Licenziamenti ben manovrati alla vetreria Bormioli di Parma
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Parma, la città sempre in testa alle classifiche nazionali sulla “qualità della vita”, ha partorito un’altra delle ormai innumerevoli sconfitte che la classe operaia è costretta a subire per l’assenza di una direzione di classe. Si vede che anche la qualità della vita subisce la sorte del proverbiale pollo della statistica: non ci sono “paradisi” per gli operai, il sistema di fabbrica è inferno e miseria, a Parma come a Caltanissetta, a Detroit come a Giacarta.
Questa volta è il turno della “storica” vetreria Bormioli. Il copione è il solito, rimasticato da decenni: «oddio, non ce la facciamo più, gli operai vogliono lo stipendio tutti i mesi, la concorrenza è forte, dobbiamo chiudere!» Un attacco non da poco, ma tipico dei borghesi. La storia della Bormioli l’hanno fatta i suoi operai, una storia di duro lavoro, spesso pericoloso e malsano, che ha consentito a Bormioli di tirar su più di dieci stabilimenti, sparsi un po’ dappertutto. Ora, dopo che i vetrai di Parma hanno lavorato duro, e con capacità, siccome lo stabilimento è vicino al centro città e obsoleto, il ringraziamento dei padroni è il lastrico per oltre 600 famiglie. Negli spazi lasciati liberi dallo stabilimento sarà sviluppato un lucroso progetto edilizio, con la benedizione di destra, sinistra e sindacati.
Ce ne sarebbe per una sommossa, figuriamoci per uno sciopero. Eppure i sindacati hanno gestito il malcontento operaio con molta cautela, e “senso di responsabilità”, guardandosi bene, tra l’altro, dal coinvolgere altre categorie operaie locali, che in questo fatto possono vedere solo un primo passo di un attacco che colpirà tutti. Ma la logica del sindacato, e che purtroppo gli operai per ora accettano, è che ognuno sta per conto suo, cosa che non fa di certo piangere i dirigenti della Unione Parmense degli Industriali.
La “lotta” è consistita in scioperi poco convinti, senza il coinvolgimento di altre categorie (eppure un giochetto simile era stato condotto qualche anno fa dalla Barilla, con la complicità della giunta di allora, di “sinistra”), di presìdi, di manifestazioni con cartelli, insomma in un’azione di retroguardia, minimale e condannata alla sconfitta.
Questa ricerca della “compassione” della borghesia non ha fatto che il gioco della Bormioli: si è formato un tavolo di “saggi” che alla fine “salva” lo stabilimento. Da seicento i dipendenti scenderanno a 180 (“solo” quattrocento circa saranno licenziati); l’azienda sarà ridimensionata e ristrutturata su due forni, quelli ancora capaci di produrre profitti perché lavorano vetri speciali. Gli operai licenziati (oggi si dice con pudore gli “esuberi”) saranno tutelati, dicono i bonzi, con la cassa integrazione e con la mobilità: figuriamoci! E questa passa per una vittoria, come tutte le sconfitte del proletariato degli ultimi venti anni, propiziate dal tradimento dei bonzi sindacali. Di queste “tutele” gli operai non sanno che farsene: meglio i nemici che questi “amici”.
Così la Bormioli è riuscita nella lucrosa speculazione edilizia che voleva, e al contempo a ristrutturare la fabbrica; il tutto sicuramente senza sborsare una lira, e apparendo sulla stampa locale come una caritatevole benefattrice, che nonostante le difficoltà dell’infame mercato globale si è sacrificata consentendo a un pugno di operai di continuare ad essere sfruttati, come e più di prima, visto che li faranno sentire come dei privilegiati rispetto a quelli che se ne devono andare.
Che il mercato del vetro non sia in crisi lo dimostra una frase sfuggita al capobonzo della CGIL «se funziona questa ristrutturazione ci sarà spazio per pensare in prospettiva a un nuovo stabilimento». Quindi l’ordine dei padroni, cui questi servi obbediscono senza battere ciglio, è: per ora licenziamo quanti più operai è possibile senza avere flessioni nei profitti, poi ne riassumeremo, con comodo, come e quando vogliamo noi, sfruttando le nuove forme di contratto a salari ribassati che la legge consente. Insomma, basta con il lusso del posto fisso, roba da medioevo; d’ora in poi il lavoro sarà un privilegio, da conquistarsi ogni giorno, e chi non ce la fa si arrangi.
Su venti milioni e seicentomila occupati in Italia, almeno quattro milioni sono in nero (ma quanti sono gli extracomunitari?), un milione e settecentomila sono “atipici” (ma saranno presto ribattezzati “tipici”), sei milioni sono i cosiddetti indipendenti, mai assunti, che lavorano con una varietà di contratti, anche collettivi. Oltre la metà dei lavoratori sono quindi non legati all’azienda da un contratto a scadenza indeterminata, il cosiddetto posto fisso che fisso non è mai veramente stato. Si tratta di una massa enorme, che si vende a prezzi bassissimi, poco o niente sindacalizzata, che non lavora sempre e che costituisce l’ideale per il padronato. Non dimentichiamo poi un paio di milioni di disoccupati.
Questo di Parma non è un padronato “retrivo”, come dicono, ma dei più moderni, quelli che viaggiano e parlano inglese, quelli globalizzati, insomma. I loro profitti richiedono che la classe operaia sia plastica come l’argilla, che sia pronta a lavorare come bestie quando serve, che si lasci cacciare quando non serve, che si accontenti di paghe da fame, magari baciando le mani del munifico padrone, senza la menoma velleità rivendicativa.
Questo paradiso del capitale può esser vicino, e i suoi sacerdoti sono i sindacati della triplice e quelli affini, quelli per intenderci che hanno per punto di riferimento l’economia nazionale, quelli che siedono al tavolo dei padroni a leggere i bilanci, quelli responsabili, quelli “credibili”, patriottici e democratici. Questi Giuda sono il primo ostacolo verso la ripresa della lotta di classe, le loro organizzazioni non sono che emanazioni delle organizzazioni padronali; queste non potranno essere battute finché non saranno distrutte quelle.