Uomo moderno, personificazione del Capitale
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È certamente una banalità affermare che l’uomo “è egoista”, individualista e che si dà a norma il motto “mors tua, vita mea”, tanto che lo dice anche il prete, l’umanitario, ecc. e che, anche se condita di frasi pompose e autorevoli elucubrazioni, rimane una misera constatazione di alcuni fatti. L’estrema limitazione sta nel non comprendere che l’uomo non ha in assoluto una determinata essenza immobile priva di sviluppo, bensì, come qualsiasi essere vivente, è in continua trasformazione.
L’essere umano, più preciso, la specie umana, per essere completamente conosciuta e definita va considerata in un dato momento storico, in una data epoca, posta in rapporto alla proprie cause determinanti, alla propria origine. Si scoprirà che l’essenza dell’uomo è in costante divenire sotto l’influsso di cause materiali precise che la mutano continuamente, in un diretto rapporto con le trasformazioni continue delle stesse cause materiali. Insomma l’essenza dell’uomo è incomprensibile al di fuori del cambiamento del suo ambiente.
Ma nell’analisi di questo processo ben poco ci aiutano le descrizioni che l’uomo dà di sé stesso: l’uomo, diceva Marx, non lo si giudica da quello che crede di essere.
Tutte le critiche moralistiche e idealistiche sull’uomo egoista non possono (né vogliono) spiegare perché l’uomo è egoista: niente e nessuno libererà l’uomo dall’egoismo “connaturato” all’uomo, così parla colui che è totalmente immerso nella melma dell’ideologia dominante. Sul “nessuno” siamo d’accordo anche noi, che non abbiamo mai cercato santi od eroi che liberino con il loro genio l’umanità; sul “niente” no.
È curioso, per inciso, che tutti questi pomposi difensori dei “valori umani” e amenità simili alla fin fine abbiano una così bassa considerazione dell’”essere umano”. I ragionamenti anche dei massimi pensatori borghesi sono tutt’altro che logici e sensati: mentre ritengono l’uomo egoista in sé, allo stesso tempo decantano ancora la litania sull’irenico progresso spirituale e ideale in Occidente rispetto all’”essere umano” dei secoli di mezzo, cristallizzatosi, grazie alla volontà e al martirio di uomini giusti ed eroi, nell’odierna impalcatura democratica e nei suoi pretesi “valori”, nella sostituzione finalmente delle guerre ingiuste con quelle giuste, umanitarie, nella solidarietà del volontariato e della filantropia pseudocattolica, ecc. Insomma, anche secondo questo poco logico argomentare, nemmeno l’uomo egoista sarebbe poi così egoista, che anzi sarebbe in evoluzione verso una società borghese che si darebbe istituzioni che ne frenerebbero l’originaria natura belluina e tenderebbero a realizzare il pubblico bene nella libertà e nella democrazia.
In realtà il cosiddetto “egoismo umano” non è che la personificazione del capitale e delle sue leggi: non è l’uomo che possiede la ricchezza e la utilizza a sua misura e godimento, ma è la ricchezza, in forma capitalistica, che possiede l’uomo e lo plasma a sua immagine. Innalzando un certo tipo di uomo nei suoi tratti paludosi e cannibaleschi a modello ideale di grandezza spirituale di un epoca, in realtà si vuol cantare le lodi al Capitale, a un modo di produzione fondato sul mercato e sulla concorrenza, umanizzato e divenuto sinonimo di convivenza umana.
L’individuo, che crede di conoscersi, in realtà vede solo la sua immagine che gli ritorna riflessa nel mondo circostante. L’uomo moderno, “artefice della propria fortuna”, che è convinto di essere capace di volontà, di scelta e di “ragionare con la propria testa”, l’uomo “spirituale” dell’Occidente corre e si affanna per passare dall’alienazione materiale della vita proletaria all’alienazione autosoddisfacente della vita borghese, per essere, o almeno sembrare, un borghese. Tramontati tutti i miti di coraggio, cultura, progresso come pure di patria e di nazione, l’unico Valore che vale resta il Valore che si valorizza, il Capitale.
La specie umana fin da epoche che svaniscono nel mito ha dovuto produrre e lavorare per la propria sopravvivenza. Così operando ha eretto, inconsapevolmente, dei modi di produzione funzionali, al loro sorgere, ai bisogni e alla minor fatica umana ma che nei secoli, crescendo nuove forze produttive materiali più efficaci, sono andati in crisi e sono crollati per mezzo quasi sempre della violenza rivoluzionaria. Prima ha agito la rivoluzione delle forze produttive, poi delle classi sociali che finivano coll’identificarsi con quelle forze. Oppure invasioni di nuovi popoli, come le barbariche nell’Impero romano che fecero crollare il metodo ormai improduttivo dello schiavismo. Ogni modo di produzione, cui corrispondeva una classe di dominatori, ha poi eretto una sua sovrastruttura ideologica e cantanto, più spesso pianto, un tipo di uomo a propria immagine.
L’essere umano, ad esempio, membro della gens dell’antichità era frutto di un organico interagire fra gli uomini che vivevano tutti in una situazione produttiva-riproduttiva comunitaria: non era concepibile al tempo egoismo, gelosia, desiderio di potere, ecc. Quando però apparvero la proprietà privata e il commercio, senza una vera e propria intenzionalità, sorse la necessità dello Stato a garante della struttura sociale non più armonica. È l’uomo, in quanto in sé e per sé egoista, che ha voluto questa situazione? No. Il surplus produttivo – allevamento e agricoltura poi – rispetto al pochissimo che doveva bastare alla gens antica ha determinato la necessità dell’accumulazione, della divisione del lavoro, dello scambio per provvedere alla migliore soddisfazione dei bisogni umani. Lo sviluppo sempre maggiore dello scambio e della divisione del lavoro produssero il privilegio di classe e la proprietà privata.
Un esempio di come la condizione materiale diversamente determini l’uomo l’abbiamo nell’impossibile pacificazione fra gli Indiani d’America e i borghesi europei: da una parte un popolo fraterno e solidale, organico a sé e alla natura ospite, ma chiuso nei brevi cerchi di ristrette comunità, dall’altro bande di individuali tagliagole, mossi dal culto sanguinario del Dio-Denaro, ma determinati ad aprire un continente all’uomo-specie.
La coscienza dell’uomo è sempre in ritardo. In tutta la storia è arrivata per ultima, finita la festa. Per l’uomo è impensabile qualcosa di diverso da ciò che lo circonda. La massa dei proletari di oggi – con l’esclusione di quelli inquadrati nel partito marxista – non possono quindi essere comunisti né possono sposare la causa della sovversione sociale. I proletari diverranno comunisti quando le condizioni materiali faranno loro intravedere la dissoluzione del capitalismo e la necessità e possibilità di una nuova forma sociale. Solo nel 1789 la borghesia divenne anti-aristocratica ed anti-monarchica, quando l’aristocrazia e la monarchia erano già in piena e irreversibile dissoluzione.
Nel XVII secolo John Locke criticò duramente la concezione di Descartes secondo la quale le idee che l’uomo ha e la sua concezione del mondo sono già presenti alla sua nascita, gli sono innate. Per Locke il cervello di un bambino alla nascita è una tabula rasa, sgombro da pregiudizi, moralità e pretese certezze eterne: è l’esperienza che crea l’uomo. Nel secolo successivo Jean-Jacques Rousseau scrisse ulteriormente sull’argomento nel suo importante saggio L’Emile. «L’uomo è nato per la società – scriveva negli stessi anni Diderot – separatelo, isolatelo, le sue idee si scompiglieranno, il carattere gli si altererà, mille passioni ridicole gli nasceranno nel cuore; i pensieri più stravaganti gli germoglieranno nell’animo, come rovi in un suolo selvaggio. Mettete un uomo in una foresta, vi diventerà feroce; in un chiostro, dove l’idea di necessità si aggiunge a quella di schiavitù, peggio ancora. Da una foresta si esce, da un chiostro non si esce più; nella foresta si è liberi, nel chiostro si è schiavi» (La Monaca).
Questa, ennesima, “scoperta dell’uomo”, fra il XVII e il XVIII secolo, segnò una nuova conquista della specie in evoluzione. La borghesia rivoluzionaria dei tempi aveva partorito giganti del pensiero che espressero brillantemente, seppur non completamente, questa scoperta e portarono alla teoria della conoscenza enormi contributi. Ma quella di quei secoli era una borghesia nel pieno vigore rivoluzionario che stava conquistando il mondo.
La borghesia di oggi, invece, aggrappata ai brandelli dell’ormai storicamente cadutissimo tasso del profitto, rinnegata se stessa e la sua potenza conoscitiva del passato, arriva appena alla vecchia superstizione feudale per cui l’uomo è com’è… e mai sarà altro! A questo si riducono le sue armi nella guerra polemica e teorica contro il Comunismo!
Come tutti i modi di produzione storici il declinante Capitale finisce per considerare sé stesso lo stato di cose non solo naturale ma assoluto, il fine ultimo di migliaia di anni di sviluppo della specie, la fine della storia, come qualcuno meno cauto si è sbilanciato a teorizzare. Tutte le classi sono vittime di questa cecità della classe dominante.
In uno dei primi studi, risalente al 1844, Note su Eléments d’économie politique di James Mill, Marx scavò a fondo su ciò che rappresenta il denaro per l’essenza umana della nostra epoca e su come il denaro sia in grado di determinarla, come l’uomo sia completamente dominato dal lavoro e dal prodotto da lui stesso prodotto. Al di sopra di lavoro e prodotto sta il dominatore supremo, Sua Maestà il Denaro, che aliena il processo lavorativo e di produzione. L’uomo non sceglie e non può appellarsi a niente, in quanto è il Denaro che lo comanda per il suo bisogno di valorizzarsi. «In quanto è l’uomo stesso – nota Marx – che aliena questa attività mediatrice, in essa egli è attivo soltanto come uomo che ha perduto sé stesso, come uomo disumanizzato; la stessa relazione delle cose, l’operazione dell’uomo su di esse, diviene l’operazione di un ente che sta al di fuori ed al di sopra dell’uomo. Attraverso questo intermediario estraneo – mentre è l’uomo stesso che dovrebbe essere l’intermediario per l’uomo – l’uomo vede la sua volontà, la sua attività ed il suo rapporto con altri come una potenza indipendente da lui e dagli altri. La sua schiavitù giunge dunque al culmine. Che adesso questo intermediario divenga il Dio reale è chiaro, infatti l’intermediario è il potere reale su ciò con cui esso mi media. Il suo culto diventa fine a sé stesso. Separati da questo intermediario gli oggetti perdono il loro valore» (O.C., vol.III, pag.230).
Feuerbach scoprì che Dio era l’uomo stesso alienato da sé stesso, l’uomo al massimo delle sue possibilità idealistiche, l’uomo che ama, vuole e può al massimo grado, soltanto trasferito in un cielo di fantasia. Ciò che la religione ha rappresentato in questi termini, oggi lo rappresenta il Denaro. «Cristo è il Dio alienato e l’uomo alienato. Dio ha ormai valore soltanto in quanto rappresenta Cristo, e l’uomo ha valore in quanto rappresenta Cristo. La stessa cosa vale per il denaro» (pag.231).
L’uomo è diventato il Denaro, vale come Denaro, è confrontabile con un altro uomo per mezzo del Denaro; il Denaro a sua volta è diventato l’uomo. Nel commercio, come gli animali della fattoria di Orwell trovarono alla fine difficoltà nel riconoscere la differenza fra gli uomini e i maiali (in quanto come essenza spirituale erano divenuti la stessa cosa), è difficile comprendere la differenza che esista fra un acquirente e il suo denaro: il venditore stima, considera e ama l’uomo che si trova di fronte per il suo denaro, per ciò che esso è concretamente dinanzi a lui. L’amore e il rapporto fra essere umani sottostanno alla legge del valore e alle sue logiche e necessarie conseguenze. «Fatti annunciare dal denaro e le porte si spalancheranno», fa dire Shakespeare al borghese Ford, e Falstaff risponde: «Il denaro, signor mio, è una gran bell’ambasciatore, e sempre lo sarà» (Le allegre comari di Windsor).
I rincoglioniti scagnozzi della moderna società decantano oggi che essendo il denaro “superato” dal credito, col bancomat anche nelle tasche dei proletari, l’uomo si sarebbe infine liberato dal denaro. Anche di questo Marx si occupò in quel lontano 1844: «Nel credito, la cui espressione più compiuta è la banca, sembra che il potere della potenza materiale ed estranea sia spezzato, che il rapporto dell’autoalienazione sia soppresso e l’uomo sia di nuovo in relazioni umane con l’uomo (…) Questa soppressione della estraneazione, questo ritorno dell’uomo a sé stesso e dunque all’altro uomo non è se non parvenza; e tanto più essa è un’autoestraneazione, una disumanizzazione assai più infame ed estrema in quanto il loro elemento non è più la merce, il metallo, la carta ma l’esistenza morale, l’esistenza sociale, la stessa interiorità del cuore umano; in quanto, sotto le spoglie della fiducia dell’uomo verso l’uomo, esso è la massima sfiducia e l’estraneazione perfetta (…) Con il credito un uomo riconosce l’altro anticipandogli dei valori e (…) accorda al suo simile la fiducia che consiste nel non considerarlo un farabutto ma un “brav’uomo”. Per “brav’uomo” chi dà fiducia intende qui, come Shylock, un uomo in grado di pagare».
Oggi il credito rappresenta quasi sempre il denaro stesso e lo scambio corrispondente, in pratica il credito è diventato «il denaro stesso elevato ad una forma del tutto ideale», o, come è di moda dire oggi, “virtuale”. «Il medio dello scambio – scriveva già allora Marx parlando di “New Economy” – è dunque certamente tornato e trasferito, dalla sua figura materiale, nell’uomo, ma solo perché l’uomo stesso, estraniato a sé, è diventato egli stesso una figura materiale. Non è già il denaro ad essere superato nell’uomo, nel rapporto di credito, ma è l’uomo stesso che viene mutato in denaro, ovvero è il denaro che si è incorporato in lui. L’individualità umana, la morale umana è diventata essa stessa sia un articolo di commercio sia un materiale in cui esiste il denaro. Non più moneta e carta, ma la mia propria esistenza personale, la mia carne ed il mio sangue, la mia virtù ed il mio valore sociali sono la materia, il corpo dello spirito del denaro. Il credito strappa il valore del denaro non più dal denaro stesso, ma dalla carne umana e dal cuore umano. A tal punto tutti i progressi e le incoerenze all’interno di un sistema falso rappresentano il massimo regresso e la massima coerenza dell’infamia».
«A causa di questa esistenza del tutto ideale del denaro, la falsificazione non può essere intrapresa dall’uomo su nessun’altra materia che non sia la sua propria persona, egli stesso deve fare di sé una falsa moneta, deve carpire con inganno il credito, deve mentire ecc., e questo rapporto di credito – tanto da parte di chi dà la fiducia, come da parte di chi ne ha bisogno – diventa oggetto di commercio, oggetto di inganno e abuso reciproco. Qui si dimostra in modo eccellente come la diffidenza sia la base di questa fiducia economica; il ponderare con sospetto se il credito deve o non deve essere accordato; lo spiare i segreti della vita privata ecc. di chi chiede il credito; lo svelare difficoltà momentanee per eliminare un rivale annullandone improvvisamente il credito, ecc.».
Sempre in questo studio su James Mill, dopo aver passato a rassegna l’essenza dello scambio fra prodotti, Marx di nuovo torna su come lo scambio e il mercato alienano acquirente e venditore. Innanzitutto «ciascuno di noi – dice – vede nel suo prodotto nient’altro che il proprio egoismo oggettivato» e nel prodotto dell’altro «un altro egoismo oggettuale estraneo e indipendente dal proprio». Il fatto che tu hai bisogno del prodotto dell’altro fa sì che ti trovi schiavo del prodotto dell’altro e non ti basta la semplice volontà per ottenerlo. La tua essenza sta nel bisogno di quella merce, di cui non puoi fare a meno o non vuoi fare a meno, dunque la tua essenza di uomo non è dipendente dalla tua volontà, ma da quella merce che ti domina e ti fa strisciare ai suoi piedi. Il tuo essere un uomo è completamente vincolato al possessore di quella merce. L’altro ha prodotto la merce per te, ma non per dartela senza nulla in cambio, l’altro vuole ricavare qualcosa dal tuo bisogno, l’altro vuole rapinarti! «L’intenzione di rapinare e di frodare sta inevitabilmente in agguato, essendo infatti il nostro scambio egoistico, dalla tua parte come dalla mia, e tentando ogni egoismo di battere l’altro, ne segue che necessariamente noi cerchiamo di frodarci (…) Se è sufficiente la forza fisica, allora ti rapino direttamente. Se il regno della forza fisica è tramontato, allora tentiamo di abbindolarci a vicenda, ed il più abile imbroglia l’altro».
«Il nostro proprio prodotto si è levato sulle zampe posteriori contro di noi; sembrava nostra proprietà, ma in verità siamo noi la sua proprietà (…) L’unico linguaggio comprensibile che parliamo fra noi è quello dei nostri oggetti in relazione fra loro. Un linguaggio umano non lo comprenderemmo, esso rimarrebbe senza effetto; da una parte verrebbe inteso e sentito come una umiliazione, e quindi sarebbe proferito con vergogna, con un senso di degradazione, mentre dall’altra sarebbe interpretato e respinto come un’impudenza o una pazzia. Siamo a tal punto reciprocamente alienati dall’essenza umana, che il linguaggio immediato di questa essenza ci appare come una violazione della dignità umana, mentre il linguaggio alienato dei nostri valori di cose ci sembra la dignità umana, giustificata, fiduciosa in se stessa, che riconosce se stessa».
Mentre nel Medioevo quello del borghese era mestiere ritenuto da truffatori e aguzzini, ora un individuo non in grado di entrare negli ingranaggi del fare soldi, dello sfruttamento lavorativo, ecc. è nient’altro che un fallito, un degenerato, un buono a nulla.
Il bluff di questa convenzione sociale vede accrescersi smisuratamente la massa dei perdenti. La gran parte della popolazione umana vive in uno stato di grave spoliazione, per i quali il dogma della Libertà, protettrice del Commercio, viene a cadere. 800 milioni di persone al mondo sono alla fame, 2 miliardi sono in una situazione di estrema povertà. In Sudamerica, nell’Est europeo, in Cina e nel resto dell’Asia, uomini, donne e bambini lavorano nelle condizioni da capitalismo inglese dell’800, non avendo altra vita che il massacro nelle fabbriche, il poco dormire e il poco mangiare. Le ipocrite borghesie occidentali sventolano la bandiera dei diritti umani e della democrazia, quando le loro fabbriche dislocate nel resto del mondo massacrano giornalmente esseri umani non in grado di poter rispondere con la forza ad una simile schiavitù! Gli storici borghesi hanno spesso fatto un buon lavoro a descrivere le barbarie della schiavitù a Roma o la servitù dei “secoli bui” del Medioevo, non vedendo però quanto la schiavitù salariale del capitalismo sia di gran lunga più inumana.
Tanto conta l’essere umano per il Capitale! Migliaia di persone abbandonano ogni giorno i propri paesi per cercare qualcosa da mangiare e da spedire ai familiari. Ma in Occidente trovano la una schiavitù non migliore. La Confindustria quantifica la commissa alla tratta degli asiatici e magrebini secondo le necessità della macchina produttiva, mentre lo Stato vara una legge per segnalare tutti gli immigrati che entrano in Italia come delinquenti. Vivono nelle condizioni più abiette se non in nuovissimi, funzionali e democratici campi di internamento. Intanto il proletariato occidentale china il capo dinanzi al padrone e il cervello alla televisione.
Come il miglior uomo ingiusto è colui non solo che è ingiusto, ma sa fingere di essere limpidamente giusto, così la migliore alienazione e schiavitù è il credere di essere liberi, il credere la nostra “persona” libera, mentre nei fatti non è niente. Una delle più importanti lezioni che la borghesia ha imparato nella sua esperienza storica è il continuare a far credere l’uomo un cittadino libero, illuderlo che è da lui che emana lo Stato, espressione della sua volontà. In Russia la truffa secondo la quale era il proletariato che governava lo Stato capitalista ha retto, tra l’altro, da Stalin a Gorbaciov.
Non sarà così per sempre. Varia l’umore della classe proletaria al variare della sua condizione materiale. Allo stesso tempo varia la forza economica, poi politica, della borghesia, periodicamente sottomessa alle crisi catastrofiche. Un proletariato diverso da quello di oggi tornerà a difendersi e ad attaccare. Lo sconfinato esercito mondiale dei proletari ha già la potenzialità sociale per una radicale lotta di classe: noi attendiamo la sollevazione operaia, contemporanea e solidale nei paesi di vecchio e di nuovo industrialismo. Davanti al moto di un immenso proletariato, diretto dal partito della Rivoluzione, il Gigante-Capitale crollarà sotto i colpi di quella classe che esso stesso ha formato ed educato e che fino a ieri ha lavorato per i suoi profitti. Solo allora si verrà a dispiegare un altro “essere umano”. «La dissoluzione dell’umanità in una massa di atomi isolati, che si respingono a vicenda, è già in sé l’annientamento di tutti gli interessi corporativi, nazionali e particolari ed è l’ultimo stadio necessario verso la libera autounificazione dell’umanità. Il compimento della alienazione nel predominio del denaro è un passaggio inevitabile, se l’uomo deve ritornare a sé stesso come sembra in procinto di fare» (F.Engels, La situazione dell’Inghilterra, O.C., vol.III, p.516).
La oggettiva e irreversibile necessità del Comunismo si materializzerà dapprima in un partito di classe che la riconosce e la vuole, quindi in uno Stato politico deputato alla repressione delle forze incontrollabili residue dal Capitale mondiale. L’immediato dittatoriale superamento della forma denaro e della forma salariale del lavoro, la razionalità nel produrre soppiantante la precedente anarchia del mercato, l’obbligo al lavoro per tutti, libereranno il progressivo manifestarsi dell’uomo nuovo.
Trascorso il periodo di transizione lo Stato proletario, ultimo della storia, portato a compimento il proprio compito politico, l’abolizione delle classi, a misura che si andrà affermando una società armonica ed universale, si svuoterà di ogni sua funzione per lasciare il posto all’ingranaggio economico del Comunismo, collaudato e funzionante “spontaneamente”, cioè senza costrizione, come nell’antica gens. Sarà allora solo un ricordo e materia di studio storico i tratti egoisti ed individualisti dell’homo capitalisticus.