La marcia «zapatista»
Categorie: Mexico, Neozapatismo
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Portare i “senza voce” ad alzar la voce in una istituzione del capitale sorda ai diseredati e ingannatrice come il Parlamento nazionale è già di per sé prova del carattere collaborazionista dello “zapatismo”.
Così gli incappucciati, depositate le armi, si sono recati in pellegrinaggio al tempio della democrazia, per essere alfine ricevuti, dopo giorni di anticamera, in quel covo di manigoldi ad esibire una ormai vuota retorica populista.
Infatti lo “zapatismo”, dichiarata fedeltà allo Stato messicano, rivendica la sua collocazione nello schieramento istituzionale come rappresentante delle istanze delle etnie indiane.
Si parla di “autonomia” e di “autodeterminazione”, di “diritti” e di “tutela” della cultura indigena. Non si parla della terra, che è la prima aspirazione del contadiname diseredato e la rivendicazione che lega i contadini, indiani e non.
Si inneggia invece alla democrazia e si auspica la conciliazione e la concordia nazionale, quando l’unica possibilità per le masse rurali e per il contadiname povero è che questa concordia vada in frantumi e ritorni manifesto il loro antagonismo, prima di tutto fra la classe proletaria e le classi possidenti e il loro Stato messicano, incarnazione degli interessi del Capitale.