Partito Comunista Internazionale

Nuovi Cicli della Scuola Elementare

Categorie: Cobas, Italy

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Una riforma da rifiutare con la lotta e coll’organizzazione

I processi di ristrutturazione che sconvolgono tutto il mondo del lavoro, hanno coinvolto, oramai da molti anni, anche il settore della scuola pubblica. Il fenomeno cronico dello sfruttamento del precariato è venuto vieppiù ampliandosi, creando una sempre maggiore insicurezza ed instabilità.

Sin dall’introduzione nelle scuole elementari dei “moduli”, passando poi attraverso la “autonomia scolastica”, per arrivare, oggi, alla riforma della scuola, i lavoratori del settore hanno dovuto subire un ininterrotto attacco alle loro condizioni di lavoro e alla sicurezza stessa dell’impiego. Migliaia di vecchi e nuovi “dannati” del precariato, hanno visto progressivamente sfumare il sogno di una sede di lavoro sicura. Ogni anno hanno dovuto subire la delusione di essere relegati in sempre nuove e diverse graduatorie, che si affermava fossero del tutto provvisorie nell’attesa di un concorso che non arrivava mai e che poi, quando è stato effettuato, non ha creato posti di ruolo, ma soltanto una nuova perversa graduatoria. Questa tendenza va avanti da anni: già la Finanziaria 2000 prevedeva 38.400 unità in meno rispetto al 1997, tra insegnanti, personale amministrativo, tecnici ed ausiliari. Il tutto per un risparmio pari a circa 600 miliardi, corrispondenti guarda caso, ai 597 miliardi previsti per la legge di parità, in altre parole per il finanziamento alla scuola privata.

Nel collegato per l’attuazione dell’autonomia scolastica si prevedeva: a) l’eliminazione delle cattedre ad orario, che si costituivano con ore di lezione da svolgere in scuole diverse; queste sino al 1997 erano circa 45.000: tutti posti di lavoro che, gradualmente, saranno soppressi; b) la sostituzione dei docenti temporaneamente assenti con personale dell’istituzione scolastica: anche qui dunque l’eliminazione progressiva degli 80.000 precari; c) affidamento delle responsabilità dirette delle classi ai tirocinanti che seguono i corsi di laurea. Un modo per mettersi in concorrenza con la scuola privata che riesce spesse volte a pagare gli insegnanti senza una lira o quasi, utilizzando il solo punteggio valido per i concorsi della scuola pubblica.

Oggi, nonostante non sia stato ancora “digerito” dai lavoratori quest’attacco, Governo, sindacati e Confindustria hanno fatto passare la riforma dei cicli scolastici, che a detta degli stessi artefici, ovvero il Ragioniere Generale dello Stato Monorchio, il ministro Visco ed il Ministero della P.I., porterà ad un blocco delle assunzioni e ad un ricorso strutturale al precariato, facendo risparmiare allo Stato ogni anno, per ogni lavoratore, dai 15 ai 20 milioni. Lo stesso Monorchio non ha avuto difficoltà ad ammettere che la riforma comporterà ampi effetti riduttivi delle dotazioni organiche necessarie. A questo vanno poi sommati gli effetti del passaggio allo Stato del personale proveniente dagli Enti Locali.

Questa riforma, al di là della banale propaganda di regime, è il più grosso attacco occupazionale degli ultimi cinquant’anni. Presentandosi come una cervellotica e burocratica revisione dello stato di cose attuale (la scuola elementare italiana è riconosciuta come una delle migliori al mondo) nasconde dietro ai problemi legati a programmi il tentativo di emarginare migliaia di lavoratori che per anni hanno tappato le falle del sistema scolastico.

Tagliando un anno senza una programmazione che tenga conto della forza lavoro da occupare, “retrocede” migliaia di perdenti posto al ruolo di precari ed espelle gli attuali precari dal mondo scolastico, non potendogli più neppure concedere la prospettiva aleatoria di una cattedra. Lavoratori trentenni e quarantenni si ritroveranno con un pugno di mosche dopo anni ed anni di sacrifici e di rinunce.

Nel frattempo la “privatizzazione” attuata attraverso l’autonomia, ha fatto stringere i cordoni della borsa a Direttori didattici e Presidi, obbligando, di fatto, professori e maestri a coltivare il cannibalismo intellettuale, litigando per pochi giorni di supplenza o per un incarico migliore. La scuola è sempre più “proletarizzata” trascinando questa non piccola parte del mondo del lavoro sullo stesso piano dei lavoratori del settore privato.

In questo caos l’opposizione organizzata, pur trovando importanti momenti di coagulo che hanno provocato grosse esplosioni di contestazione, anche con forti manifestazioni di piazza, rimane ancora o troppo interna a meccanismi di pura rivendicazione professionale (vedi Gilda o altri sindacati autonomi) o si divide tra l’appoggio supino al sindacatume tricolore o l’adesione ai COBAS. Questi, seppure dopo trent’anni di lotte, non intendono formare un saldo e continuativo terreno organizzativo sul puro terreno sindacale e nemmeno organizzano insieme lavoratori di ruolo, precari, di segreteria e bidelli.

Grandi momenti di lotta, come quello contro il “concorsaccio”, si alternano a lunghi periodi di stanca, dove prende il sopravvento la deriva intellettuale o l’appartenenza politica, condizioni che allontanano la massa dei lavoratori, ancora non del tutto consci del bisogno di una forza sindacale di base alternativa. Il ruolo stesso della scuola nella società è stato d’altronde sempre particolare, creando nella cultura di questi lavoratori la tendenza ad una mentalità di nicchia, quasi che i bassi salari o gli orari di lavoro sempre più pesanti ed impegnativi, potessero essere compensati dalla gratificazione del “ruolo”.

Oggi dunque più che in passato, anche in questa categoria, si sta creando un terreno fertile per il lavoro dei comunisti, per la rinascita dell’organismo sindacale di classe, strumento indispensabile per riappropriarsi degli strumenti della lotta sindacale, autonoma dagli interessi padronali ed in opposizione alla politica collaborazionista dei sindacati di regime. Ovunque esisteranno le condizioni minime per un lavoro sindacale, là i comunisti riproporranno la loro linea e la loro prospettiva.