La rivolta dei licenziati nella Cina del boom
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Con nessun rilievo La Repubblica del 21 marzo pubblica un lungo articolo con questo titolo: «Il drastico, traumatico ridimensionamento della vecchia industria statale, iniziato dal Governo di Pechino nel ’98, mette ogni anno sulla strada tra i cinque e i dieci milioni di lavoratori (…) Il Governo del primo ministro Zhu Rongj sta in effetti l’uno dopo l’altro chiudendo migliaia d’impianti industriali, nonostante i contraccolpi – assalti a municipi, scontri tra disoccupati e forze speciali antisommossa – scaturiti in vari parti della Cina dalla chiusura delle fabbriche. E il programma di smantellamento o vendita delle imprese statali procederà quest’anno, ha detto Zhu durante la sessione parlamentare delle scorse settimane, a ritmo anche più rapido».
Nell’articolo si calcola che, dagli operai che escono dal settore pubblico, ai giovani che raggiungono nelle città l’età di lavoro, ai contadini che lasciano la campagna in cerca di impiego, l’economia cinese dovrebbe provvedere annualmente a 16 milioni di posti di lavoro solo per mantenere gli attuali livelli di occupazione, un compito assolutamente irrealizzabile tanto che, sempre citando, «il vertice comunista sembra deciso a rischiare le inevitabili turbolenze sociali di questa fase (e venendo meno una volta di più ai suoi principi politico-ideologici) pur di condurre in porto i piani di risanamento economico, indispensabili tra l’altro per allineare il paese ai criteri e regole dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio».
Sarà compito degli studi economici-storici del Partito apprezzare quanto lo sviluppo del modo di produzione capitalistico sia penetrato nelle pianure e nei deserti della Cina ex-maoista ed abbia assoggettato l’immensa riserva di mano d’opera del proletariato urbano e dei contadini cinesi, come il regime di Pechino saprà reggere la prova del terribile urto di forze sociali immense, che noi ci auguriamo anche potenti da infrangere lo spietato schieramento a difesa della inevitabile accumulazione capitalistica. Qui ci interessa rilevare come, nell’epoca della cosiddetta “globalizzazione”, pretesa nuova èra del modo di produzione capitalistico e del suo ciclo, il proletariato cinese, che già negli anni Venti dette prova di generosità e predisposizione alla lotta, regge l’urto ed istintivamente cerca ed impugna tutte le possibili armi arrivando anche ad atti terroristici che, non inquadrati in un generale piano di attacco alla struttura statale, sono solo dimostrazione di estrema disperazione.
Gli avvenimenti richiamano anche un’altra nostra tesi, cioè che il metodo democratico di inquadramento del proletariato che ben conosciamo in occidente, con tutta la sua impalcatura di istituti e provvedimenti che limitano le tensioni sociali e le loro inevitabili deflagrazioni, è un argine formidabile, di gran lunga il più efficace per limitare e sopire la lotta di classe. Questa inevitabilmente rompe gli argini quando le impalcature statali a difesa dell’economia capitalistica sono costrette, per diverse ragioni, ad usare non i raffinati metodi di convincimento e di corruzione tipici delle sviluppate economie e Stati di più vecchio impianto capitalistico, ma il rozzo “decisionismo” degli Stati di polizia che debbono assolvere ai dettami imperiosi dell’economia capitalistica e del suo mentore, il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio, facendosi forte soltanto della censura e della repressione dispiegata.
L’attacco è frontale ed il proletariato cinese, non irretito e non confuso dall’opera conciliatrice di organizzazioni sindacali collaborazioniste (i sindacati cinesi sono troppo collusi con le direzioni aziendali e con lo Stato), si batte con tutte le armi che ha, rigettando compromessi e “compatibilità”. È quello, però, che si verificherà anche nell’occidente “avanzato”, quando verrà meno intorno alla classe lavoratrice il cordone sanitario di partiti e sindacati collaborazionisti.