Un remoto senso di fastidio disturba la società borghese
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La notizia è di quelle che suscitano orrore. Poi si stemperano nel drogato “notiziario” quotidiano, che tutto macina e pareggia. Quando queste righe saranno comparse sul giornale, di sicuro sarà restato nelle coscienze soltanto un remoto senso di fastidio. Tutto nella norma del capitalismo, vien da dire. Ma la vicenda merita qualche rigo sulla stampa comunista, e non solo per l’indignazione che suscita.
Una nave stipata di fanciulli, disperati senza speranza alcuna, venduti schiavi da altri disperati per le piantagioni di cacao o di canna da zucchero dei paesi del Golfo di Guinea, naviga indisturbata da compiacenti autorità locali, che fanno finta di darle la caccia, facilmente scansando la “riprovazione” della “comunità internazionale”. Magari fossero schiavi “adulti”: non avrebbe suscitato tanto rumore.
Questo è un traffico di cui la suddetta comunità internazionale è perfettamente a conoscenza, che per qualche ragione (sicuramente ignobile) è arrivato alla notorietà di giornali e televisione, un fiorente traffico “in crescita vertiginosa”, come avverte il Comitato internazionale contro la schiavitù.
E in tanta frenesia di caccia per troncare l’odioso viaggio e salvare le povere creature, mentre il negriero al comando è conosciuto per nome e cognome ed inseguito da regolare mandato di cattura internazionale, mentre il mercante è additato al pubblico disprezzo, anch’egli con nome e cognome, la nave scompare, poi ricompare ma non è quella, bensì altra nave di disperati che non viene da nessuna parte e non va da nessuna parte. Si è mobilitato l’UNICEF, si sono messe in mezzo le mille associazioni umanitarie che temperano la cattiva coscienza di cotanta bestialità, ma la nave col suo carico disperato non si trova. Gli occhiuti Stati di occidente ed oriente con le loro telecamere orbitali, gli Stati “di diritto”, non vedono perché non vogliono vedere. Hanno fatto la loro parte con la denuncia: la coscienza nera del mondo borghese è a posto.
Per quel che ci riguarda, da questa infame vicenda tutta “dentro” al meccanismo di sfruttamento capitalistico, due brevi e fredde considerazioni fuori dal coro unanime del “non dovrà mai più succedere”.
Il sistema capitalistico di sfruttamento salariato del lavoro si è ormai imposto alla scala mondiale spazzando via ogni forma precedente di rapporto produttivo. Ma lo schiavismo sopravvive nei pori del generale lavoro “libero”, ad esso accomunato nella fase preistorica della divisione in classi della società.
Lo schema teorico è oscurato da connotazione emotive che mettono in primo piano la violazione dell’infanzia venduta al Moloch del profitto, bimbi che lavorano fino allo sfinimento ed alla morte nelle cave di pietra del Brasile, nelle miniere di Colombia, nelle tessiture d’India, nelle fabbriche del sud-est asiatico, le migliaia e migliaia di sfruttati in ogni modo a tutte le latitudini. Ma il vero orrore è la generale Legge del Profitto che impedisce oramai alla vita umana di vivere.
Il prodotto del lavoro “illegale” di quei fanciulli, infatti, una volta uscito dall’ambito in cui si giustifica in quanto “rende”, si nobilita, ritorna pulito ed onesto, e rientra tranquillamente nel giro della fisiologica produzione di merci; magari per le successive lavorazioni di operai adulti e quindi perfettamente legittimo e benedetto, concorrendo per la sua parte al sacrosanto incremento del “PIL”. Il mercato mondiale tutto lava e candeggia. Basta e avanza che ci sia profitto.
Quindi i presunti bimbi-schiavi su cui tanto oggi si piagnucola, schiavi non sono, ma salariati al grado più basso: la loro paga è il controvalore in cibo quotidiano, e non altro, visto che hanno da mantenere soltanto se medesimi, e non figli, non famiglie, pagate queste una sola volta, all’atto della vendita. Al pari dei fanciulli maciullati nelle galere capitalistiche urbane della rivoluzione industriale, nati, vissuti e morti senza un nome, proletari e lavoratori come i loro familiari, questa moderna forza lavoro dei paesi del terzo mondo sta alla base del sistema di accumulazione capitalistica, fratelli a pieno titolo dei lavoratori dell’occidente industrializzato.
Il riscatto di questi, con la rivolta della non meno infelice, intimorita e ingannata gioventù proletaria d’occidente, è, sarà, il solo mezzo per la liberazione di tutta l’umanità lavoratrice.