Per rivendicazioni salariali e di lavoro fuori da ogni compatibilità capitalistica
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Anche alla FIAT si è infranto il muro del silenzio, un silenzio che durava da oltre 20 anni, ovvero dalla cocente, e da noi prevista, sconfitta negli anni ’80, tanto da far apparire sul “Manifesto” un enfatizzato corsivo: “Eccoli qua gli operai di Mirafiori… dopo 20 anni di silenzio hanno paralizzato la fabbrica più grande con una rivolta improvvisa: scioperi spontanei, cortei interni, blocchi stradali”. In realtà nel corso di questo “ventennio” si è assistito alla triste metamorfosi di un reparto della classe operaia che, da combattivo e punta di diamante di dure lotte negli anni ’70, si è trasformato in un allineato gregge che subisce passivamente ogni ristrutturazione, qualunque intensificazione dei ritmi di lavoro e abbassamento dei livelli occupazionali.
Le ragioni oggettive che hanno determinato un tale ripiegamento della combattività vanno per intero attribuite alla vile e carognesca conduzione di quella battaglia di venti anni addietro da parte dei Sindacati di regime, che allora, dietro un apparente e strumentale radicalismo, tradirono questi operai relegandoli nell’angusto androne del loro stabilimento, non volendo generalizzare quella lotta a tutta la classe. Questo ennesimo tradimento fu ampiamente riconosciuto “benefico” da Romiti (per lui!) che nel famoso libro-intervista di Pansa tesse le lodi del fu-segretario CGIL Lama. Ma si ricorderà che questi maiali avevano già vinto la prova generale, comunemente concordata, dei 61 licenziati del ’78.
Gli attuali scioperi che da un po’ di mesi si articolano nei vari stabilimenti FIAT sono, purtroppo, la risposta ritardata dell’applicazione degli accordi, successivamente perfezionati di luglio 92/93 tra governo e Sindacati. Ricordiamo che essi prevedevano oltre a draconiani tagli al salario differito (sanità, pensioni, ecc), la totale liberalizzazione del mercato del lavoro con l’istituzione di agenzie di lavoro interinale, dei contratti a termine, già allora applicati ma non ancora generalizzati. Ricordiamo che allora si determinò un movimento di opposizione di ragguardevoli dimensioni a quella intesa nefasta che vide scendere in piazza intere categorie sia del pubblico impiego sia del privato e che furono organizzate dall’arcipelago COBAS, dalla minoranza della CGIL che fa capo a Essere Sindacato e da alcune Camere del Lavoro locali. In quella occasione il nostro Partito fu ampiamente mobilitato denunciando con forza lo sporco gioco dei Sindacati di regime che utilizzarono tutto il loro apparato per far passare gli accordi.
Oggi, dopo 8 anni di silenzio pressoché totale, tranne sporadici sussulti, la fetida pace sociale si è appena incrinata. Gli scioperi che timidamente si stanno susseguendo negli stabilimenti FIAT, Melfi e Cassino compresi, pur nella loro limitatezza (mezz’ora, un’ora a fine turno, mezza giornata), sono ampiamente riusciti. Sicuramente il dato positivo, oltre la partecipazione numerica, è dato dal fatto che non si è assistito alla “frattura generazionale”, possibile, considerato che i sopracitati accordi di fatto la provocavano. La concomitanza del rinnovo del contratto integrativo aziendale con il licenziamento di 147 giovani lavoratori interinali a Torino e di 300 con contratto a termine a Melfi ha stabilito una comune base rivendicativa tra operai precari e vecchia guardia, memore della sconfitta degli anni ’80. Non solo, il fronte si è allargato agli impiegati, da sempre, in passato, fedeli galoppini di mamma FIAT cascasse il mondo. Probabilmente recenti esperienze, quali la chiusura della Lancia di Chivasso nel ’92, hanno minato in loro ogni granitica fedeltà!
L’entrata della General Motors nella FIAT ha ulteriormente e drasticamente peggiorato le condizioni di lavoro e i livelli occupazionali creando così le condizioni per una ripresa della conflittualità. Va ricordato che le varie ristrutturazioni susseguitesi negli ultimi 20 anni hanno comportato un calo occupazionale di circa 75.000 lavoratori soltanto nell’area torinese. Attualmente questi sono 25/26.000 contro i 50.000 nell’89 e gli oltre 100.000 nel fatidico ’80. Questi dati, già significativi nella loro drammaticità, rischiano di essere superati nel momento in cui, nel 2003, la sinergia FIAT-GM sarà pienamente operativa con i nuovi modelli di motori e cambi. Già ora alla IVECO il 40% degli operai delle linee di montaggio sono interinali, quindi licenziabili in ogni momento! Il matrimonio FIAT-GM ha anche partorito la vendita della FIAT-Ferroviaria, della Marelli-Climatizzazione e la messa all’asta della restante Marelli, della Tecsid, arena prossima della Comau, la trasformazione delle vecchie meccaniche di Mirafiori in una nuova società denominata Powertrain, che quasi sicuramente verrà trasferita alla Opel in Germania. Tutto ciò con tagli occupazionali notevoli e non solo nazionali. Sono già annunciati 750 licenziamenti a Bielsko Biara in Polonia a cui faranno quasi sicuramente seguito quelli previsti in India, Argentina e Turchia, senza contare l’uso sistematico della CIG in Italia.
Da questo scenario, diretta conseguenza della cosiddetta globalizzazione, si comprende come solo uno scontro di classe sovranazionale potrà risultare adeguato ed efficace. Così come le varie borghesie, per scongiurare gli effetti catastrofici della crisi capitalistica, si aggregano in poli sovranazionali che permettono loro di vincere la guerra commerciale, finanziaria e produttiva arginando la caduta del saggio di profitto, altrettanto dovrà fare il proletariato uscendo non solo dal limitato ambito aziendale e categoriale ma nazionale. Ponendosi su quel terreno il proletariato potrà fare il salto di qualità necessario anche solo per difendere condizioni minime di sopravvivenza.
Intanto i sindacati irreggimentati dal regime borghese si muovono con estrema cautela e spesso si trovano spiazzati di fronte a scioperi spontanei, come è avvenuto a Cassino, e cercano a quel punto di ingabbiare il movimento non solo costringendolo all’aziendalismo, ma spezzettandolo nelle rivendicazioni (integrativo, lavoro in affitto e a termine). Lo si coglie anche dalla lettura della stampa opportunista, come il “Manifesto” che in un corsivo del 9 marzo affermava: «la lotta non può rimanere isolata alla FIAT, o il sindacato nel suo insieme se ne farà carico, oppure i lavoratori della FIAT rischieranno di passare di vittoria in vittoria fino alla sconfitta finale”. Ovviamente i bonzi sindacali, ben nutriti dalla borghesia nazionale ed europea, si guardano bene dal generalizzare questa lotta: sono pagati per innaffiare non per cospargere benzina.
Mentre alla FIAT si sciopera per i sopracitati obiettivi, la maggior parte dei contratti sono scaduti da tempo, ivi compreso quello dei metalmeccanici e alcune categorie hanno già scioperato (insegnanti, elettrici, ferrovieri). Un sindacato che avesse anche solo minimamente conservato tracce di classismo nel suo DNA proclamerebbe uno sciopero generale, cosa che con queste puttane non potrà mai accadere se non per imposizione dal basso. L’unica cosa che a questi teatranti da quattro soldi riesce bene è una patetica pantomima, talvolta, tra un finto radicalismo della CGIL e una melliflua disponibilità a tutto campo di CISL e UIL. Tutto ciò non è altro che fumo negli occhi per i proletari e ha una modalità d’uso smaccatamente elettorale: le tre comari non si azzanneranno mai tra loro finché ci sarà da mangiare.
Il proletariato non ha nulla da spartire con questi forcaioli. Se costoro hanno la spudoratezza di sottoporre a referendum (schifoso strumento democratoide) una bozza di contratto per i metalmeccanici di 116.000 lire lorde in due anni per il 3° livello (quello più numeroso), a fronte di una base salariale tra le più basse in Europa, ciò rappresenta, se mai ce ne fosse ancora bisogno, la loro totale disponibilità ai diktat della borghesia nazionale. Purtroppo però dialetticamente dimostra anche la debolezza della classe operaia che non riesce ancora a rompere gli equilibri e gli schemi entro i quali l’hanno costretta l’opportunismo sindacale e politico.
Sicuramente queste timide ma salutari fiammate di lotta sono di buon auspicio. Ma solo avanzando rivendicazioni salariali e di lavoro fuori da ogni compatibilità capitalistica e sul piano intercategoriale la classe potrà invertire una caduta che, diversamente, rischia di inabissarsi ancor di più. Per la reale difesa operaia non bastano qualche centinaio di posti di lavoro o poche lire, occorrono aumenti salariali generalizzati e inversamente proporzionali, almeno uguali per tutti, il salario garantito ai disoccupati, la diminuzione reale della giornata lavorativa. Ma perché ciò avvenga è necessario che il proletariato si attrezzi con organizzazioni economiche che nulla hanno a che fare con le attuali. È necessario, e da sempre lo affermiamo con forza, che rinasca il sindacato di classe. Questo è un passaggio fondamentale perché il proletariato si attrezzi a ingaggiare efficacemente lo scontro che le borghesie mondiali hanno, con inaudita violenza scatenato contro di esso.
Il sindacato di classe dovrà risultare totalmente impermeabile agli ammiccamenti dell’avversario, dovrà infischiarsene di ogni legalismo, dovrà rifiutare di sottoscrivere i codici di autoregolamentazione né far affidamento sul riconoscimento statale e, soprattutto, rendersi indisponibile, per principio, ad ogni collaborazione di classe. Sicuramente il Partito non può che gioire nel vedere operai che scendono in sciopero pur tra mille difficoltà e limiti, e, non cadendo in un fesso immediatismo, è ben lieto di vedere sollevarsi la cappa funerea che fiacca il proletariato e fa godere padroni e lacchè! Ma sa, e ricorda alla classe, che nella presente fase di imperialismo mondiale, fascista nei contenuti se non nelle forme, ogni decisa battaglia difensiva proletaria comporterà l’inevitabile scontro su un terreno più alto, cioè quello generale e politico fra le classi. Noi marxisti non aspettiamo altro.