Venti di guerra bilateral-imperialista sul Pacifico
Categorie: Capitalist Wars, China, Japan, Taiwan, USA
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La collisione tra un aereo spia statunitense e un caccia cinese non è stata accidentale né può essere considerata un episodio marginale: rivela una situazione di alta tensione strategica nel Pacifico Occidentale.
Il regime di Pechino, alla guida di un paese capitalistico in rapida crescita economica, ma stretto tra mille contraddizioni, ha bisogno di una politica nazionalistica per compattare il “popolo” all’interno, contrastando le spinte classiste che stanno sicuramente risorgendo nel numeroso proletariato superfruttato. Allo stesso tempo la borghesia cinese deve necessariamente rafforzare e modernizzare l’obsoleto apparato militare per poter arrivare a contrastare efficacemente l’ingombrante presenza statunitense che nei prossimi anni potrebbe costituire un impedimento al suo sviluppo economico, necessariamente imperialista.
Già nel 1992 il Parlamento di Pechino aveva palesato le mire imperialiste dell’Impero di Mezzo votando la sovranità indiscutibile del Paese sull’intero Mar della Cina del Sud, tracciando una frontiera marittima che costeggia ad ovest la costa del Viet-Nam, a sud quella della grande isola del Borneo e ad Est l’isola filippina di Palawan. La Cina, ma anche Taiwan, rivendicano inoltre l’arcipelago delle Paracelso a nord e quello delle Spratleys a sud suscitando le reazioni indignate del Viet-Nam, delle Filippine, della Malaisia e del Brunei.
Il ministro cinese delle Finanze Xiang Huaicheng ha dichiarato nel marzo scorso che i fondi destinati alla difesa nazionale ammonteranno, per quest’anno, a 17 miliardi di dollari circa, il 17,7% in più rispetto all’anno precedente. Ma secondo l’Istituto Internazionale di Studi Strategici Pechino ha speso nel 1999 ben 40 miliardi di dollari per la sua difesa e non 17.
La dichiarazione del Ministro conferma l’importanza crescente attribuita dal Politburo all’esercito che, secondo alcuni analisti di politica cinese, dopo un periodo in cui si era impegnato soprattutto nella gestione di lucrose attività nella crescente economia di mercato e nell’assicurare la stabilità interna, dal 1999 ha rivalutato le attività produttive tradizionali (armi, industria pesante, macchinari, chimica) riportando al centro la modernizzazione dell’apparato militare e l’attenzione verso la politica estera.
Gli Stati Uniti, potenza predominante nel Pacifico da più di un secolo, non intendono naturalmente mollare la presa mentre la crisi economia mondiale contribuisce a rafforzare ulteriormente la spinta al rafforzamento del loro apparato militare.
Per giustificare la loro asfissiante presenza ai confini orientali della Cina (l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale Statunitense mantiene quattro stazioni di ascolto in Giappone mentre satelliti di osservazione sorvolano in permanenza il territorio cinese) gli Stati Uniti alzano la bandiera della difesa dell’indipendenza di Taiwan, la Cina nazionalista, che il regime di Pechino vorrebbe invece vedere riunificata in breve tempo alla “madrepatria”, come Hong Kong e Macao.
Washington segue con apprensione il rafforzamento della marina cinese che starebbe trasformandosi da costiera in oceanica. Per contrastare la minaccia di un blocco navale di Taiwan da parte dei cinesi ha in progetto la formazione di una flotta di quattro portaerei, che assicurerebbero la superiorità aerea, venti apparecchi Orion e Aries di sorveglianza marittima, ventiquattro navi di superficie e una quindicina di sottomarini d’attacco per scortare il traffico commerciale taiwanese, una formazione ancora più imponente della VII flotta americana che già domina le acque del Pacifico.
Per contro pare che Pechino, che, come afferma “Le Monde” del 6 aprile «contesta la pratica americana di utilizzo militare dello spazio internazionale fino ai limiti della sovranità territoriale cinese», stia ingrandendo la sua base missilistica vicino a Yangang, nella provincia del sud-est situata dinanzi all’isola di Taiwan. Gli Stati Uniti ne hanno approfittato per cercare di vendere a Taiwan quattro navi dotate di un sistema ultramoderno di difesa antimissilistica, provocando le ire di Pechino. La decisione definitiva per la fornitura di questi armamenti sarà presa nel prossimo maggio.
Non c’è dunque da stupirsi se il Pentagono alla fine di marzo ha designato la regione del Pacifico come il più probabile teatro di intervento per l’esercito americano.
In questo quadro si inserisce “l’incidente” dell’EP-3; il fatto che per il momento la crisi sia in parte rientrata avendo i cinesi accettato le mezze scuse di Washington, liberando i membri dell’equipaggio, non significa affatto che tutto sia sistemato, a partire dall’areo spia che resta per adesso in mani cinesi. Questo momentaneo “appeasement” della crisi può semmai essere interpretato col fatto che i due governi, stretti ambedue dagli imponenti interessi economici che legano le rispettive economie, sono riusciti ad evitare un aggravamento della tensione e quelle sanzioni commerciali che erano temute da entrambi; ma questa fase non durerà a lungo.
Anche in diplomazia i simboli hanno il loro valore e il fatto che il pilota dell’areo cinese scomparso in mare sia stato dichiarato eroe nazionale, come d’altra parte siano stati accolti come eroi gli aviatori statunitensi al loro ritorno in patria, significa che le gerarchie militari dei due paesi vogliono sfruttare l’incidente per un po’ di “utile” propaganda militarista in vista di un prossimo, più grave, confronto.
Infatti, col Giappone momentaneamente messo da parte da una profonda crisi economica, Stati Uniti e Cina si ritrovano concorrenti diretti per l’egemonia in Estremo Oriente.