Partito Comunista Internazionale

La funzione del Centro nella Tradizione della Sinistra

Categorie: Organic Centralism, Party Doctrine

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  1. La funzione del Centro nella Tradizione della Sinistra Pt.1
  2. La funzione del Centro nella Tradizione della Sinistra Pt.2

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Il rapporto che qui presentiamo è una sintesi ordinata di citazioni da “Il Partito Comunista nella Tradizione della Sinistra”, il nostro testo fondamentale.

Presentazione – 1986

Un lavoro di questo genere nasce

“(…) ogni volta che l’organizzazione subisce sbandate che di norma, almeno fino ad oggi, si concretizzano in fratture più o meno vistose ed estese, più o meno fertili al fine del potenziamento dell’azione del partito sulla base della continuità ed unicità di teoria, programma, tattica ed organizzazione.

(…) testo e lavoro di partito, non documento polemico o capo d’accusa scissionista verso una pretesa “altra parte”.

(…) Questo lavoro tenace mirava a suscitare nel Partito non soddisfazioni personali di “sconfitti” o “vincitori”, ma una sana reazione che lo riportasse tutto intero sulle posizioni corrette.

(…) Dalla monoliticità del programma discendono centralismo e disciplina, che nel partito è e non può che essere spontanea e sentita non come una costrizione amministrativa o terroristica ma come il naturale modo di vita di un organismo tutto teso verso lo stesso fine e che ben conosce il percorso, le svolte e i pericoli che ad esso portano. (…) il richiamo alla disciplina non si avvale di costrizione, solo potendosi dedurre, in caso di non individuale indisciplina, che qualcosa di più profondo nel lavoro del partito si sta allontanando dal suo tracciato storico.

(…) Del pari il rigido quadro in cui la rosa delle eventualità tattiche può svolgersi rassicura l’unità, la compattezza e quindi la disciplina dell’intera compagine del Partito, che non dovrà più essere sottoposto alle invenzioni tattiche della direzione del movimento, vincolata anch’essa al rispetto  norme e cardini vincolanti con ugual rigore base e vertici, universalmente accettate e conosciute, sulle il Partito stesso si è formato. E quindi non a consultazioni assembleari, né a scontri di maggioranze o minoranze, od a capi di maggior o minor genio potrà essere demandata l’esecuzione del piano tattico, ma ad un organo esteriormente anonimo, sostanziato da un anonimo, impersonale collettivo lavoro, opera dell’intera compagine, tanto più efficiente quanto più ricollegato saldamente a quella tradizione ed a quel metodo storico, dal Partito compresi e fatti propri”.

Parte 1

Cap. 1 – Centralismo e disciplina. Cardini dell’organizzazione del Partito

“Cit. 17 – Le tesi viste da noi allora e oggi – 1965

Nella concezione della Sinistra del centralismo organico, gli stessi congressi non devono decidere sul giudizio dell’opera del centro e la scelta di uomini, ma su questioni d’indirizzo, in modo coerente alla invariante dottrina storica del partito mondiale”.

Cap. 3 – Differenziazioni di funzioni

“È evidente che il sostenere la necessità di un’organizzazione di partito centralizzata e disciplinata implica, fra l’altro, una differenziazione gerarchica che vede i singoli militanti distribuiti in funzioni diverse e di diverso peso. Ci devono essere nel partito i capi e i responsabili per le diverse funzioni. Ci devono essere coloro che comandano e coloro che eseguono gli ordini e ci devono essere organi differenziati adatti a svolgere queste funzioni. L’organizzazione del partito si presenta così, nella nostra concezione, con una struttura che molte volte abbiamo definito piramidale, nella quale tutti gli impulsi provenienti dai diversi punti della struttura convergono verso un unico nodo centrale e da questo partono le disposizioni per tutta la rete organizzata.

Cit. 20. Lenin nel cammino della rivoluzione – 1924

L’organizzazione in partito, che permette alla classe di essere veramente tale e vivere come tale, si presenta come un meccanismo unitario in cui i vari “cervelli” (non solo certamente i cervelli, ma anche altri organi individuali) assolvono compiti diversi secondo le attitudini e potenzialità, tutti al servizio di uno scopo e di un interesse che progressivamente si unificano sempre più intimamente “nel tempo e nello spazio”. […] Non tutti gli individui hanno dunque lo stesso posto e lo stesso peso nell’organizzazione: man mano che questa divisione di compiti si attua secondo un piano più razionale (e quello che è oggi per il partito-classe sarà domani per la società), è perfettamente escluso che chi si trova più in alto gravi come privilegiato sugli altri. L’evoluzione rivoluzionaria nostra non va verso la disintegrazione, ma verso la connessione sempre più scientifica degli individui tra loro.

Cit. 21 – Norme orientative generali – 1949

Il partito non è un cumulo bruto di granelli equivalenti tra loro, ma un organismo reale suscitato dalle determinanti e dalle esigenze sociali e storiche, con reti, organi e centri differenziati per l’adempimento dei diversi compiti.

Il buon rapporto fra tali esigenze reali e la migliore funzione conduce alla buona organizzazione e non viceversa.

Cit. 22 – Contenuto originale del programma comunista … – 1958


19 – Il partito che noi siamo sicuri di veder risorgere in un luminoso avvenire sarà costituito da una vigorosa minoranza di proletari e di rivoluzionari anonimi, che potranno avere differenti funzioni come di organi di uno stesso essere vivente, ma tutti saranno legati, al centro o alla base, alla norma a tutti sovrastante ed inflessibile di rispetto alla teoria; di continuità e rigore nell’organizzazione; di un metodo preciso di azione strategica la cui rosa di eventualità ammesse va, nei suoi veti da tutti inviolabili, tratta dalla terribile lezione storica delle devastazioni dell’opportunismo.

Cit. 23 – Tesi supplementari … (Tesi di Milano) – 1966


8 – Per la necessità, stessa della sua azione organica, e per riuscire ad avere una funzione collettiva che superi e dimentichi ogni personalismo ed ogni individualismo, il partito deve distribuire i suoi membri fra le varie funzioni ed attività che formano la sua vita. L’avvicendarsi dei compagni in tali mansioni è un fatto naturale che non può essere guidato con regole analoghe a quelle delle carriere delle burocrazie borghesi. Nel partito non vi sono concorsi nei quali si lotti per raggiungere posizioni più o meno brillanti o più in vista, ma si deve tendere a raggiungere organicamente quello che non è uno scimmiottamento della borghese divisione del lavoro, ma è un naturale adeguamento del complesso ed articolato organo partito alla sua funzione”.

Parte 2

Premessa


“[…] struttura centralizzata, esistenza di organi diversi e di un organo centrale capace di coordinare, dirigere, ordinare a tutta la rete; disciplina assoluta di tutti i membri dell’organizzazione nell’eseguire gli ordini disposti dal centro; nessuna autonomia a sezioni o gruppi locali; nessuna rete di comunicazione divergente da quella unitaria che collega il centro alla periferia e la periferia al centro.

[…] non basta vedere nel partito una organizzazione centralizzata, tutti i membri della quale rispondono come un solo uomo ad impulsi provenienti da un unico punto centrale. […] e non basta neanche per dichiarare stupidamente che viceversa siamo per la sottomissione al principio d’autorità e, di conseguenza, ci va bene qualsiasi centralismo, purché sia centralismo, qualsiasi disciplina purché sia disciplina. Abbiano negato tutto questo mille volte nella nostra storia di partito.

[…] Non un qualsiasi centralismo ed una qualsiasi disciplina, descrizione banale che si concluderebbe in due righe dicendo: «ci deve essere un centro che comanda ed una base che obbedisce»; con l’aggiunta che, siccome siamo antidemocratici, non vogliamo né la conta delle teste dei singoli, né l’elezione dei dirigenti e non ci fa schifo che comandi in maniera totale un ristretto comitato o addirittura un uomo solo senza bisogno che il suo potere sia sanzionato dalla maggioranza degli iscritti democraticamente consultata. Tutte cose che accettiamo, ma che non servono a spiegare la reale dinamica attraverso la quale l’organo partito realizza la sua massima centralizzazione o, viceversa, la perde e degenera in fasi sfavorevoli alla lotta rivoluzionaria di classe. E nemmeno a capire in che modo l’organo partito diviene robusto, cresce e si rafforza abilitandosi a vincere le malattie che possono colpirlo. Tutto questo è da spiegare per arrivare a comprendere quale sia l’essenza del centralismo e della disciplina comunista.

Bisogna, come in tutte le nostre tesi e particolarmente nelle tesi di Napoli del 1965, dare non una ricetta d’organizzazione (la «ricetta» è espressa nel termine stesso di centralismo), ma descrivere la reale vita del partito comunista, le vicende alle quali è stato sottoposto nella sua lunga storia, le malattie che mille volte lo hanno colpito e la efficacia dei rimedi che volta a volta si è inteso applicargli per guarirlo. Bisogna studiare la storia del partito dal 1848 fino ad oggi, vederlo muoversi nella reale vicenda storica, nelle fasi d’avanzata ed in quelle di rinculo della rivoluzione alla scala mondiale. Da questo soltanto si possono trarre delle lezioni che possono e debbono essere utilmente assimilate dal partito attuale rendendolo più forte e più capace di resistere a quei materiali fattori di segno negativo che distrussero tre Internazionali ed un movimento rivoluzionario del proletariato che sembrava votato, negli anni del primo dopoguerra, alla più splendida vittoria su tutto il pianeta.

Propinare la dottrinetta che tutto si riduce ad una deficienza di centralismo e che tutta la lezione da trarre è che abbiamo bisogno di una struttura ancora più centralizzata di quella del partito bolscevico e della Terza Internazionale, significa ingannare il partito e falsificare tutta la sua tradizione. Come ottenere nel partito la massima centralizzazione? Quali le malattie che minano la centralizzazione assoluta e l’assoluta disciplina? Possedendo un cast di capi più rigidi e totalitari di quanto fossero, putacaso, Lenin, Trotski e Zinoviev? O possedendo una base di militanti più disciplinati, più attaccati alla causa del comunismo, più obbedienti ed eroici di quanto fossero i militanti del sempre poco centralizzato partito comunista tedesco? Oppure informando meglio della dottrina storica marxista ogni nostro singolo militante, nella serie infernale che direbbe che se un militante non ha ben studiato tutti i testi di partito, non è programmato, non può militare in maniera disciplinata nell’organizzazione?

A quelle domande si risponde analizzando la storia del partito attraverso le lezioni che la Sinistra ne ha tratte”.

Cap. 1 – Partito storico e Partito formale

“Quello che è necessario divenga patrimonio dell’organizzazione militante è la nozione di quest’assoluta aderenza che deve esistere tra la loro azione, tra quello che dicono e che fanno oggi e la teoria, i principi, l’esperienza storica passata e che questa, e non la loro personale e neanche collettiva opinione, sarà sempre la massima autorità in tutte le questioni di partito. Chi dà gli ordini nel partito? Abbiamo sempre affermato: li dà per noi prima di tutto il partito storico al quale si deve assoluta obbedienza e fedeltà. E da quale microfono detta gli ordini il partito storico? Può essere un uomo solo o milioni d’uomini; può essere il vertice dell’organizzazione, ma può essere anche la base che richiama il vertice all’osservanza di quei dati senza i quali la organizzazione stessa cessa di esistere.

Nel partito, scrivemmo nel 1967 (…) nessun comanda e tutti sono comandati; nessun comanda, perché non alla sua testa individuale si chiede la soluzione del problema; tutti sono comandati, perché anche il centro più assoluto non può dare ordini che non siano sulla linea continua del partito storico.

Dittatura su tutti, centro e base, dei principi, delle tradizioni e delle finalità del movimento comunista, pretesa legittima del centro ad essere obbedito senza opposizione in quanto i suoi ordini stanno su questa linea che deve manifestarsi in ogni azione del partito, rivendicazione della base, non ad essere consultata ogni volta che un ordine è emanato, ma ad eseguirlo solo ed in quanto stia sulla linea da tutti accettata ed impersonale del partito storico. Ci sono dunque nel partito delle gerarchie e dei capi; si tratta di strumenti tecnici di cui il partito non può fare a meno, perché la sua azione deve essere in ogni momento unitaria e centralizzata, deve rispondere al massimo d’efficienza e di disciplina. Ma questi organi del partito non decidono la direzione dell’azione partendo dalla loro testa più o meno geniale; devono sottostare anch’essi a decisioni che ha preso soprattutto la storia e che sono patrimonio collettivo ed impersonale dell’organo partito”.

Cap. 3 – Il Partito come organizzazione di uomini

“E allora chi stabilisce l’indirizzo del partito, che cosa la collettività partito deve dire e fare? Lo stabiliscono la teoria, i principi, le finalità, il programma del partito che si traducono in attività; attività di studio, di ricerca, di interpretazione dei fatti sociali e di attivo intervento in essi. È da questa attività collettiva che devono uscire le decisioni pratiche che non devono in alcun modo contravvenire alla base storica su cui il partito poggia. Gli ordini di movimento a tutta la rete li dà il centro mondiale che è una funzione che può essere svolta da un uomo solo o da un gruppo di uomini, ma questo stesso centro è una funzione del partito, è il prodotto dell’attività collettiva del partito e gli ordini non escono dalle sue più o meno grandi capacità cerebrali, ma costituiscono il nodo di collegamento di un’attività che coinvolge tutto l’organismo e che deve stare sulla base del partito storico.

Nella nostra concezione non si consulta la totalità degli individui che compongono il partito per definire l’indirizzo di questo, ma esso non è nemmeno definito dal gruppo che si trova a svolgere la funzione centrale il quale esprime decisioni che hanno valore impegnativo per tutti i militanti in quanto poggiano sul patrimonio storico del partito e sono il risultato dell’opera e del contributo di tutto l’organismo. È dunque tesi nostra che agli individui non si attribuisce il merito del buon andamento del partito, né la colpa del suo eventuale sbandare. Nostro problema non sarà mai quello della ricerca degli «uomini migliori» che garantiscano il buon andamento del lavoro; né andremo mai, come risulta da tutte le nostre tesi, a rimediare ad un errore attraverso lo spostamento degli individui nella struttura gerarchica del partito. Agli individui singolarmente considerati la teoria nega coscienza, merito e colpa e li considera esclusivamente come strumenti più o meno validi di attività collettiva, come considera le loro azioni, corrette o sbagliate che siano, frutto di determinazioni impersonali ed anonime e non della loro volontà. È il lavoro collettivo sulla base della sana tradizione che seleziona gli individui ai vari gradi della gerarchia e alle varie funzioni che definiscono l’organismo partito. Ma la garanzia del corretto svolgimento delle funzioni non è data dal cervello o dalla volontà di un individuo o di un gruppo: è al contrario il risultato dello svolgimento di tutto il lavoro del partito.

34 – Organizzazione e disciplina comunista – 1924

Gli ordini che le gerarchie centrali emanano sono non il punto di partenza, ma il risultato della funzione del movimento inteso come collettività. Questo non è detto nel senso scioccamente democratico e giuridico, ma nel senso realistico e storico. Non difendiamo, dicendo questo, un «diritto» della massa dei comunisti ad elaborare le direttive a cui devono attenersi i dirigenti: constatiamo che in questi termini si presenta la formazione di un partito di classe, e su queste premesse dovremo impostare lo studio del problema.

Così si delinea lo schema delle conclusioni a cui tendiamo noi in materia. Non vi è una disciplina meccanica buona per l’attuazione di ordini e disposizioni superiori «quali che siano»: vi è un insieme di ordini e disposizioni rispondenti alle origini reali del movimento che possono garantire il massimo di disciplina, ossia di azione unitaria di tutto l’organismo, mentre vi sono altre direttive che emanate dal centro possono compromettere la disciplina e la solidità organizzativa.

Si tratta dunque di un tracciamento del compito degli organi dirigenti. Chi dovrà farlo? Lo deve fare tutto il partito, tutta la organizzazione, non nel senso banale e parlamentare del suo diritto a essere consultato sul «mandato» da conferire ai capi elettivi e sui limiti di questo, ma nel senso dialettico che contempla la tradizione, la preparazione, la continuità reale nel pensiero e nell’azione del movimento.

37 – Discorso del rappresentante della Sinistra al VI Esecutivo Allargato dell’I.C. – 1926

Ciò si riferisce anche alla questione dei capi, che il compagno Trotski solleva nella prefazione al volume «Millenoventodiciasette» nella sua analisi delle cause delle nostre sconfitte, e con la cui soluzione io solidarizzo pienamente.

Trotski non parla dei capi nel senso che noi abbiamo bisogno di uomini delegati a questo scopo dal cielo. No, egli pone il problema ben diversamente. Anche i capi sono un prodotto dell’attività del partito, dei metodi di lavoro del partito e della fiducia che il partito ha saputo attirarsi. Se il partito, sebbene la situazione variabile e spesso sfavorevole segue la linea rivoluzionaria e combatte le deviazioni opportunistiche, la selezione dei capi, la formazione di uno stato maggiore, avvengono in modo favorevole, e nel periodo della lotta finale noi riusciremo non certo ad avere sempre un Lenin, ma una direzione solida e coraggiosa”.

Parte 3

Premessa

“Quando la Sinistra vide l’Internazionale dilaniarsi nel frazionismo e nell’insubordinazione non ne trasse la lezione che occorrevano dei particolari meccanismi organizzativi o un centro più forte e più capace di reprimere le velleità autonomistiche delle singole sezioni. Ne trasse la lezione che gli sbandamenti, la mancanza di disciplina, la resistenza agli ordini erano l’effetto di un’imperfetta sistemazione delle norme tattiche, di una discontinuità nei metodi d’azione del partito e dei contorni sempre più sfumati che l’organizzazione andava assumendo attraverso il metodo delle fusioni, dei filtraggi, del noyautage in altri partiti ecc.

La tesi della Sinistra fu che, senza ristabilire saldamente questo terreno pregiudiziale a qualsiasi organizzazione, non si sarebbe mai e con nessun marchingegno ottenuta una forte e disciplinata struttura organizzativa, né un forte centro mondiale dell’azione proletaria.

Cap. 1 – Il «modello» di organizzazione

Il lavoro del partito esige degli organi, degli strumenti di centralizzazione, di coordinamento, di indirizzo; questi strumenti, meccanismi, ecc. sono espressione di esigenze reali che l’attività esprime. È l’azione del partito che ha bisogno di una struttura adeguata e che spinge, sollecita a costruirla, a realizzarla. Non è, invece, una determinata struttura tipo che è calata nella realtà e che definirebbe il partito indipendentemente dalla sua attività. Sostenere che il partito deve, per potersi definire tale, possedere, in ogni momento della sua vita una determinata struttura, determinati organi, ecc. significa cadere nel più astratto volontarismo antimarxista. Non lo diciamo noi, lo dicono tutti i nostri testi, lo dice Lenin se non è letto da filistei alla ricerca di ricette sicure per il successo. Perché necessariamente, lo abbiamo già detto, il presupporre un «modello di organizzazione» porta di filato ad un’altra deviazione ancora più grave dal sano materialismo: porta a riconoscere nell’esistenza e nella realizzazione di questa struttura tipo la «garanzia» che il partito si muova sulla linea della «giusta politica rivoluzionaria». La nostra classica serie si arrovescia e la struttura organizzativa viene a garantire la tattica, il programma, i principi stessi.

66 – Norme orientative generali – 1949

Il giusto rapporto nella loro funzione tra gli organi centrali e quelli periferici del movimento non si basa su schemi costituzionali, ma su tutto lo svolgersi dialettico della lotta storica della classe operaia contro il capitalismo.

Cap. 2 – Le «garanzie»

Le citazioni che si allineano e che vanno dal 1922 al 1970 seguono una linea di continuità nella concezione comunista delle questioni di organizzazione. Secondo questa linea l’organizzazione centralizzata e disciplinata del partito poggia non sulla consultazione democratica delle opinioni della maggioranza né tanto meno sulle imposizioni di un capo o di un gruppo di capi, ma sulla chiarezza e sul chiarimento continuo delle linee di dottrina, principi, programma, finalità e sull’acquisizione sempre più profonda di queste linee da parte dell’organizzazione. Poggia, di conseguenza, sulla delimitazione e chiarezza delle norme tattiche che devono essere conosciute da tutti e chiarite in tutte le loro possibili implicazioni. Il lavoro di costruzione organizzativa è dunque un lavoro necessario che mira costantemente a rendere chiaro e inequivocabile a tutta l’organizzazione il patrimonio storico di esperienze e bilanci dinamici di cui l’organizzazione non è che l’espressione attuale. Se esiste l’omogeneità e l’accettazione da parte di tutti gli aderenti delle basi teoriche, programmatiche, tattiche, esisterà anche necessariamente, come risultato, l’omogeneità e la disciplina organizzativa; l’ubbidienza generale e spontanea agli ordini del centro.

Se quest’omogeneità non esiste è vano cercare rimedio alle divergenze attraverso la compressione disciplinare, l’imposizione forzata degli ordini centrali, l’esistenza di un forte organo centrale capace di imporre le sue decisioni alla periferia. Bisognerà viceversa lavorare a ricostituire questa base omogenea scolpendo e precisando le linee della dottrina, del programma e della tattica alla luce della nostra tradizione. Ora questo non equivale ad affermare che il partito non deve avere organi centrali con poteri assoluti non contestabili da nessuno. Significa affermare che la garanzia dell’obbedienza agli ordini del centro non sta nella capacità di esso di punire i disubbidienti, ma nel fare in modo che disubbidienti non ve ne siano, e questo non si ottiene con misure organizzative, ma con un lavoro continuo costante di tutta l’organizzazione teso all’acquisizione delle sue basi di dottrina, di programma, di tattica.

[…] È un’obiezione vile contro la Sinistra quella che dice che, pur possedendo l’omogeneità teorica, programmatica, tattica, non è detto che automaticamente si possieda l’organizzazione centralizzata. L’organizzazione si deve costruire, è vero, ma deve poggiare sulle basi già viste.

E allora la costruzione dell’organizzazione diviene un fatto tecnico, la logica conseguenza in termini di strumenti pratici che servono a coordinare, armonizzare, dirigere tutto il lavoro e l’azione del partito. Ci vorrà un organo centrale funzionante dal quale emanino le disposizioni; ci vorranno dei responsabili dei vari settori di attività; ci vorrà una rete di comunicazioni centralizzata e metodica; ci vorranno mille strumenti di lavoro e dovranno essere messi in piedi con fatica. Certamente! Ma a niente serviranno se non poggeranno su quella base. E guai se in un determinato momento si pensasse di ottenere da questi strumenti formali la garanzia del buon funzionamento del partito e della sua disciplina interna. Si tratta di strumenti tecnici che il partito deve utilizzare per agire in maniera coordinata e centralizzata, ma non costituiscono assolutamente la garanzia dell’azione stessa, della centralizzazione e della disciplina.

70 – Tesi del P.C.d’I. sulla Tattica dell’I.C., al 4° Congresso – 1922

Il prestigio e l’autorità del centro, che non dispongono di sanzioni materiali, ma si avvalgono di coefficienti che restano nel dominio dei fattori psicologici, esigono assolutamente chiarezza, decisione e continuità nelle proclamazioni programmatiche e nei metodi di lotta. In questo sta la sola garanzia di poter costituire un centro di effettiva azione unitaria del proletariato internazionale.

82 – Tesi supplementari … (Tesi di Milano) – 1966

7. Nel partito rivoluzionario, in pieno sviluppo verso la vittoria, le ubbidienze sono spontanee e totali, ma non cieche e forzate, e la disciplina centrale, come illustrato nelle tesi e nella documentazione che le appoggia, vale un’armonia perfetta delle funzioni e dell’azione della base e del centro, né può essere sostituita da esercitazioni burocratiche di un volontarismo antimarxista.

Cap. 3 – Correnti e frazioni

93 – Tesi della Sinistra al III Congresso del P.C.d’I. (Tesi di Lione) – 1926

II, 5 – Un altro aspetto della parola bolscevizzazione è quello di far consistere la sicura garanzia dell’efficienza del partito in un completo accentramento disciplinare e nel severo divieto del frazionismo.

L’ultima istanza per tutte le questioni controverse è l’organo centrale internazionale, nel quale si attribuisce, se non gerarchicamente, almeno politicamente, un’egemonia al partito comunista russo.

Questa garanzia in realtà non esiste, e tutta l’impostazione del problema è inadeguata.

Cap. 4 – Giusto posto del terrore ideologico e delle pressioni organizzative

[…] gerarchie di partito. Queste devono esistere come strumenti tecnici di coordinamento e di direzione di tutto il lavoro di partito, ma non è la loro esistenza che garantisce il partito dagli errori e dalle deviazioni. Di conseguenza, quando deviazioni ed errori si verificano, la soluzione non sta nel giudicare l’operato d’uomini, nella scelta d’uomini migliori, nella sostituzione d’uomini con altri uomini. La soluzione sta nella corretta e razionale ricerca da parte dell’organo collettivo partito del filo storico che la deviazione e l’errore hanno spezzato. Gli uomini possono rimanere gli stessi (salvo che non siano dei traditori) purché l’organo partito ritrovi la sua strada.

[…] Nella concezione della Sinistra il partito non è una colonia di microbi-uomo. Nella concezione della Sinistra il partito distribuisce in maniera organica, funzionale, i vari membri nelle varie funzioni tecniche, compresa la funzione centrale di direzione che abbisogna di uomini o di un uomo solo ma nella quale non sta assolutamente la garanzia del corretto muoversi del partito.

Cap. 5 – La lotta politica nel Partito

Il fatto che in determinati momenti possano presentarsi diverse soluzioni ad uno stesso problema e che su queste diverse soluzioni si schierino i militanti non deve indurre a dimenticare il patrimonio comune su cui il partito poggia ed al quale qualunque soluzione deve essere vincolata. La soluzione di un problema che il centro del partito decide di applicare non deve perciò dimostrare di essere l’espressione di un rapporto di forze fra gruppi contrapposti all’interno del partito e del prevalere dell’uno sull’altro, ma d’essere conforme alle linee dorsali fissate dalla dottrina, dal programma e dalla tattica del partito e questa fedeltà al patrimonio comune deve essere richiesta a qualsiasi impostazione di un qualsiasi problema. La soluzione dei problemi che assillano il partito è così demandata ad un lavoro collettivo svolto su di una base comune da tutti accettata e perciò suscettibile di ricerca obiettiva e razionale.

Al centro si deve la totale obbedienza e disciplina esecutiva in quanto dimostra non di essere l’espressione di una maggioranza di pareri individuali, ma di essere sul terreno di questa continuità.

Parte 4

Cap. 1 – Struttura del Partito

Essa si fonda, dal 1952, sull’esistenza di un centro da cui partono tutte le disposizioni per l’insieme della rete sotto forma di «circolari all’organizzazione»; su di un collegamento ancora più frequente che lega il centro con i vari punti dell’organizzazione impegnati nei diversi settori del lavoro; sul flusso opposto dalle sezioni territoriali e dai gruppi o singoli militanti attivi verso il centro; su periodiche riunioni di tutta la rete organizzata che fanno il punto, tramite relazioni estese, del lavoro svolto, sia in campo teorico che in campo pratico, dal partito in un determinato periodo di tempo. Il vasto materiale di queste periodiche riunioni è pubblicato sulla stampa di partito e costituisce oggetto di studio e d’ulteriore elaborazione nelle riunioni locali e regionali.

[…] È chiaro che, man mano che il lavoro del partito s’intensificherà e diventerà più complesso, occorreranno altri strumenti di coordinamento e di centralizzazione; si verificherà, in connessione con l’aumento del numero dei compagni ed il complicarsi del lavoro, la necessità di una selezione sempre maggiore fra i militanti, la sempre maggiore precisazione delle funzioni, degli organi addetti a svolgere le funzioni e degli uomini che devono essere adibiti ai diversi organi. Ma questo è fatto organico, non volontaristico; è determinato dal potenziarsi del lavoro del partito, non dalla volontà di qualcuno. Gli organi differenziati che il partito possiede in un determinato momento devono essere la risultante delle necessità funzionali dell’attività del partito, non di uno schema organizzativo campato in aria e considerato necessario solo perché corrisponde all’idea del partito perfetto o del meccanismo perfetto che qualcuno può avere nella sua testa.

Cap. 2 – Le «fasi» di sviluppo del Partito

Se il partito mantiene questa continuità e questa connessione dialettica fra i vari compiti e le varie funzioni che formano la sua vita organica, l’organizzazione si sviluppa, si diversifica, si struttura, non per volontà di qualcuno, ma per le necessità stesse dello svolgersi, dell’ampliarsi, del divenire più complessa l’attività del partito. Si creano nuovi organi, perché le funzioni si complicano sempre di più e richiedono una struttura adeguata alle loro necessità, perché l’attività del partito preme richiedendo strumenti adatti al suo miglior dispiegarsi in tutti i campi, non per il bambinesco motivo che un giorno qualcuno pensa che sia giunta l’ora di dare finalmente struttura organizzata al partito.

Cap. 4 – Centralismo democratico e centralismo organico

Si devono scolpire sempre meglio i cardini teorici del movimento, si devono scolpire le sue linee tattiche, si devono risolvere alla luce dei principi comuni, della tattica comune e dell’esame delle situazioni in cui il partito si trova ad agire, i problemi complessi dell’azione pratica, la ricerca degli strumenti organizzativi più efficienti a coordinare tutta l’azione del partito; si deve lavorare ad acquisire tutto il patrimonio teorico e pratico del movimento e a trasmetterlo alle nuove generazioni di militanti. Ma tutto questo non avviene attraverso scontri e congressi o consulte delle opinioni; avviene attraverso la ricerca razionale e scientifica delle soluzioni, avendo per fermo che quali esse siano non devono debordare dai limiti che il partito ha tracciato a sé stesso in tutti i campi.

Su questa base anche gli errori che un qualsiasi organo del partito può commettere, compreso l’organo «centro», nel dare soluzione ad un determinato problema, non comporta la condanna d’uomini o la loro sostituzione, ma la ricerca comune delle cause reali dell’errore alla luce della nostra dottrina e delle nostre norme tattiche.

135 – Premessa a «Tesi dopo il 1945» – 1970

L’organizzazione, come la disciplina, non è un punto di partenza, ma un punto d’arrivo; non ha bisogno di codificazioni statutarie e di regolamenti disciplinari; non conosce antitesi fra “base” e “vertice”; esclude le rigide barriere di una divisione del lavoro ereditata dal regime capitalista non perché non abbia bisogno di “capi”, e anche di “esperti” in determinati settori, ma perché questi sono e devono essere, come e più del più “umile” dei militanti, vincolati da un programma, da una dottrina e da una chiara ed univoca definizione delle norme tattiche comuni a tutto il partito, note ad ognuno dei suoi membri, pubblicamente affermate e soprattutto tradotte in pratica di fronte alla classe nel suo insieme; e sono tanto necessari, quanto dispensabili non appena cessino di rispondere alla funzione alla quale per selezione naturale, e non per fittizie conte delle teste, il partito li ha delegati, o quando, peggio ancora, deviano dal cammino per tutti segnato. Un partito di questo genere – come tende ad essere e si sforza di divenire il nostro, senza con ciò pretendere né ad una “purezza” né ad una “perfezione” antistoriche – non condiziona la sua vita interna, il suo sviluppo, la sua – diciamo pure – gerarchia di funzioni tecniche, al capriccio di decisioni contingenti e maggioritarie; cresce e si rafforza per la dinamica della lotta di classe in generale e del proprio intervento in essa in particolare; si crea, senza prefigurarli, i suoi strumenti di battaglia, i suoi “organi” a tutti i livelli; non ha bisogno – se non in eccezionali casi patologici – di espellere dopo regolare “processo” chi non si sente più di seguire la comune e immutabile via, perché deve essere in grado di eliminarlo dal proprio seno come un organismo sano elimina spontaneamente i propri rifiuti”.