Inquadramento legale e sottomissione reale delle Trade Unions inglesi allo Stato borghese
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Già in vista delle elezioni del 1997 il “New Labour” di Blair aveva dichiarato che giammai avrebbe ammorbidito la legislazione antisciopero impostata dai Tory, i conservatori. Le chiamiamo “antisciopero” le leggi della Thatcher, più che “antisindacali”, poiché erano principalmente rivolte contro la capacità di mobilitazione dei lavoratori. I sindacati, divenuti responsabili per “le azioni dei loro associati”, cadono ora sotto la minaccia di multe, ma poche ne sono state elevate. Fece eccezione lo sciopero dei minatori del 1984-85, ma le multe non furono riscosse poiché i Scargill riuscì con un giro di movimenti a nascondere la cassa in conti all’estero (o almeno questa è la versione ufficiale che si somministra ai lavoratori; come se per il sistema bancario britannico non fosse possibile ripercorrere movimenti di capitale). Di fatto la legge funziona solo come copertura di lusso per i capi sindacali: «cos’altro possiamo fare, dobbiamo obbedire alla legge!».
Non si sarebbe quindi tornati, insistevano i laburisti, ai “tristi giorni” degli scioperi senza controllo. Nemmeno le Trade Unions sarebbero riuscite a capovolgere la politica che la Thatcher aveva decisamente orientato contro gli scioperi “non ufficiali”, extra-sindacali, in particolare dopo “l’inverno di scontento” del 1978-79 che aveva destabilizzato il precedente governo laburista di Callaghan. Del resto nemmeno i dirigenti sindacali desiderano il capovolgimento della legislazione antisindacale Tory, timorosi del diffondersi di scioperi “non ufficiali” e di movimenti al di fuori del loro controllo.
Per altro il precedente governo Tory nel 1996 aveva ampliato i cosiddetti “diritti del Lavoro”, facilitando ai lavoratori il ricorso ai Tribunali: il periodo di assunzione necessario per far opposizione legale fu ridotto da due ad un anno. Questo fu un altro regalino ai capi sindacali, facilitati nell’evitare gli scioperi contro i licenziamenti indirizzando la reazione dei lavoratori verso i tribunali, nella speranza della riassunzione o, almeno, di una compensazione monetaria: la vertenza finisce solo dopo sei mesi o più, quando i lavoratori sono già fuori della fabbrica e tutti si sono ormai scordati di loro. E’ evidente che il metodo individuale del ricorso ai tribunali è finalizzato a prevenire il vecchio sistema operaio, quello delle lotte, degli scioperi con manifestazioni e proteste, che solo consente ai lavoratori la possibilità di difesa collettiva.
Ecco dunque che arriva con il nuovo governo laburista la sbandierata riscossa dei “diritti dei lavoratori”. Il molto pubblicizzato “Minimo Nazionale dei Salari” ha avuto vita davvero breve. Rappresentanti delle organizzazioni del padronato si sono scalmanati nel dipingere i suoi terribili effetti sull’economia, con la distruzione di posti di lavoro e con la diffusione degli aumenti anche sui livelli più alti. In realtà è avvenuto esattamente il contrario: il Minimo Salariale Nazionale (NMW), fissato ora a meno di 4 sterline (12.500 lire) l’ora, è diventato non tanto un minimo quanto un punto di riferimento, la norma delle paghe basse, e il lavoro poco qualificato è quindi oggi pagato meno di pochi anni addietro. Riducendosi il livello medio dei salari, gli industriali sono adesso ben contenti del nuovo sistema: anche un padrone che paghi tale miseria si può vantare d’essere fra quegli imprenditori “responsabili” che “applicano la legge”.
Il riconoscimento dei diritti delle nuove Trade Unions
E’ ormai in vigore la legge sui Rapporti di Impiego (ERA) del 1999, legislazione che chiamano “per la Correttezza sul Lavoro” e che vantano essere «il maggior progresso legislativo per chi lavora e per i sindacati da più di 20 anni, modificando gli equilibri riguardo ai diritti di legge sul posto di lavoro». Si, ma li ha modificati a favore delle Trade Unions riconosciute dallo Stato, non in quello degli interessi dei lavoratori.
Ovviamente la Confederazione Britannica degli Industriali (CBI) l’ha denunciata come un Cavallo di Troia, che avrebbe scatenato le rivendicazioni operaie, sinora efficacemente trattenute, e il ritorno ad infinite ondate di scioperi, ma i loro timori si sono dimostrati infondati: il nuovo sistema è pienamente attuato ma i lavoratori sono ben lungi dall’assaltare i bastioni del potere! Metà della “Era 1999” è dedicata alla procedura per il riconoscimento dei sindacati. Fondamentale in questa trafila è l’istituzione di una Commissione Centrale di Arbitraggio (CAC), mentre altre meno note commissioni create dalla Thatcher perdono d’importanza; la funzione della CAC è la supervisione al “riconoscimento” dei sindacati. Il sindacato che chieda il riconoscimento deve indicare la “unità di trattativa” all’interno della quale ha iscritti. Ma perché la CAC conceda il riconoscimento il sindacato deve già aver ottenuto un “Certificato di Indipendenza”. Perché un sindacato possa essere considerato “indipendente”, un funzionario per la certificazione deve aver appurato che il sindacato è indipendente dal padrone, cioè non si configuri come un’associazione di dirigenti. Lo Stato si porrebbe quindi come garante della “indipendenza” dei sindacati, intesa però rispetto al singolo datore di lavoro, e non dalla classe borghese nel suo complesso. Lo Stato desidera che le vertenze sui salari mostrino almeno l’apparenza di efficacia, e che quindi i dirigenti sindacali non siano direttamente sul ruolo paga di singoli industriali. Ma se mai vi fosse un dirigente sindacale abbastanza ingenuo da pensare di poter essere realmente “efficace”, questi sarebbe spazzato via in un baleno.
Il resto della nuova Legge riguarda le procedure per i ricorsi, le modalità per le elezioni, gli scioperi, l’addestramento, ecc.
Traiettoria storica dei sindacati inglesi
Il processo dello sviluppo ed integrazione dei sindacati dapprima nella società borghese, successivamente nello Stato, è un processo assai irregolare, ricco di contraddizioni, di inversioni di tendenza, di incidenti di percorso. Cercheremo qui di darne una descrizione sintetica.
1) I primi sindacati stabili, quelli dei lavoratori qualificati, furono anche i primi a sopravvivere, all’inizio del 19° secolo, alle continue offensive dei padroni. Ma i dirigenti dei lavoratori qualificati furono presto corteggiati dalla borghesia in quanto rappresentanti della “aristocrazia del lavoro”. Fu questo gruppo di dirigenti sindacali che formò il Trade Union Congress (TUC) negli anni ‘60, e fu contro di essi che venne scagliata la rovente critica di Carlo Marx, che riteneva “un onore non essere scambiato per un capo di Trade Union”.
La deferenza di questi dirigenti sindacali verso gli interessi della classe dominante valse ai sindacati la prima protezione legale in quanto organizzazione: la Legge sui Sindacati del 1871, che servì a togliere all’attività sindacale la qualifica di “criminale”.
2) I nuovi sindacati. Il risorgere della lotta di classe e la formazione di sindacati negli anni 1880 si focalizzò nelle organizzazioni dei portuali, dei lavoratori del gas, ecc. Questi si guadagnarono il nome di “Nuovi Sindacati”, poiché erano di natura più generale (meno legati al mestiere), e guidavano i lavoratori non qualificati in lotte decise. Fu questo il movimento che suscitò in Engels grandi speranze, dopo i decenni di lotta contro l’imborghesito Trade Union Congress. Ma in un ventennio questi nuovi combativi sindacati furono assorbiti dall’imperante conformismo del TUC.
3) Inizio dell’inserimento nello Stato. La legge per le Assicurazioni Nazionali del 1911 trasferiva al sistema statale la maggior parte dei fondi delle Mutue dei sindacati. Il sistema assicurativo era finanziato con i contributi sia dei lavoratori sia dei padroni e dello Stato, al fine di provvedere ad un sistema unificato di previdenza per le malattie, la disoccupazione, la vecchiaia. L’apparato di solidarietà che i sindacati avevano creato divenne in larga misura inutile, tranne che per le casse di sciopero (nella misura in cui funzionavano) e per alcune minori provvidenze, come le case di convalescenza.
Intanto nei sindacati si concentrava ogni potere nelle mani degli organi dirigenti nazionali, escludendo la base dei lavoratori da qualsiasi decisione. Alle sezioni locali del sindacato, trasformate in uffici di raccolta delle quote e poco più, fu tolto il diritto di indire gli scioperi. Anche i Trade Council, le federazioni locali dei sindacati, furono escluse dal diritto di proclamare scioperi, che diveniva quindi monopolio del Trade Union Congress.
Tutto era pronto per montare l’ondata di patriottismo che travolse i capi sindacali allo scoppio della guerra nel 1914: nemmeno uno degli organismi sindacali si oppose.
4) Sorgere di movimenti extra-sindacali. L’inizio dell’integrazione degli affari sindacali nello Stato nel 1911 aveva già visto proprio in quell’anno il primo sorgere di scioperi “non ufficiali”, al di fuori e contro il controllo dei sindacati. Da qui il termine “non ufficiali”, che può essere applicato a diverse situazioni ed è da allora divenuto la più significativa espressione della classe operaia inglese.
Qualche volta si verificavano abbandoni dei sindacati, con tentativi di creare organizzazioni scissioniste, impietosamente però spezzati dall’azione combinata dei padroni e dei sindacati ufficiali.
L’unica eccezione fu la “Fuga dalla Prigione del Grande Nord”, sciopero dei portuali nei porti settentrionali, usciti dalla Transport & General Workers Union per dar vita alla Stevedores and Dockers Union (Sindacato Stivatori e Portuali), del quale abbiamo trattato altrove. I portuali riuscirono a darsi un’organizzazione indipendente per alcuni decenni, finché furono vinti per l’avvento del metodo dei container.
Il collaborazionismo patriottico dei boss sindacali che si comportavano come se disponessero personalmente dell’organizzazione portò ad un altro aspetto del movimento “non ufficiale”: l’organizzazione di base dei rappresentanti dell’officina, del reparto, insomma del posto di lavoro, in inglese “shop”. Gli “shop stewards” non avevano alcun diretto collegamento con l’organismo sindacale, non rispondevano quindi al sindacato di categoria né ai suoi rappresentanti, ma, in origine, solo alla base dei lavoratori, che li poteva sostituire in qualsiasi momento con altri lavoratori. Il movimento degli “shop stewards”, che tale si deve in quel periodo definire, fu un risultato della lotta di classe. Questa forma di movimento fu combattuta e schiacciata negli anni ‘20 e ‘30 dall’azione combinata dei capi sindacali e padronali. E’ da quel periodo che i sindacati ufficiali sono diventati definitivamente i pilastri di sostegno del capitalismo. Sono ad esso così integrati che non si possono ormai distinguere delle sue altre istituzioni.
Il Communist Party of Great Britain non poté avere negli anni ‘20 e ‘30 una chiara e uniforme linea sindacale, e oscillò sempre tra l’impegno nel tentativo di influenzare i sindacati aderenti al TUC e l’attività di agitazione alla base; entrambe le attività non avevano però come risultato l’unificazione delle lotte operaie, né potevano portare a una maggiore coscienza di classe dei proletari. Infatti le direttive di lotta, anche se decise e corrette, non mettevano in discussione il ruolo del TUC all’interno della classe. Nonostante che sia i sindacati ufficiali sia il Partito Laburista dessero continuamente prova di essere agenti borghesi all’interno della classe, i tentativi di penetrarli sia da un punto di vista sindacale sia politico non vennero mai meno, anche se costantemente frustrati. Questo impediva una chiara denuncia dell’opportunismo britannico di fronte alla classe operaia. D’altronde la necessità di sacrificare tutto pur di ottenere qualche risultato in difesa della Russia sovietica rendeva una politica veramente di classe impossibile. Anche quando i pericoli di attacchi all’Unione Sovietica e di una seconda guerra mondiale nei primi anni ‘30 cessarono, altri eventi di politica internazionale occuparono le energie del partito, e ne diressero le scelte, prima di tutte la guerra civile spagnola. Anche in Gran Bretagna, poi, la posizione degli stalinisti durante la seconda guerra mondiale seguì i giri di valzer della Russia, prima alleata di Hitler e poi sua nemica. Si arrivò infine al sostegno senza condizioni dello sforzo bellico anti-hitleriano, che sfociò in uno smaccato nazional-patriottismo che, come d’altronde in tutto l’occidente, divenne un carattere distintivo del CPGB e lo caratterizzò anche nel secondo dopoguerra.
5) La funzione degli shop stewards. Gli shop stewards fecero una nuova apparizione durante e dopo la seconda guerra mondiale, con un ruolo opposto rispetto a quello svolto nella prima guerra mondiale. Dal 1940 in poi gli shop stewards non erano più un movimento ma un apparato ufficialmente istituito per garantire che la produzione non si arrestasse. Divennero quelli che risolvevano i problemi, e si ricorreva a loro quando i lavoratori rifiutavano di collaborare o ponevano intralci alla produzione.
Uno strumento col quale la Gran Bretagna combatté la guerra 1939-45 fu l’uso degli incentivi monetari, basati sui risultati di produzione. Anche quando le distruzioni provocate dai bombardamenti tedeschi erano gravi e continue, la produzione continuava a crescere con impeto. Gli alleati sopraffecero l’Asse con il sistema dei premi in Inghilterra e con le catene di montaggio in Usa e in Urss, invece che col lavoro schiavistico adottato in Germania e in Giappone e col corporativismo in Italia. Per il funzionamento di questo sistema a premi di produzione gli shop stewards erano quel che ci voleva: erano essi che dovevano soffocare le proteste, trovare i compromessi, stipulare gli accordi, e molti di essi sarebbero poi apertamente passati dalla parte della direzione divenendo capi reparto, esperti dei tempi e metodi ed altre canagliate.
Dopo la guerra il sistema a premi rimase parte talmente essenziale dei salari come incentivo a mantenere elevata la produzione che gli shop stewards rimasero la struttura ufficiale per appianare la difficoltà e applicare gli accordi sindacali. Il ruolo degli shop stewards fu definito e regolato da accordi nazionali, regolamenti e altro. Non a caso la commissione governativa che redasse il Rapporto Donovan li dichiarò essere piuttosto un aiuto che un problema, un lubrificante per la macchina produttiva. Durante le lotte più dure si trovavano sempre presi nel mezzo, incastrati fra i loro capi, gli industriali e del sindacato, e gli operai che lanciavano loro insulti, ed anche qualcosa di più duro. Così si svolgevano di solito gli scioperi “non ufficiali”.
Il movimento degli scioperi non ufficiali rifletteva il reale potere economico dei lavoratori. Di tempo in tempo gli shop steward, volenti (per lo più in quanto militanti di organizzazioni politiche di sinistra) o nolenti (per non perdere il ruolo elettivo che comunque veniva sempre dai lavoratori) acconsentivano a scioperi, dando in genere una rappresentazione distorta della forza economica dei lavoratori in lotta.
Fu solo una questione di tempo prima che la classe dominante decidesse che il sistema di rappresentanza di fabbrica non era più capace di far fronte alla determinazione del lavoratori alla lotta. Il cambiamento fu aiutato dalle “riforme” sindacali della Thatcher, usate per introdurre innovazioni che si spacciavano atte a difendere la forma legale del sindacato e il suo finanziamento.
6) Cambiamento di funzione degli shop stewards e dei rappresentati sindacali. Questa evoluzione si era avuta via via in diverse categorie fin dagli anni ‘70 col proposito di interrompere il legame fra la base dei lavoratori e gli shop stewards. Questi non sarebbero più stati responsabili delle loro azioni di fronte ai lavoratori che li avevano eletti, ma verso i sindacati che ora rappresentavano formalmente. Il loro compito sarebbe quindi divenuto quello di resistere alla combattività dei lavoratori piuttosto che di adeguarsi ad essa. Uno dei primi esempi significativi di questo nuova posizione fu l’introduzione dello shop steward nei porti come una componente della “decausalisation”, cioè la fine del lavoro temporaneo, nave per nave. Anche qui lo shop steward fu reso responsabile nei confronti del sindacato e non nei confronti della forza lavoro. Era lì per prevenire gli scioperi, non per dare soddisfazione ai lavoratori. In sempre più posti di lavoro i rappresentati sindacali veri e propri sostituirono gli shop stewards vecchio stile, nominati dai lavoratori ma legati alla disciplina del sindacato.
La precedente pratica di uscire in massa dalla fabbrica e tenere un’assemblea per votare lo sciopero fu abbandonata: i funzionari sindacali dovevano essere “informati del problema”, rimandando ogni decisione finché non si fossero tenuti incontri con il padrone; solo dopo gli operai avrebbero potuto incontrarsi, sottoposti alle peggiori pressioni per evitare lo sciopero o altre forme di lotta.
E’ stato il peso combinato della recessione, con alti livelli di disoccupazione e con la deindustrializzazione di intere regioni, e della mutata collocazione dei rappresentanti sindacali di fabbrica, che per il momento ha reso impossibili nuove azioni non-ufficiali. Ancora non è dato scorgere ciò che potrà domani sostituirle. Ma quel che è certo è che l’ “eterno ottimismo”, la credenza che i sindacati possano ancora essere cambiati dall’interno, ha finalmente fatto il suo tempo.
Mutata natura del riconoscimento dei sindacati
Il nuovo “diritto” statutario al “riconoscimento” ha due aspetti fondamentali: primo, la “forza” del numero degli iscritti ad un sindacato non è più considerata; la contrattazione aziendale avviene fra funzionari sindacali e padroni, senza che sia richiesto alcun voto dei lavoratori sul posto di lavoro. Secondo, con la trattenuta delle quote sindacali per delega al padrone si rendono del tutto inutili le sezioni sindacali, riducendo ulteriormente ogni contatto con i lavoratori. Se qualche lavoratore viene licenziato, lui può fare la trafila del Tribunale, altri sono assunti e le quote continuano a correre. Nessuna meraviglia quindi che i capi sindacali siano ben contenti dei “nuovi diritti” sindacali: non si tratta infatti di alcun “diritto” per i lavoratori.
Il padronato è ampiamente soddisfatto del nuovo sistema di riconoscimento dei sindacati. Gli scioperi è difficile che si arrivi ad indirli perché i sindacati rimanderanno le assemblee a quando si sentiranno sicuri di controllare la situazione. La trimurti Stato-Padroni-Sindacati assicurerà che non riesploda il vecchio “male inglese” di scioperi scalmanati e poco eleganti. Per gli operai deve finire l’illusione di un possibile uso dell’apparato sindacale. Purtroppo per ora vi è soltanto un costante ripiegamento verso la ricerca di soluzioni individuali dei problemi, visto che non c’è la minima speranza che le istanze collettive vengano accolte. Ed a tutt’oggi non sono ancora apparse forme alternative di lotta.
La divisione, che confina nella fabbrica le lotte incanalandole all’interno dell’apparato sindacale, affrontando così le questioni separatamente, non è più una strada percorribile nemmeno per affrontare i problemi parziali. Il sormontare gli interessi particolari, unendo i lavoratori di una regione in quanto tali, e non come dipendenti di una data azienda, sarà l’inizio della rinascita di una politica sindacale di classe. L’organizzazione di classe, che raggruppi i salariati come tali, è la necessità di domani come di oggi, così come è stata quella di ieri. Le divisioni fra lavoratori devono essere superate, sia che alcuni di essi abbandonino i sindacati esistenti (se sarà loro consentito in futuro), sia che vi rimangano. La forma di organizzazione che la classe sceglierà non è in sé importante, è vitale che abbia un inizio, che si consolidi, che si estenda. Noi difenderemo il diritto di rompere con i sindacati al fine di condurre delle lotte, ma non nel senso di approvare un isolamento dal resto della classe. L’unificazione dei lavoratori sul piano economico è la necessità di oggi e di domani. E’ l’inizio del processo che porterà alla loro emancipazione!