La natura dello Stato nella concezione comunista Pt.1
Categorie: Antifascism, Fascism, Party Doctrine
Questo articolo è stato pubblicato in:
- Comunismo 4 ()
Rapporto esposto alla riunione del settembre 1979 [RG15]
Per la concezione borghese ed opportunistica dello Stato lo spartiacque tra il moderno e l’antico è costituito dal passaggio dallo Stato assolutistico e feudale a quello democratico liberale, nel tronco del quale ci si illude di innestare “elementi di socialismo”.
Per i teorici opportunisti è maturato da tempo il passaggio teorico ad una visione dello Stato meno compatta e chiusa: ciò si fonderebbe sulle seguenti condizioni:
1) crisi della politica totale
2) parziale perdita dell’espansività dello Stato
3) crisi della riforma dello Stato
4) scoperta dello Stato come terreno diretto di contraddizioni, contro la teoria “vetero marxista” della necessità dello Stato proletario sulla base della distruzione violenta dello Stato macchina borghese. Possibilità di far leva su tali contraddizioni per dar vita ad uno Stato-aperto.
5) critica della esasperazione del valore politico del partito di classe.
Lo Stato visto come neutralizzatore dei conflitti trae origine dall’idea che di questa forma ha dato Hobbes e che sarebbe stata ripresa da Marx nel senso dello Stato come organo supremo del dominio di classe. Lo Stato sarebbe la potenza che organizza la forma dell’ineguaglianza: «Poiché si è mostrato che lo stato di eguaglianza è lo stato di guerra(bellum onmium contra onnes) e che quindi la diseguaglianza è stata introdotta col consenso di tutti, tale diseguaglianza deve essere considerata migliore, che chi ha di più è colui al quale abbiamo volontariamente dato di più» (Hobbes, De Cive). Lo Stato, nella teorica aurorale borghese, nasce dalla volontà contrattuale: la borghesia fin dalle origini giustifica la natura consensuale dello Stato, la sua base razionale. Per questo nella forma Stato di Hobbes non è ammesso conflitto politico, perché nell’idea del contratto sociale, il conflitto è sedizione.
Quanto tale teoria dello Stato sia astratta, una vera e propria robinsonata, sarà dimostrato dalla concezione marxista. Ciò non toglie che attraverso questa rivendicazione teorica si fonda lo Stato assolutistico moderno, che solo i mestatori di professione confondono con lo Stato feudale: in realtà siamo già nella fase storica nella quale la borghesia trova nella monarchia assolutistica a base contrattualistica lo strumento per crescere e farsi le ossa contro le strutture agrarie e feudali.
La logica che presiede allo Stato di Hobbes è quella dell’identità: nello Stato c’è la fine dei conflitti, la sicurezza, l’ordine, la pace sociale. Nello Stato e nella sua forza totale le contraddizioni di quella che Hegel chiamerà “società civile” si placano in virtù del patto attraverso il quale i singoli “lupi” rinunciano alla loro ferocia naturale per potere ed essere garantiti della conservazione della vita e dei beni necessari per mantenerla. Non ci meraviglia che nella fase decadente e forse mortale della forma Stato così insistente sia il richiamo a questa figura di Stato come forma suprema della convivenza civile, della sicurezza collettiva, contro i pericoli dell’anarchia e della barbarie.
Ma la scoperta che come comunisti rivendichiamo storicamente consiste proprio nella smentita della forma Stato di stampo hobbesiano. Lo Stato non è mai un’identità, ma il desiderio d’identità, non è una categoria esterna, ma una formazione storica-transitoria; lo Stato è una macchina, e, come tutte le macchine, soggette all’usura, alla corruzione. La composizione dei conflitti propri della sfera economica e sociale non si sublima, nella concezione marxista, nello Stato: trova in esso solo una sistemazione coatta in virtù della superiorità di classe della borghesia. Ma i conflitti sociali, piuttosto che essere neutralizzati da questa forza totale, vengono ulteriormente approfonditi in quanto tale forza si manifesta come parziale: la base economica della società è una fonte dinamica nella quale le classi si scontrano; l’illusione che la rappresentanza degli interessi spostata sul terreno politico possa essere composta dalla “ragione” non è che una proiezione, appunto, della “ragione borghese”.
Nel momento del dominio gli interessi di parte tendono a sublimarsi e a presentarsi come comuni a tutti, cioè appunto come forma generale della società. Ciò in parte corrisponde alla verità, ma nel senso della prevalenza teorica e pratica di determinate forze sociali, cioè in senso dinamico, non statico.
È per questo che il moderno proletariato ha in certe fasi combattuto a fianco della borghesia per la sconfitta del potere feudale: in certe fasi storiche, più che la volontà, feticcio della concezione individualistica dello Stato e della società, la risultante delle forze ha coinciso con lo Stato borghese. Il proletariato ha visto coincidere momentaneamente i suoi interessi con quelli borghesi, mai con la sua volontà dinamica e storica, la volontà del proletariato infatti non è individuale, ma di classe, espressa nella formazione storica delle sue organizzazioni autonome e distinte e culminante nel partito politico.
L’idea che il conflitto nella forma-Stato è sedizione fa coincidere, seppure in tempi diversi, la concezione hobbesiana con quella propria della borghesia morente, basti pensare alla nota formula statolatra di marca fascista “tutto nello Stato, niente fuori dello Stato, tutto attraverso lo Stato”, che poi è anche quella della attuale democrazia pluralista.
In effetti la ragione-Stato è messa in crisi dalla dinamica degli antagonismi di classe, che non sono componibili definitivamente all’interno dell’identità-neutralizzazione Stato. La dinamica della “società civile” viene ricomposta solo nella finzione giuridica dello Stato, assolutistico o democratico.
La teorizzazione dello Stato costituzionale che trova la sua consacrazione nell’esperienza inglese è solo un versante della teoria borghese dello Stato, un compromesso storico in cui si afferma una balance of power quando ormai non è più in grado di ristabilirsi il potere dello Stato feudale, affermatasi ormai inevitabilmente la realtà sociale capitalistica.
Lo sforzo costante dell’ideologia borghese è quello di presentare le fasi della dittatura, di Cromwell in Inghilterra, di Robespierre in Francia, come espressione di eccessi da addebitare ad estremisti del tempo: come sempre più si afferma la tendenza opportunista a considerare la fase del terrore proletario esercitato nella Russia rivoluzionaria, come espressione di eccessi di gruppi minoritari, i bolscevichi. In realtà non si guadagna un gran che a spiegare la storia a base di eccessi e di esagerazioni. Il terrore bianco e rosso sono stati forme specifiche del passaggio dal Medio Evo alla borghesia, dalla borghesia al potere proletario e socialista.
Lo Stato costituzionale in cui vige la divisione dei poteri è la forma di Stato delle fasi in cui la temperie degli antagonismi di classe può essere controllata dalla classe al potere attraverso il compromesso politico e la divisione delle funzioni: deve essere espressa ancora una volta la formula della balance of power che oscilla a seconda del tenore degli antagonismi di classe. Non per niente l’immagine stessa della bilancia richiama l’equilibrio di due piatti: solo se le classi si confrontano senza venire a frontale collisione è possibile che lo Stato funzioni da perno, ago della bilancia, in caso contrario c’è squilibrio, determinato storicamente, fra il potere legislativo, esecutivo e giudiziario.
Che nella fase di ascesa della borghesia sia in primo piano il valore e il peso della capacità borghese di legiferare, di affermare la propria volontà attraverso le assemblee rappresentative non è che l’espressione di una egemonia di classe giovane e creativa, che coincide di fatto con il volere del popolo. Non è casuale che nell’attuale fase di declino della “creatività” borghese, tutti ammettono il primato, o la necessità del primato dell’esecutivo, cioè del momento più pratico e prosaico dell’esercizio del potere. Non dimentichiamo del resto che le stesse forme di totalitarismo borghese moderno cercano di legittimarsi proprio affermando la necessità del rafforzamento dell’esecutivo, mantenendo formalmente in vita la magistratura legislativa, svuotandola di fatto, ma non di diritto, fino al loro compito di classe compiuto.
La crisi della funzione neutralizzatrice dello Stato consiste nel fenomeno che i teorici chiamano eufemisticamente “deformalizzazione dello Stato”.
La potenza degli antagonisti sociali (della lotta di classe, nel nostro linguaggio senza veli) fa parlare di ripresa “dell’autonomia della società civile”. È evidente per noi che questa riscoperta della “società civile” è un tentativo di mascherare la crisi dello Stato e della sua funzione tradizionale. In effetti lo Stato che si deformalizza è equivalente a Stato che è in crisi, incapace di continuare a presentarsi come Stato di tutti, fondato sul principio di identità di matrice hobbesiana.
Di fronte allo scatenarsi dei cosiddetti “corpi separati” dello Stato, che altro non sarebbero se non interessi contrastanti interni alla stessa borghesia e ai suoi commis all’interno della guida della comune macchina, e la compressione della mai completata operazione di pacificazione degli interessi economici nella forma Stato, sempre più risibile e falso suona il programma opportunista di far leva sul conflitto per, si badi bene, non far saltare definitivamente questo congegno anti-proletario, ma per portare a termine, con l’apporto della classe operaia, il disegno democratico, lo Stato di tutto il popolo mai riuscito e mai raggiunto dalle frazioni borghesi in concorrenza.
La “deformalizzazione dello Stato”, ove venga presa sul serio, non può per noi essere intesa che come conferma della natura di classe dello Stato.
La riscoperta della ricchezza e della creatività della società civile è semplicemente una regressione se non si riconosce in questa riscoperta la vitalità, seppure in fase di timida ripresa, dell’insuperabile antagonismo di classe.
Nella tradizione e nella teoria marxista non ha avuto mai diritto di cittadinanza la nozione di Stato come incarnazione del potere in senso assoluto; lo Stato è sempre visto come una espressione storica e transitoria. La stessa formula dello Stato neutralizzante le è assolutamente estranea, poiché il marxismo rivoluzionario ha sempre individuato nel potere statale l’organizzazione politica della classe dominante.
Anche quando non abbiamo difficoltà a riconoscere che “l’intervento dello Stato” nella cosiddetta società civile e nell’economia si accentua nella fase imperialistica del capitale, non modifichiamo affatto una nozione collaudata dall’esperienza storica.
Per questo smentiamo sia la interpretazione opportunista che vede nella crisi dello Stato l’occasione per inserirsi in settori di esso per trasformarlo dall’interno, o nell’accentuare la teoria dei “corpi separati” per sostenere la necessità di impegnare la forza del movimento operaio per realizzare definitivamente lo “Stato popolare e democratico” compatto e unitario, controllato dal basso; sia le interpretazioni anarcoidi e piccolo-borghesi che ingigantiscono la formazione statale fino al punto di dipingerla come un potere da un cuore misterioso e variegato, una realtà arcana e onnipresente, una potestà quasi divina.
In realtà, essendo lo Stato la macchina organizzativa della classe dei detentori dei mezzi di produzione, pubblici e privati, contro i salariati, non abbiamo mai preso in considerazione neppure la definizione di Stato totalitario, poiché la nostra visione della società che spiega i rapporti umani come fondati sulla base economica non ha mai riconosciuto allo Stato borghese la possibilità e la capacità né di neutralizzare, né di eliminare gli antagonismi di classe, anche ricorrendo alla violenza più brutale.
A maggior ragione non possiamo riconoscere lo Stato democratico di per sé capace di risolvere i conflitti sociali, per quanto si presenti come pluralista e decentrato, “diffuso” nella società civile come paciere e garante, e di essere una possibile forma di Stato capace di estinguersi per via pacifica, di sciogliersi per via indolore nell’”amministrazione delle cose”, nell’autogoverno degli uomini. Il “pluralismo” non è sinonimo di “società liberale”, ma è un tentativo di mascherare la crisi dello Stato “centralizzante” attraverso dei “concordati” tra partiti borghesi ed opportunisti, che si lottizzano il potere in un processo di contraddizioni interne allo Stato.
Noi sosteniamo nostre inconfondibili tesi sulla natura dello Stato, che non possono essere sostituite da scoperte dell’ultima ora.
A) L’ideologia borghese, prima della lotta e della vittoria finale, presenta il suo futuro Stato post-feudale non come uno Stato di classe, ma come Stato popolare, fondato sulla soppressione di ogni ineguaglianza davanti alla legge. La teoria proletaria proclama apertamente che il suo Stato avvenire sarà uno Stato di classe, cioè uno strumento maneggiato, finché le classi esisteranno, da una classe unica. Le altre saranno, in principio, non meno che di fatto, messe fuori dallo Stato e “fuori legge”. La classe operaia, pervenuta al potere, “non lo dividerà con nessuno” (Lenin).
L’ideologia democratico-opportunista s’illude di poter meglio fare ingoiare la pillola della pressione dello Stato presentendolo come Stato di tutto il popolo, come un potere che anche quando si manifesta come prepotente e brutale non è altro che quello che i “cittadini” hanno voluto con la loro libera espressione di sovranità. La teoria proletaria ripudia tutti i machiavellismi, né indora la pillola ai nemici di classe e alle mezze classi titubanti e incerte quando non riottose e inaffidabili: lo Stato è sempre Stato di classe, prima e dopo la presa del potere.
L’ideologia borghese non è stata in grado di definire, anche a livello puramente teorico, il proprio atteggiamento nei confronti della necessità del potere statale, oscillando permanentemente tra l’aspirazione liberale-anarchica di un potere negativo, e cioè inteso come male inevitabile di fronte alle prepotenze dell’assolutismo, ma pur sempre ostile alle libertà individuali e alla libera iniziativa, e l’affermazione di un potere totale e disumano, mistico e divino capace di risolvere tutti i problemi con l’autorità di una volontà anonima e impersonale. La teoria proletaria non coltiva nessuna estetica del potere, ne delinea solo gli aspetti strumentali e transitori in relazione alla realizzazione del comunismo.
B) Dopo la vittoria politica borghese si proclamarono solennemente nei diversi paesi come basi e fondamento dello Stato delle carte costituzionali o dichiarazioni di principio considerate come immutabili nel tempo, come espressione definitiva delle regole immanenti, infine scoperte, della vita sociale. Da quel momento, tutto il gioco delle forze politiche avrebbe dovuto svolgersi nel quadro invalicabile di questi statuti. (La stessa costituzione italiana vigente è definita dagli “esperti” rigida, ed ha perfino avuto la pretesa di definire “vietato” un fenomeno politico e sociale come il fascismo, in una disposizione “transitoria”, forse neanche avvedendosi della contraddizione nei termini. Ironia della storia!).
Lo Stato proletario non è affatto annunciato, durante la lotta contro il regime attuale, come una realizzazione stabile e fissa di un insieme di regole dei rapporti sociali dedotte da una ricerca ideale sulla natura dell’uomo e della società. Nel corso della sua vita, lo Stato operaio evolverà incessantemente fino ad estinguersi: la natura dell’organizzazione sociale, dell’associazione umana, cambierà in modo radicale secondo le modificazioni della tecnica e delle forze di produzione, e la natura dell’uomo si modificherà altrettanto profondamente allontanandosi sempre più da quelle del bue da lavoro e dello schiavo.
Una costituzione codificata e permanente da proclamare dopo la rivoluzione operaia è un assurdo, non può figurare nel programma comunista. Tecnicamente converrà adottare regole scritte che non avranno però nulla di intangibile e manterranno un carattere strumentale e transitorio, facendo a meno delle facezie sull’etica sociale e sul diritto naturale.
D’altronde la sanguinosa storia della controrivoluzione ha dato in proposito lezioni eloquenti: mai sono stati conculcati i riaffermati diritti costituzionali come dopo la proclamazione della costituzione russa del 1936; mai si sono consumati tanti delitti come sotto la protezione della cosiddetta “legalità socialista”.
C) La classe capitalistica vittoriosa, conquistato e perfino spezzato l’apparato feudale dello Stato non esitò ad impiegare la forza dello Stato per reprimere i tentativi controrivoluzionari di restaurazione.
Tuttavia le misure più risolutamente terroristiche furono giustificate come dirette non contro i nemici di classe del capitalismo, ma contro itraditoridel popolo, della nazione, della patria, della società civile, identificando tutti questi concetti vuoti con lo Stato medesimo, e in fondo col governo e col partito al potere.
Il proletariato vincitore, servendosi del suo Stato per schiacciare la resistenza inevitabile e disperata della borghesia (Lenin), colpirà gli antichi dominatori ed i loro ultimi partigiani ogni volta che si opporranno, nella logica della difesa dei loro interessi di classe, ai provvedimenti destinati a sradicare il privilegio economico. Quando questi elementi sociali non manterranno, di fronte all’apparato di potere, una posizione estranea, quando cercheranno di uscire dalla passività loro imposta, la forza materiale li piegherà. Ma non saranno partecipi di alcun contratto sociale, non avranno alcun dovere legale e patriottico. Veri e propri prigionieri sociali e di guerra (come del resto furono, per la borghesia giacobina, in linea di fatto, gli ex-aristocratici ed ecclesiastici) non avranno nulla da tradire, perché non sarà chiesto loro alcun ridicolo giuramento di lealtà.
Tutto questo non per evidenziare “estesticamente” la superiorità morale dello Stato proletario, ma perché nella realtà effettuale l’unico Stato aperto immaginabile e possibile è stato ed è lo “Stato proletario”. La sua “apertura” si basa sul processo storico e dialettico che dopo la presa del potere inizia la grande fase delle riforme sociali. Fermo restando il primario problema militare della sconfitta della controrivoluzione che, previsione basata sull’esperienza storica, non potrà non tentare di riprendere il potere, sotto il potere statale del proletariato si sgonfiano le contraddizioni tra forze produttive e rapporti di produzione, per cui i compiti dell’apparato statale tendono a ridursi a quelli indicati.
Non essendo l’espressione di interessi di classe che tendono a cristallizzarsi e consolidarsi attraverso la burocrazia e le forme amministrative, politiche e militari che ne conseguono, poiché il proletariato non mira a riprodurre la società divisa in classi, ma ad abolire le classi, fermo restando che lo Stato proletario metterà in atto anche la sua azione “pedagogica” e d’indirizzo ideologico, non s’illude di stabilire un patto sociale sulla base del dovere legale.
L’esperienza della controrivoluzione staliniana sta lì eloquente a dimostrare che quanto più evidente si faceva la vittoria della borghesia e della reazione bianca internazionale, tanto più lo Stato già proletario riassumeva le caratteristiche proprie dello Stato borghese: e cioè, rafforzamento della burocrazia, prevalere, sulla base del terrorismo ideologico e materiale, dello Stato sul partito comunista, reale e non solo possibile egemonia dei neppisti, tendenza all’irrigidimento e all’elefantiasi dell’apparato statale in funzione di lotta, come già nel caso dell’esperienza rivoluzionaria francese, non contro i nemici di classe, ma contro i “traditori del popolo”, della “nazione russa”, della “patria socialista”, ecc. ecc.
Come si vede, se la teoria marxista esclude il contratto sociale dopo la presa del potere, a maggior ragione respinge come estranea alla sua visione del processo rivoluzionario ogni pretesa di stabilire alleanze o unità politiche su tale base, che è democratica e illusoria, sostanzialmente idealistica e incapace di leggere i rapporti di forza alla luce della dialettica materialistica.
Lo Stato aperto proletario non illude i suoi nemici, né sarà tenero nei confronti dei tentativi reali e materiali di difendere i loro interessi di classe, ma nello stesso tempo farà sentire il suo senso di liberazione sociale non soltanto nei confronti del soggetto diretto di essa, e cioè i proletari ed i contadini poveri, ma anche nei confronti di quelle realtà sociali che per lungo periodo, specie prima della presa del potere, sono state incerte e ambigue, facile preda del più forte. Le famigerate e da noi sempre a ragione disprezzate mezze classi, se il potere proletario sarà saldo e fedele ai suoi principi, non avranno altra alternativa che la passività e l’estraneità di fronte al terrore di classe.
L’adesione allo Stato proletario non avrà bisogno di atti di lealtà formale, perché la distruzione della macchina statale borghese non permetterà che i vecchi funzionari possano adeguarsi pena un formale voltagabbana, né lo Stato proletario procederà alla messinscena di anodine “epurazioni” dall’apparato, di cui si sono dimostrati maestri gli opportunisti d’ogni clima.
La professione di questi principi non è un atteggiamento estetico che vuole esprimere “purezza ideologica”, ma la lezione pagata a duro prezzo di sangue dal proletariato internazionale, dalla Comune di Parigi all’Ottobre Rosso, ma soprattutto dalla lezione della controrivoluzione e della crisi e degenerazione della Internazionale