Ma i ferrovieri si ostinano a scioperare contro l’accordo
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A febbraio c’è stato il sesto sciopero dei ferrovieri contro l’accordo di novembre ’99 intercorso tra FS e Confederali, firma che avrebbe potuto, se seguita dai fatti, mettere la Confindustria in grado di procedere speditamente sulla via della ristrutturazione in tutto il settore. Quell’intesa prospettava ai ferrovieri nuovi esuberi, riduzione dei salari, diminuzione delle ferie, aumenti dei carichi di lavoro ma, soprattutto, era propedeutica all’introduzione della politica di separazione contrattuale, che tanti danni ha già procurato alle condizioni di vita e di lavoro dei telefonici, degli elettrici, dei postelegrafonici, insomma di gran parte del settore ex pubblico. Questa linea di condotta ha anche facilitato la massiccia introduzione, anche fuori di questi settori, di una flessibilità sempre più selvaggia del lavoro, nonché l’introduzione di una nuova, pesante, pericolosa divisione tra vecchi e nuovi assunti, per ciò che attiene sia la parte salariale sia quella normativa. Distruggere le sicurezze dell’aristocrazia del lavoro ha permesso il passaggio, anche “culturale”, ad un nuovo modo di lavorare, completamente svincolato da regole e diritti.
Il piano della borghesia si è potuto avvalere, ovviamente, del comportamento complice dei sindacati tricolore, che sempre hanno taciuto e spesso hanno “stimolato” questo cambiamento, sottoscrivendo contratti capestro che oppongono lavoratore a lavoratore.
Ma a quella firma non sono seguiti i fatti. Le Ferrovie sono state messe nella condizione di non poter applicare nessuno dei punti dell’accordo dalla difesa tenace dei lavoratori, che hanno costretto – per quello che vale! – anche il Ministro a prendere posizione a loro favore. La difficoltà a traghettare i ferrovieri verso questi nuovi lidi ha inceppato così la macchina confindustriale, che sembrava non dovesse trovare difficoltà alcuna nella trasformazione delle “vecchie”, relativamente migliori, condizioni di lavoro dei pubblici dipendenti. Questa zeppa, apparentemente piccola e debole, ha, al contrario, permesso di dimostrare all’intera classe lavoratrice che la forza proletaria è capace, se ben indirizzata, di stravolgere i tanto strombazzati “piani globali” che, nella fantasia comune, dipingono come imbattibile la macchina del capitalismo mondiale.
Cadute quelle convinzioni ci si è accorti che lo scontro “mondialista” è fatto solo di maggiore sfruttamento operaio. La bassa speculazione, l’imbroglio telematico, l’aggiotaggio e, nel caso specifico, l’accaparramento sfrontato del denaro pubblico sono inevitabili nel mondo borghese e, in fondo, secondari. Migliaia di miliardi dalle casse statali sono finiti nelle tasche della dirigenza FS (2.600 soltanto a fine gennaio a titolo di ricapitalizzazione per la nuova e quanto mai improbabile società di Cimoli). I capitali vanno dove c’è odor di rendita e di profitto, e non dove sarebbe tecnicamente razionale o socialmente utile e, nel capitalismo, non ha senso lamentare che con quei miliardi si sarebbero potuti realizzare tutti quei lavori strutturali ovviamente necessari per le ferrovie. Non dobbiamo meravigliarci per simili schifezze: è questo e soltanto questo il modo in cui si riproduce il capitale e di cui va fiero!
Sei scioperi, dicevamo, più i due che l’ORSA (sigla che raccoglie i macchinisti del Co.M.U. e gli autonomi della FISAFS) ha rimandato, suscitando la giusta rabbia ed il sacrosanto risentimento dell’intera base. Nei compartimenti dove ben si è lavorato si è avuta anche l’adesione fattiva dell’UCS (Unione Capistazione), che dall’ORSA era fuoriuscita, e, soprattutto, della FLTU, che sempre maggiormente è divenuta espressione della base ferroviaria. Nell’ultima tornata elettorale per le RSU sono stati eletti molti lavoratori iscritti od orbitanti nella sfera d’influenza di questo sindacato.
Il CoMU, che negli ultimi quindici anni ha tenuto il fortilizio difensivo contro le FS ed i sindacati confederali, dovrà fare i conti con la sua nuova struttura, che certamente svilisce i contenuti programmatici che sinora l’hanno contraddistinto (rappresentatività diretta, nessun distacco sindacale, opposizione totale agli interessi confindustriali), creando le premesse per una sua degenerazione non appena venisse meno il controllo della base, controllo sinora esercitato con forza ed attenzione.
Aver dato vita all’ORSA, presentata come necessità “tecnica” per battere i piani governativi sulla soglia di rappresentatività, è oggi una condizione da superare in fretta recuperando appieno la tendenza, per altro ben presente, ad ampliare la lotta a tutte le categorie, riavvicinandosi a quelle organizzazioni di base che potranno rappresentare il futuro della resistenza operaia. Andare oltre la categoria e gli interessi particolari diviene sempre più necessità primaria per battere il progetto confindustriale. Gli ultimi scioperi, con la loro forza e capacità d’attrazione, lo dimostrano.
Imporre la “clausola sociale” in FS, ovvero il contratto unico per l’intero settore, sarebbe, oltre che una vittoria dei ferrovieri, una vittoria di tutta la classe lavoratrice che risulterebbe rafforzata e nuovamente motivata nel recuperare il terreno malamente perduto negli ultimi anni.
Impegnarsi nella rinascita del sindacato di classe, che trova l’incondizionato appoggio dei comunisti, è l’aspirazione primaria per tutti quei lavoratori, che, coscienti delle loro forze e della situazione, capiscono che soltanto ricreando un comune terreno rivendicativo ed organizzativo si può arginare e battere l’attacco borghese, si possono smascherare e spazzare via i servi sindacali, oramai da tempo identificatisi appieno con le prospettive e gli interessi capitalistici.