,5 miliardi viene bocciato in giunta regionale a maggioranza di centro-destra. Per gli LSU si apre un baratro e non rimane che intraprendere la lotta.
La risposta degli operai arriva il 27 novembre quando, in coincidenza con un consiglio regionale, attraverso il quale pubblicamente il presidente Fitto avva promesso che si sarebbe trovata una soluzione, provenienti da tutta la regione si radunano, auto-organizzati in comitati di base, davanti al Palazzo della Regione, a Bari.
Succede che passano le ore e si fa sera, ma della soluzione promessa non si ha notizia, la giunta ha sciolto i lavori senza aver affrontato il problema, perseverando tra incuria e tattica politica. I forestali, inferociti, avvistano il presidente Fitto e tre assessori uscire dal Palazzo e corrono loro incontro circondandoli. Si levano i pugni e un cazzotto proletario colpisce la mascella di Fitto che, protetto (evidentemente male) dalla polizia, vistosi il passo sbarrato, non può far altro che tornare dentro.
Le cronache raccontano che lo stato di assedio dura per due ore finché un cordone di polizia ha consentito l’uscita. “A quel punto – riporta la Gazzetta del Mezzogiorno del 28 novembre – la rabbia dei dimostranti si è moltiplicata a dismisura e si è indirizzata nei confronti dello stesso questore”. La polizia evitava il pestaggio dei tre assessori che se la davano a gambe, caricando democraticamente gli operai.
Il fatto diventa motivo di polemica elettorale fra i clan di Rutelli e Berlusconi, mentre notabili politici, del sindacato confederale e gli organi di stampa descrivono gli LSU ormai disoccupati come criminali. Il 1° dicembre Fitto rincara la dose annunciando che avrebbe restituito i fondi, 10 miliardi, erogati da Roma alle regioni per “stabilizzare” gli LSU: motiva il rifiuto con discorsi sulla responsabilità politica, sulle colpe dello Stato e sulla “verginità” delle regioni, ma è chiara la polemica Polo-Ulivo con la strumentalizzazione sfacciatamente elettorale degli LSU. I forestali non si arrendono a questi giochi di palazzo e continuano a manifestare anche nei giorni successivi.
Il Governo-Amato, sia per tornaconto elettorale sia per ordine pubblico, tramite il sottosegretario al Lavoro dapprima provvede al pagamento delle mensilità di novembre e dicembre, poi inserisce nella Finanziaria 2001 voci ad-hoc per gli LSU tutti, ben sapendo che questi sono proletari molto combattivi, come dimostrano le loro lotte di due anni fa a Napoli e Palermo; così vengono introdotte deroghe all’obbligo fatto alle regioni di assumere un 30% degli LSU a tempo indeterminato – cosa non accettata per motivi di bilancio dagli enti locali – ma viene assicurata la copertura finanziaria per gli anni 1999, 2000, 2001 e promessa per il 2002 e il 2003. Con questo provvedimento il Governo tenta di assicurarsi l’inerzia di questi precari fino al 2001 e viene incontro alle regioni.
Ma è un aggiustamento dovuto solo alla bella prova difensiva degli operai che si sono saputi auto-organizzare in comitati di base sottraendosi dalla guida opportunistica dei confederali. Il risultato ottenuto da queste lotte vale soprattutto per questo. Sappiamo che il problema della salvaguardia del posto di lavoro si riproporrà ancora, sappiamo che lo stesso rapporto “socialmente utile” è una forma di lavoro sfavorevole, sottopagato e con evasione dei contributi previdenziali operata dagli stessi enti pubblici e che certo non va glorificato né invocato. Riteniamo anche di difficile applicazione l’assunzione di tutti gli LSU negli enti locali con contratto a tempo indeterminato, come rivendicato, e che richiederà lotte intensissime. Ma intanto i lavoratori hanno individuato la giusta risposta contro la precarietà offerta dal sistema capitalista: fuori dai sindacati di regime e non rinunciando alla violenza contro la violenza istituzionalizzata dello Stato borghese.