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Daewoo: guerriglia sindacale in vista di una battaglia più grande

Categorie: South Korea

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La crisi finanziaria del 1997 inizio del 1998 che ha colpito molti paesi del sud est asiatico si è abbattuta con particolare gravità sulla Corea del Sud, probabilmente proprio per il grado di sviluppo industriale raggiunto dalla sua economia, l’undicesima alla scala mondiale.

Sottoposta alla ferrea cura del Fondo Monetario Internazionale l’economia ha ricominciato a girare ma con gravissime conseguenze per una larga fascia di proletari che stanno pagando la crisi con salari ridotti, maggiore sfruttamento, un forte aumento della disoccupazione. Secondo i dati ufficiali, in un solo anno i disoccupati sono aumentati di 1.200.000 unità

Le elezioni presidenziali del dicembre 1997 si svolsero sotto l’egida del Fondo Monetario Internazionale, con cui il governo uscente aveva sottoscritto un accordo capestro appena un paio di settimane prima, riuscendo ad ottenere 58,35 miliardi di dollari di aiuti, la somma più consistente mai concessa dal Fondo.

Svolto il suo compito la vecchia classe politica, coinvolta negli scandali seguiti alle rivelazioni sui legami che la univano ai più grandi gruppi industriali del Paese, indicata all’opinione pubblica come responsabile del tracollo dell’economia e anche di aver perso la faccia con gli strozzini del FMI, passa la mano ad uno dei più “carismatici” oppositori alla linea politica dei precedenti governi, un “liberale di sinistra”, Kim Dae jung, imprigionato a più riprese dal governo militare e anche da quello civile.

Tra le tante dichiarazioni fatte in campagna elettorale, il nuovo presidente aveva solennemente promesso che in caso di vittoria avrebbe proclamato un blocco dei licenziamenti; promessa dimostratasi appunto “elettorale” e non mantenuta.

Un esempio emblematico dell’atteggiamento del governo, di completo sostegno, naturalmente, all’interesse del capitale, si è avuto nella vicenda della bancarotta di uno dei cinque più grandi complessi industriali (chaebol) della Corea, la Daewoo, vicenda che in queste settimane si sta risolvendo in maniera drammatica per migliaia di lavoratori.

Ancora un anno fa, nell’aprile 2000, la Federazione dei Sindacati Metalmeccanici della Corea del Sud (KMWF) aveva proclamato uno sciopero di una settimana per i 73.000 lavoratori delle principali quattro case automobilistiche nazionali coreane (Hyundai, Daewoo, Kia e Sangyong) contro la cessione della Daewoo Auto ad una società straniera.

La crisi della Daewoo ha coinvolto naturalmente anche i circa 300.000 dipendenti delle 500 principali ditte fornitrici, ma il sindacato KCTU (Confederazione Sindacale Coreana), a cui aderisce il KMWF, è quasi totalmente assente nella piccola e media industria e non riesce a mobilitare questi lavoratori, la cui forza sarebbe invece stata decisiva nello scontro attuale.

Con quella lotta, durante la quale venne arrestato il presidente del sindacato KMWF, si cercava di ostacolare le manovre della direzione della Daewoo e delle Banche creditrici per cedere l’azienda ad un grande gruppo internazionale (allora si parlava di General Motors, ma anche di Ford, di Daimler Chrysler, ecc). I sindacati temevano, giustamente, che la cessione avrebbe comportato tagli all’occupazione, ma giustificavano la loro azione anche con un sentimento nazionalistico ostile all’ingresso di stranieri in quella che, fino a pochi anni prima, era la seconda industria automobilistica coreana, come se anche l’esperienza di quest’ultima crisi non avesse dimostrato che un padrone compatriota si comporta esattamente come uno straniero e che il capitale non ha patria ma va dove riesce ad ottenere maggiori profitti.

Dopo lo sciopero ripresero le trattative, ma a novembre la situazione si era fatta ancora più tragica, gli operai rimasti al lavoro, ai quali erano stati ridotti gli stipendi del 30%, non venivano pagati da due mesi e lavorano a settimane alternate.

L’azienda, con l’appoggio del governo e sotto la sferza delle banche creditrici che avevano chiesto forti interventi di ristrutturazione per l’emissione di nuovi prestiti, annunciava un ulteriore taglio di 3.500 posti di lavoro e la vendita di alcune aziende possedute all’estero per consolidare la propria situazione finanziaria. Venne anche decisa una riduzione della produzione degli stabilimenti polacchi, dove lavorano 24.000 operai, contraendola da 220.000 a 126.000 unità all’anno. Con questa strategia il gruppo si aspettava di ridurre il deficit entro il 2001 e di incamerare per il 2002 quasi 9 miliardi di dollari.

A metà febbraio scorso l’azienda spedisce 1.700 lettere di licenziamento, interrompendo le trattative col sindacato e annunciando la chiusura per tre settimane della sua fabbrica automobilistica più grande, quella di Pupyong, 30 chilometri ad est di Seul ed in grado di produrre 500.000 vetture all’anno e 46.000 veicoli commerciali.

I licenziamenti sono stati facilitati dalla nuova legislazione sul lavoro, varata nel 1997, nonostante il sindacato KCTU vi si opponesse con tutte le forze.

Alla notizia dei licenziamenti, 700 operai, sostenuti dal sindacato dell’auto, venerdì 16 febbraio si sono barricati nella fabbrica in un disperato tentativo di respingere le decisioni aziendali. «Combatteremo contro i licenziamenti con tutti i mezzi possibili», ha dichiarato un dirigente sindacale della Daewoo. «Garantiteci il diritto alla sopravvivenza. Non abbiamo più niente da perdere», gridavano i manifestanti.

La polizia ha atteso il lunedì successivo per attaccare in forze. 4.000 agenti, con l’appoggio di ruspe e blindati hanno attaccato le barricate costruite dagli operai con rimorchi di camion e altro materiale. I lavoratori, appoggiati anche da compagni rimasti all’esterno, si sono difesi aspramente usando tubi di ferro e sparando acqua contro gli agenti con le pompe antincendio. La battaglia è durata tutto il giorno ma alla fine la polizia è riuscita ad occupare la fabbrica e gli agenti adesso ne controllano ogni angolo compresi gli edifici circostanti. Una trentina di ordini di cattura sono stati emessi contro i capi della rivolta.

Il 21 febbraio i lavoratori hanno interrotto il traffico sull’autostrada Seul-Incheon per 20 minuti, prima di essere dispersi dalla polizia.

Pare che la KCTU non abbia potuto fare altro che minacciare una campagna di boicottaggio delle vetture della General Motors, se dovesse rilevare la Daewoo Motors “scremata”. Ma questa era proprio la condizione essenziale posta dagli acquirenti; lo stesso Ministro delle Finanze ha sostenuto che i licenziamenti sono un passo inevitabile per permettere l’intervento di acquirenti stranieri. Certo tempo non ce n’è più molto: secondo la Korea Development Bank tenere aperta la Daewoo in questa situazione costa più di 120 milioni di dollari al mese, che si sommerebbero al debito che era, già a novembre, di ben 15 miliardi di dollari.

Nonostante la loro combattività gli operai Daewoo, e prima di essi quelli di altre centinaia di fabbriche coreane, sono stati sconfitti. Il padronato coreano e mondiale, che per anni ha accumulato profitti sulla loro pelle, fa adesso pagare loro le conseguenze tragiche della crisi, in una situazione che in Corea è particolarmente difficile perché non esistono “ammortizzatori sociali”.

Il movimento sindacale coreano rinato negli ultimi anni sulle ceneri dei sindacati filo-statali, in condizioni spesso di difficile clandestinità, non ha potuto sorgere che spezzettato in centinaia di piccoli sindacati aziendali che solo recentemente si sono collegati in Federazioni Nazionali. Il KMWF, la Federazione Metalmeccanica, è un coordinamento dei sindacati nei settori auto, cantieri navali, macchine utensili, elettronica, ed è affiliata alla confederazione KCTU. Alla KMWF nel 1999 aderivano 184 sindacati con circa 190.000 iscritti. Il tasso di sindacalizzazione rimane però piuttosto basso, circa il 15% della forza lavoro, ed è concentrato soprattutto nelle grandi fabbriche mentre nelle piccole e medie imprese la presenza sindacale è debole.

La strada è lunga e in salita, per la riorganizzazione della classe operaia in questi giovani industrialismi, ma è già tracciata.