Petrolio, Monopoli e Imperialismo
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PETROLIO E RENDITA
Il Manifesto del 15 settembre ha riportato questa dichiarazione di Yamani, fra i massimi esponenti del cartello OPEC: «l’età del greggio non finirà per il prosciugamento dei pozzi, ma per merito della tecnologia». Esclude, cioè, un imminente esaurimento delle riserve. Del resto nemmeno gli alti prezzi del petrolio sono bastati per il rilancio del nucleare, che gli indicatori dimostrano restare in una stasi tutt’altro che congiunturale: in Europa e in America si moltiplicano le dismissioni di impianti esistenti e da tempo non ci sono nuove commesse; anche nel resto del mondo il ritmo di crescita del nucleare è ormai prossimo a zero. È del tutto fuorviante elencare, come si usa, la serie di fonti energetiche alternative, non rinnovabili o rinnovabili, se non si fa un confronto fra le loro potenzialità e costi specifici, determinanti nell’attuale società basata sul profitto.
Quanto più il capitalismo è sviluppato, tanto più è sensibile alla scarsità di materie prime, tanto più acuta è in tutto il mondo la concorrenza e la caccia alle fonti di materie prime. Da ciò nasce la tendenza del capitale finanziario ad allargare il proprio territorio economico nella lotta furiosa per l’ultimo lembo delle sfera terrestre non ancora diviso o per una nuova spartizione dei territori già divisi.
Il mercato mondiale del petrolio era nel 1905 sostanzialmente ripartito tra due grandi gruppi finanziari: la Standard Oil Company americana, fondata nel 1900 da Rockefeller, e i padroni del petrolio russo di Baku, Rotschild e Nobel. Questi da alcuni anni erano minacciati nelle loro posizioni di monopolio da avversari: la concorrenza della ditta Mantascev di Baku e le ricchissime ditte Samuel e Shell, legate al capitale inglese. Questi tre ultimi gruppi di imprese erano legati alle grandi banche tedesche con alla testa la più grande, la Deutsche Bank. S’iniziò una lotta per la spartizione del mondo. Riferisce Lenin che la lotta terminò nel 1907 con la completa sconfitta della Deutsche Bank che concluse con la Standard un accordo assai svantaggioso a tenore del quale s’impegnava a “non intraprendere nulla a danno degli interessi americani”. La Standard Oil Company pagò, tra il 1900 e il 1907, i seguenti dividendi: 48%, 48%, 45%, 44%, 36%, 40%, 40%,40%, in tutto 367 milioni di dollari. Tra il 1882 e la fine del 1907 sugli 889 milioni di dollari di utile netto conseguiti, vennero ripartiti 606 milioni di dividenti, e il resto assegnato alle riserve.
L’esaurimento delle riserve petrolifere d’America all’inizio del 1900 veniva compensato dalla scoperta di nuove in Australia, Romania e delle fonti petrolifere transoceaniche, specialmente nelle colonie olandesi. La corsa alla loro conquista da parte dei monopoli, per non essere minacciati da eventuali avversari, continua per tutto il XX secolo.
Oggi, 2001, i giacimenti sono tutti proprietà di Stati o di monopoli, che si dividono, come per la terra agraria, la rendita differenziale, propria dello sfruttamento capitalistico di risorse limitate.
Nel caso del petrolio il grosso del prezzo è rendita differenziale, cioè sovra-profitti. Il costo di estrazione varia da un minimo nel medioriente, oggi di circa un dollaro al barile, ai 15 dollari nelle zone peggiori del Mare del Nord, con costi intermedi nel Mar Caspio e negli Stati Uniti che vanno dai 5 ai 10 dollari. Divario accentuato dalla differenza qualitativa: i peggiori sono quelli del Mare del Nord e cinese, il migliore è quello libico.
Il petrolio ha raggiunto il primato nei consumi energetici, raggiungendo il 38%, contro il 29% del carbone il 20% del gas naturale. Perciò si riesce a collocare anche a prezzi alti, quando tutto il petrolio estratto viene consumato, con richiesta sempre maggiore dell’offerta. Il monopolio dell’offerta può tenere alti i prezzi fino a raggiungere il prezzo di produzione, a parità di calorie, del gas naturale, oppure del petrolio estraibile dagli scisti bituminosi il cui costo medio al barile è valutato fra i 30 e i 50 dollari, il doppio dei peggiori giacimenti del Mare del Nord. Ricorrere agli scisti innalzerebbe anche il petrolio del Nord ad alte rendite.
L’industria attuale è stata possibile, per gran parte, dall’esistenza del petrolio, l’industria dei trasporti stradali ed aerei non sarebbe mai esistita senza il petrolio, ecc. Le oscillazioni dei prezzi e le minacce di interruzione degli approvvigionamenti mettono in difficoltà gran parte dell’attuale tecnica ereditata dal XX secolo e fondata sul petrolio poiché nessuna altra fonte energetica è in grado per il momento di sostituirlo. Questo fattore si aggiunge ai rimanenti che attanagliano il sistema capitalista.
Una lotta intensa continuerà a svolgersi fra i paesi industriali per il possesso dei giacimenti più ricchi e che danno rendita maggiore, scaricandola sugli altri. Non è senza significato che una delegazione francese e una russa si siano recate in Iraq, a distanza di pochi giorni, dove Saddam Hussein ha dichiarato l’intenzione di vendere il petrolio solo contro Euro.
L’Europa, povera di petrolio a basso prezzo, si è volta al gas naturale: paventano che “cuciniamo tutti col gas della Russia”. Il 20% del consumo energetico europeo è fornito dalla Russia. Sarebbe a buon punto la trattativa fra la Comunità Europea e la Russia per il riassetto dell’estrazione e del trasporto del combustibile, del quale un’alta percentuale andrebbe dispersa, mettendo la fredda Siberia in grado di scaldare case e fornaci d’Europa; per contropartita la Russia cederebbe il combustibile a un prezzo modico. Questo richiama alla memoria la contesa del il 1905, con la differenza che allora si apriva l’era della rapina imperialista delle materie prime di paesi non ancora industrializzati, oggi, 2001, parte assai maggiore del mondo è vinta alla riproduzione del capitale ed ugualmente affamato e divoratore di minerali da rivestire con l’oro della forza lavoro.
È questa una lotta del capitale europeo, con alla testa la Germania, per sottrarsi al tributo da pagare, in rendita petrolifera, all’imperialismo americano, che diventa sempre più, in tutti i campi, compresa l’agricoltura, un paese redditiero, per rendite di differente fertilità e di monopoli. L’egemonia del capitale finanziario è sempre più imperiosa, comanda la Banca Centrale, in un prevalere sempre più evidente dell’economia sulla politica. Madama Democrazia ha una sola funzione (ben importante): nascondere la dittatura del capitale finanziario sulla classe operaia interna e a scala internazionale.
CAPITALE E MONOPOLI
Lenin, ne L’Imperialismo attribuisce a Marx la dimostrazione che, mediante l’analisi teorica storica del capitalismo, la libera concorrenza determini la concentrazione della produzione, e come questa, a sua volta, a un certo grado di sviluppo, conduca al monopolio. Il monopolio è ormai la legge universale dell’odierno stato di sviluppo del capitalismo. Per l’Europa si può stabilire con una certa esattezza della definitiva sostituzione del capitalismo moderno all’antico: è l’inizio del XX secolo. Il vero inizio embrionale dei moderni monopoli risale al massimo al 1860-1870. Il loro primo grande periodo di sviluppo è connesso alla grande depressione internazionale dopo il 1870 fino al 1890. Segue slancio degli affari alla fine del secolo XIX e crisi 1900-1903. Questa accelerò immensamente il processo di concentrazione, tanto nel sistema bancario quanto nell’industria, trasformando, per la prima volta, i rapporti industria-finanza in un monopolio effettivo delle grandi banche, e rendendoli più stretti e intensi. I cartelli diventano una delle basi dell’intera vita economica. Il capitalismo assurse alla sua fase imperialista.
Le associazioni monopolistiche dei capitalisti – ricorda ancora Lenin – cartelli, sindacati, trust, anzitutto spartiscono tra loro il mercato interno, e si impadroniscono, in modo più o meno completo, della produzione del paese. Ma in regime capitalista il mercato interno è inevitabilmente connesso col mercato esterno. Da lungo tempo il capitalismo ha creato un mercato mondiale. Ed a misura che cresceva l’esportazione dei capitali, si allargavano le relazioni estere e coloniali e le sfere d’influenza delle grandi associazioni monopolistiche, naturalmente si procedeva sempre più verso accordi internazionali tra di esse e verso la creazione di cartelli mondiali. Questo è un nuovo gradino della concentrazione mondiale del capitale e della produzione; un gradino molto più elevato del precedente, o super-monopolio.
Lenin porta l’esempio dell’industria elettrica che meglio di ogni altra rappresentava i progressi compiuti dalla tecnica e dal capitalismo tra la fine del secolo XIX e l’inizio del XX. Essa si era sviluppata con maggior forza nei due nuovi paesi capitalistici più progrediti, gli Stati Uniti e la Germania. In questi due paesi sorsero due potenze dell’elettricità. Nel 1907 i due trust americano e tedesco conclusero un accordo, in forza del quale il mondo restò spartito. Anche nella navigazione mercantile la concentrazione, enormemente sviluppata, aveva condotto alla spartizione del mondo. Liefmann calcolava per il 1897 complessivamente circa 40 cartelli internazionali ai quali partecipava la Germania, e per il 1910 circa 100.
I cartelli internazionali mostrano sino a qual punto si siano sviluppati i monopoli capitalistici. Può mutare, e di fatto muta continuamente, la forma della lotta, a seconda delle differenti condizioni parziali e temporanee; ma, finché esistono classi, non muta mai assolutamente la sostanza della lotta, il suo contenuto di classe. I capitalisti si spartiscono il mondo non per la loro malvagità, bensì perché il grado raggiunto della concentrazione li costringe a battere questa via se vogliono ottenere dei profitti. La forza muta per il mutare dello sviluppo economico e politico, che poi tale mutamento sia di natura puramente economica oppure extra economica, per esempio militare, ciò è questione secondaria, che non può mutar nulla alla fondamentale concezione del più recente periodo del capitalismo.
Quando la ripartizione dei prodotti, tra decine, centinaia di milioni di consumatori, avviene secondo un piano stabilito (Lenin fa il caso della distribuzione del petrolio in America e Germania da parte della Standard Oil Co.), allora diventa chiaro che si è già in presenza di una socializzazione della produzione e non già di un semplice intreccio di individuali produttori e commercianti; che i rapporti di economia privata e di proprietà privata formano un involucro non più corrispondente al contenuto, involucro che deve andare inevitabilmente in putrefazione, dato che se ne è impedito con la forza, artificialmente, la rivoluzionaria eliminazione. In questo stato di putrefazione potrà durare per un tempo relativamente lungo (finché il proletariato mondiale non si liberi del bubbone opportunista), ma, fatalmente, sarà infine eliminato.