Contro Livorno 1921 gracidano le cornacchie super e post-opportuniste
Categorie: Italy, Rifondazione Comunista
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Nel panorama zoologico della borghese democrazia anche quelli che pretendono di rifarsi, seppur per vie contorte, al comunismo hanno le caratteristiche degli altri schieramenti, di destra o di sinistra: si vantano di non avere una ideologia, un programma, una finalità predeterminata. Si rifanno in sostanza tutti quanti alla caratteristica vantata dal fascismo: quella del più spregiudicato eclettismo.
Questo atteggiamento, che non riduce la pericolosità del moderno opportunismo, rende difficile attaccarne le posizioni politiche, proprio perché posizioni politiche non ne ha ed è sfuggevole come il mercurio. Non ci dimentichiamo però chi sia e da dove venga, la sua funzione e la sua tradizione. Non per niente tutte le sue glorie non sono altro che la lunga serie di tradimenti che hanno determinato la sconfitta del movimento rivoluzionario comunista internazionale dopo che i maestri degli odierni “post-” rinnegarono quella Terza Internazionale che, nel primo dopoguerra, aveva riconfermato, nei culmini della rivoluzione di Ottobre e della formazione del PCd’I, la validità della dottrina e del metodo marxista dal punto di vista teorico e pratico.
Prendiamo ad esempio il Partito della Rifondazione Comunista. Questo discende direttamente da quel Partito Comunista Italiano del quale rivendica la solidarietà con la classe dominante e la difesa degli interessi nazionali. È internazionalista solo in quanto parte integrante della strategia della più feroce delle controrivoluzioni che prese il nome da Stalin.
Quel PCI ebbe il suo naturale epilogo in Rimini 1989 dopo essere passato attraverso tappe che hanno significato l’abbandono degli interessi e delle finalità di classe a favore di scopi puramente interclassisti e democratici. Tappe che vanno dall’Aventino, ai fronti popolari, all’adesione alla guerra imperialista, ai blocchi partigiani, al riconoscimento dell’Italia monarco-sabauda e alla partecipazione ai suoi governi, alla politica della ricostruzione, al compromesso storico, all’appoggio al governo di solidarietà nazionale… e quanto potrebbe durare ancora questa lista! Quel partito che, malgrado il suo carattere di massa, il suo monopolio sul proletariato italiano, i suoi strepitosi successi elettorali, la sua influenza sulla “cultura”, il suo controllo in centrali organismi economici, il capillare potere politico espresso nel governo delle amministrazioni locali, non ha mai costituito la men che minima minaccia alla borghesia italiana ed al suo Stato nazionale con i quali ha sempre amorevolmente puttaneggiato. Anzi Stato capitalista e borghesia hanno sempre riconosciuto in questo partito un fattore determinante di “stabilità democratica” ed il garante della pace sociale, cioè a dire un elemento indispensabile del regime politico borghese.
Gli attuali “rifondatori” hanno pienamente condiviso la politica del vecchio PCI fino all’ultima goccia del suo tradimento. La loro nascita non è scaturita da divergenze programmatiche con la maggioranza del partito Occhetto-D’Alemiana, la quale, dopo che, da decenni, tutto ciò che poteva avere sapore di comunismo era stato affossato, ha pensato bene di sbarazzarsi anche di un nome divenuto ormai solo un palla al piede. Specialmente dopo il crollo del famoso muro. Il Muro della Vergogna, del quale, finché è restato in piedi, non si sono mai vergognati.
La trasformazione del vecchio PCI e la separazione dello spezzone rifondatorio è stata un’operazione condotta a tavolino dal capitale italiano il quale, dopo il terremoto che investì la cosiddetta Prima Repubblica spazzando via i vecchi partiti di potere ed il loro metodo di gestione, aveva una urgente necessità di costituire governi stabili che fossero in grado di fare ingoiare al proletariato tutta una serie di misure impopolari, cosa che sarebbe stata impensabile per un governo di destra non dittatoriale. Ne fa fede la breve parentesi del governo Berlusconi.
Allo stesso modo il capitalismo nazionale aveva pure bisogno di un partito che rivendicasse la tradizione comunista ma che, alla bisogna, fungesse da ruota di scorta del governo di sinistra. Di qui l’esperienza governativa dei bertinottiani fino a che, per non perdere del tutto la loro compromessa credibilità, hanno dovuto mettersi all’opposizione, senza però avere prima affittato una parte della propria organizzazione al governo di “sinistra” perché restasse in piedi.
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In occasione dell’ottantesimo anniversario della nascita del PCd’I i bertinottiani sono tornati a Livorno dove è stato persino possibile sentir pronunciare la parola “rivoluzione”. Il mensile teorico (?) del PRC Antagonismi del 21 gennaio dedica ben quattro pagine al dibattito sulla “Attualità della Rivoluzione”. Il dibattito tra i santoni intervenuti, Bertinotti, Franchi, Sanguinetti, Tronti, tutti personaggi illustri che noi ci vantiamo di aver sentito appena nominare o di non conoscere affatto, si è aperto con questa domanda, nel linguaggio da ciarlatani di mercato, come sono: «È ancora possibile una soggettività comunista? (…) Ed essa è ancora spendibile nella politica e per incidere nell’agenda della politica?».
Nel corso del dibattito Bertinotti, in sostanza, afferma che «su scala mondiale il capitalismo ha vinto e il processo di globalizzazione si è fuso con il crollo dei regimi dell’est. Questo è il punto di partenza che fa capire meglio il degrado e la deriva nel quale ci troviamo». Quali sono i motivi della sconfitta proletaria e della vittoria capitalista? Da Bertinotti non ci è dato saperlo. Comunque sia, il dirigente di Rifondazione afferma che «di fronte al nuovo capitalismo la politica deve scalare la sua dimensione più alta, deve affrontare pienamente e senza reticenze il problema della rivoluzione».
Questo sì che è parlare da compagni, lo spirito di Livorno sembra essersi impossessato del corpo del grande Fausto. Però subito dopo aggiusta il tiro dicendo che «occorre ricostruire il collegamento tra realismo e radicalità». Come dire, cari compagni, niente utopie, niente illusioni, ma solo la politica del possibile, cioè quella “spendibile” e capace di “incidere nell’agenda della politica”, siamo o non siamo dei liberi professionisti della politica?. Quindi parlando della annunciata rivoluzione chiarisce che «il processo rivoluzionario va pensato nei tempi lunghi, in una radicale ma lunga trasformazione. Sicuramente non nei termini di una precipitazione». La rivoluzione dentro le coscienze! E, per chi non avesse capito spiega meglio: «Oggi chi ha l’onere di pensare il progetto rivoluzionario sottopone l’ipotesi di conquista del potere statuale ad un vaglio critico dal quale essa risulta né plausibile né attuabile. È la stessa natura del nuovo capitalismo che ci fa giungere a questa conclusione».
Niente conquista violenta del potere, nemmeno conquista graduale perché ormai il capitalismo ha vinto a scala mondiale ed il proletariato non esiste più. Al Bertinotti può essere scappata di bocca la parola “rivoluzione”, ma non quella “proletariato”, infatti la rivoluzione, senza proletariato è solo una chiacchiera, come chiacchiere sono i ritorni a Livorno, come tutte le altre strategie “spendibili ed investibili”.
Due anni e mezzo or sono, commentando il libro di Bertinotti Le Due Sinistre, una rivista cattolica scriveva: «Non a caso significativo è anche il silenzio di Bertinotti nei confronti del principale motore del capitalismo mondiale rappresentato dagli Stati Uniti d’America, se non attraverso la difesa di Fidel Castro» (Il Tetto, luglio/ottobre 1998). Thomas Foglietta, ambasciatore americano, racconta: «Quando sono arrivato a Roma mi sono detto: Voglio parlare con i comunisti. Voglio conoscere questo mister Bertinotti, questo mister Cossutta (…) Sono venuti da me nella residenza di villa Taverna (…) separatamente, più di una volta: per un lunch, per un coffee. Alla prima occhiata erano un po’ spaesati (…) Pochi minuti dopo cantavamo insieme. Con Bertinotti siamo passati al tu. Mi ha detto: chiamami Fausto. Con Cossutta abbiamo parlato della guerra partigiana. Da allora abbiamo avuto sempre ottime relazioni» (La Stampa, 30 gennaio).
Noi non abbiamo niente da replicare o rimproverare a questi signori, è al proletariato che ci rivolgiamo e rammentiamo le parole di Marx. «La borghesia non solo ha fabbricato le armi che la distruggeranno; ha generato anche gli uomini che faranno uso di esse: i moderni operai, i proletari (…) Il proletariato attraverso la rivoluzione si impone come classe dominante e, in quanto classe dominante, distrugge violentemente gli antichi rapporti di produzione. Esso cancella assieme a quei rapporti anche le condizioni di esistenza dell’antagonismo di classe, cancella le classi in genere, e quindi cancella il suo proprio dominio di classe (…) I proletari non hanno nulla da perdere se non le loro catene. Hanno un mondo da guadagnare. Proletari di tutti i paesi unitevi!».