Il capitale mondiale verso la precipitazione della crisi
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Rapporto esposto alla riunione del maggio 1980 [RG17]
Con la inesorabile puntualità di certe catastrofi naturali periodiche ecco di nuovo che il massimo capitalismo mondiale dimostra la impossibilità della sua riproduzione indefinita: secondo le stime negli Stati Uniti la produzione industriale è già diminuita in aprile dell’1,9%, mentre la disoccupazione è cresciuta a maggio al 7,8% della forza lavoro.
La drammaticità delle prime misurazioni settoriali del fenomeno è tale da caratterizzarlo come un rallentamento velocissimo dei consumi e delle produzioni, brusco come nell’inverno 1974-75, e massimo del dopoguerra: la costruzione di case è già diminuita del 42% in aprile su base annua, la produzione di auto General Motors a maggio anch’essa del 42%, e di vetture commerciali del 73% addirittura. Contemporaneamente si restringono le vendite al dettaglio: di auto nel primo trimestre ne sono state vendute il 21% in meno, nel maggio il 33% e il 37% le vendite della produzione nazionale. La Chrysler chiude due stabilimenti il 19 maggio licenziando altri 1.560 operai e l’undici giugno sospende i pagamenti ai creditori di tutto il mondo, accusando passività per 4,4 miliardi di dollari. Già sono stati licenziati 750.000 lavoratori dall’industria auto e dall’indotto, i quali, per ora, sono mantenuti dall’assistenza statale. L’industria dell’auto americana, simbolo di un capitalismo in espansione che trova nel “benessere” il vasto mercato interno per lo sbocco delle sue merci, già segna record negativi peggiori di quelli registrati al fondo della crisi 1974-75. La siderurgia non è migliore, tanto che oggi nel settore si contano più disoccupati che nel 1933, alla fine della grande crisi dell’interguerra.
L’origine della crisi è interna al sistema capitalistico statunitense e corrisponde ad una delle cicliche fasi di sovrapproduzione relativa, come denuncia la contrazione delle vendite. Come collocazione del ciclo il momento attuale è analogo a quello della primavera del 1970 e dell’estete del 1974. La recessione non è però sopraggiunta nel 1978, ma con due anni di ritardo, due anni di forte slancio nell’accumulazione che realizzano il più lungo ciclo espansivo della storia americana, salvo i significativi precedenti del 1961-69, sostenuto e prolungato negli ultimi anni dall’affare della guerra del Viet Nam che risolve l’accenno ciclico di recessione del 1967, e del 1933-37 di ripresa dopo la lunga grande recessione e precedente la crisi attesa da Stalin e il conflitto mondiale.
Il prolungato benessere capitalistico e la pesante accumulazione di tossine inflazionistiche e di sovrapproduzione (e sovraconsumo, col sistema delle vendite a credito così diffuso in USA per esaltare artificialmente le capacità di consumo del mercato) si capovolgono nella profondità della imminente crisi recessiva.
Per la verifica della collocazione nel ciclo della attuale congiuntura americana è utile anche il confronto con la curva dell’inflazione: è sfasata in avanti rispetto alla curva della produzione. Quando la produzione entra in regressione, come oggi, l’inflazione prima trova il suo massimo del ciclo, e continua a declinare finchè dura la crisi, per accelerare di nuovo quando la produzione ha raggiunto ritmi di piena crescita. Il fenomeno nell’ultimo decennio si sta verificando per la terza volta, con ampiezze in crescendo e con conseguenze via via più sconvolgenti in tutti i paesi, di entrambi i blocchi capitalistici d’est e d’ovest e sulla classe operaia in particolare dei paesi di vecchio imperialismo e dei nascenti vigorosi industrialismi del Sud.
Si conferma quindi l’interazione fra i fenomeni dell’accumulazione e dell’aumento dei prezzi, fra i quali, nelle diverse fasi del ciclo, si scambia il verso del rapporto causa-effetto: l’intervento dirigistico statale, espressione degli interessi imperialistici delle grandi società anonime, forza artificialmente le possibilità espansive del sistema e sostiene per un certo periodo il saggio del profitto per mezzo di una crescente inflazione e enormi deficit pubblici. Al punto superiore di rottura del ciclo la sovrapproduzione reale è tale che l’accumulazione non reagisce più né alla liberazione del credito (come è il caso oggi in USA) né scontando l’inflazione, e solo il crollo della domanda impone un arresto alla crescita dei prezzi anche nella loro espressione nominale. Ed infatti sembra che già stia smorzandosi l’inflazione in America.
Si osserva come, rispetto al ciclo precedente, si collochino coerentemente gli aumenti del prezzo del petrolio, intervenuti in misura significativa nell’anno trascorso come nel 1974: l’ascesa dell’inflazione interna nei paesi industrializzati precede le decisioni dei paesi produttori di petrolio.
La decadenza dei vecchi imperialismi
C’è un altro capitalismo che è oggi in fase con quello americano ed è quello inglese: produzione industriale meno 1,5% a febbraio e 3,5% a maggio (su base annua), inflazione, da gennaio ad aprile: 18,5%, 19%, 20%, 22%, volume delle vendite al dettaglio diminuito del 3,7% ad aprile.
Ma altre meno contingenti caratteristiche sono comuni ai due capitalismi anglosassoni: l’inglese massima potenza imperialista spodestata, l’americano attuale dominatore del maggiore mercato finanziario.
La decadenza del peso economico dell’Inghilterra sulla scena mondiale degli ultimi trenta anni è, rispetto alla Germania e al Giappone, così misurata: fatto 100 il reddito pro capite inglese, nel 1950 quello tedesco era 80 e quello giapponese soltanto 20; nel 1979 nella RFT la stessa grandezza media è doppia di quella inglese e la giapponese una volta e mezza. Non sono cause storiche, sociali o economiche particolari che spiegano questo inesorabile e rapido declino del capitalismo che per primo mise a sacco, oltre la propria classe operaia, anche uno sterminato dominio coloniale. La causa reale è insita nella stessa causa del suo primo dominare: lo sviluppo tecnico della madrepatria, la concentrazione, la forza della classe operaia e il relativo aumento dei salari, la corrispondente diminuzione del saggio del profitto e la tendenza all’esportazione di capitali. Ma il rientro dei profitti non può alla lunga essere garantito soltanto dalla provenienza iniziale: qualora questi interessi all’estero, sia in paesi capitalisticamente sviluppati, sia arretrati, non siano sufficientemente difesi dall’autorità di una forza militare e politica adeguata del paese imperialista, che validamente tuteli nel mondo intero le rapine della finanza, niente alla lunga garantisce il rientro degli interessi e delle rendite, che i capitali esportati si rendano autonomi dalla madre patria o che passino sotto il controllo di altra potenza. Così per l’immenso dominio coloniale inglese, invaso da ogni parte dalla concorrenza di merci non inglesi, quando risultarono meno costose.
L’Inghilterra è il primo esempio storico di paese di vecchio capitalismo, ad altissimo grado di proletarizzazione, nel quale parallelamente alla decadenza imperialistica vanno erodendosi le possibilità di corruzione borghese di una estesa e compatta classe operaia: lì l’assurdità di un meccanismo sociale e produttivo modernissimo fa balzare agli occhi la irrazionale crudeltà di un modo di produzione che per le sue leggi proprietarie preistoriche e nell’interesse di una minoranza di inetti sfruttatori e politicanti costringe alla miseria e all’inattività la numerosa classe operaia. E non sarà certo la scoperta del petrolio del Mare del Nord a invertire questa decrepitezza sociale capitalistica, né è dimostrato che giovi all’accumulazione nemmeno all’immediato.
L’esito militare della Seconda Guerra imperialistica sancì la vittoria dei capitalismi installati su grandi territori e con bassa densità abitativa, il definitivo declino dell’inglese e il rinvio dell’emancipazione militare autonoma di Germania e Giappone. La forza segue l’economia.
Gli Stati Uniti oggi producono a costi superiori ai concorrenti del sud-est asiatico, ma anche dell’Europa. La conseguenza è che la loro parte del mercato mondiale si è contratta dal 18% del 1970 al 12% del 1979, proprio quando, per il naturale declino della domanda interna, l’America avrebbe bisogno di aprirsi al commercio mondiale (mentre nel 1968 infatti le esportazioni americane rappresentavano il 6% del prodotto nazionale lordo, nel 1979 sono l’8%).
Dimostrazione di come gli Stati Uniti si inseriscano nel ramo discendente della loro storia capitalistica sono, sul terreno commerciale, le gravi sconfitte che subiscono anche in patria per la concorrenza delle merci straniere, cosa che fa richiedere ai sindacati filo-imperialistici americani nuovi dazi protezionistici. Uno degli effetti è appunto l’attuale crisi dell’industria automobilistica, attaccata in patria in particolare dai giapponesi, i quali dimostrano nel settore costi di produzione molto più bassi e giovanile vitalità capitalistica nello sfruttare il proletariato. Altro settore in declino è quello siderurgico che, nonostante la ripresa, non ha mai recuperato i massimi produttivi del 1973 ed è intorno ai volumi già raggiunti 15 anni fa.
È la stessa decadenza imperiale che minaccia l’autorità della moneta americana sui mercati mondiali e che nel corso dell’ultimo decennio ha dovuto in gran parte restituire all’oro, nonostante l’attiva opposizione degli organi monetari e diplomatici americani, il ruolo di moneta di riserva.
Precaria sfasatura degli altri capitalismi
Al di fuori di USA e Gran Bretagna i misuratori globali della crescita economica indicano, per il momento, una notevole tensione delle forze produttive: addirittura per l’Italia e Giappone l’industria accumulerebbe a più del 10% annuo. Dopo la fase di rallentamento congiunturale per la quale sono passate le principali economie fra l’autunno 1977 e l’estate 1978 la ripresa è stata notevole e continua, specialmente per Giappone, Germania e Italia. Parallelamente è presa a risalire la febbre inflazionistica, come prevedibile, nel corso del 1979, puntando nettamente a valori molto alti (21% in Italia e Inghilterra, 15% USA e Francia).
Ma il presente slancio dell’economia non può non risentire della drastica caduta americana e già emergono evidenti segni di stanchezza dei mercati. Nel settore dell’auto la crisi ha dimensioni mondiali, dovuta anche alla saturazione (per fortuna!) dei mercati occidentali, già diminuiscono le immatricolazioni in Francia (del 23,5% in maggio) e nella R.F.T., ove la Opel intraprende il licenziamento di 5.300 operai. Secondo i dati provvisori il tasso di crescita annuo della produzione industriale è sceso negli ultimi mesi da 5 a 4% in Germania, dal 12,5 all’11,5 e al 10,5% in Giappone, mentre la disoccupazione sale da 3,6 a 3,7% sempre in Germania, nonostante che il settore auto e minerario intendano richiamare ancora emigrati, e dal’1,9 al 2,05% in Giappone. Le prossime settimane confermeranno queste indicazioni di inversione di tendenza e la svolta forse verso un’altra contemporanea precipitazione critica di tutto l’imperialismo mondiale.
I capitalismi dell’est, del resto, sulla strada della recessione già stanno precedendo le potenze occidentali: per la prima volta in tutta la sua storia la Russia denuncia nel 1979 un forte regresso nella produzione siderurgica. Del resto la caduta di produttività del sistema capitalistico russo si accentua nel corso dell’ultimo decennio, progressivamente passando da ritmi di accrescimento intorno al 9% al minore 4%, ritmo quasi “occidentale”. In Polonia invece nel corso del piano quinquennale 1976-80 l’economia è previsto regredisca del 2%.
La guerra commerciale
Il mercato mondiale sull’orlo della sovrapproduzione mostra notevoli evoluzioni nei traffici, risultato della guerra commerciale, mentre tendono a invertirsi di segno i surplus delle bilance commerciali. L’enorme attivo del Giappone di 25 miliardi di dollari nel 1978 è ormai divenuto un passivo, mentre la R.F.T. vede nel giro di un anno dimezzare le sue eccedenze. Per il 1980 per i due paesi sono previsti passivi di 15 miliardi di dollari. Queste sono dirette conseguenze dell’espansione capitalistica in quei paesi, in un mondo che offre un mercato relativamente sempre più ristretto. Mentre permane l’enorme deficit commerciale americano, sorgente di inflazione mondiale, peggiora la posizione di Italia e Francia, prive di petrolio, mentre negli ultimi mesi diminuisce il passivo inglese per il merito della recessione e del petrolio nazionale.
Nel complesso dei sette paesi più industrializzati nell’ultimo anno è raddoppiato il disavanzo, in parte a causa dell’aumento del prezzo delle materie prime energetiche. Né per il futuro è prevedibile un più compatto fronte dei paesi capitalistici consumatori contrapposto al monopolio dell’offerta: infatti oltre alle generali necessità di concorrenza reciproca i paesi occidentali nei confronti del problema energetico si trovano divisi nettamente al loro interno fra detentori di risorse energetiche sul territorio nazionale e chi invece ne è privo: Stati Uniti e URSS fra i primi, con Gran Bretagna e Germania, ricca di carbone.
Intanto il capitalismo giapponese comincia a dimostrare in tutti i campi il proprio ruolo di predone imperialista di dimensioni mondiali: come previsto i vinti dell’ultima guerra stanno recuperando il loro posto come potenza industriale e commerciale. Carter implora il Giappone perché esporti i suoi capitali in USA per riassorbire parte dei disoccupati del settore auto; intanto le auto giapponesi si sono guadagnate l’8% del mercato interno tedesco, cacciandone italiani e inglesi. A soffrirne sono anche le industrie tedesche, ma contando queste di vincere la concorrenza extracontinentale insieme al Giappone sui giovani mercati dell’America Latina, d’Africa e d’Asia e nei paesi dell’est, la linea di politica commerciale tedesca punta tutto sulla libertà degli scambi. A farne le spese sono e saranno maggiormente in futuro le minori industrie d’Europa, italiana e inglese in particolare, e le imprese di minori dimensioni e produttività, destinate ad essere assorbite in gigantesche concentrazioni (come del resto sta avvenendo anche in altri settori di forte concorrenza, come l’elettronica).
Se torna a crescere il deficit bilaterale USA-Giappone (quest’ultimo essendo costretto ad esportare i propri manufatti per pagare il rincarato petrolio) l’America è spinta ad esportare in Europa l’eccedenza di merci, mettendo qua in crisi le industrie delle fibre e dell’acciaio.
In questo convulso decrepito capitalismo che sopravvive a sé stesso la soluzione della crisi attuale è affidata esclusivamente alla concorrenza fra capitali, come la stessa concorrenza ha prodotto la crisi. La ripresa del ciclo si avrà soltanto dopo la distruzione delle merci e dei capitali sovraprodotti, se questo avverrà con i metodi “pacifici” della crisi generale e della disoccupazione in massa o con i metodi militari della guerra combattuta, più adeguati alla nuova spartizione delle zone di influenza, dipende da altre circostanze, fra le quali la necessità di dare libero sfogo alle produzioni dell’industria bellica, oggi in grande sviluppo in tutti i paesi (anche in quelli ufficialmente senza esercito come Germania e Giappone!).
La partita al massacro si gioca sulla pelle del proletariato, il cui grado di sfruttamento è principale fattore della vittoria (invidiano i capitalisti occidentali il paradiso giapponese ove i proletari lavorano 2.300 ore effettive l’anno) in una assurda guerra mondiale fra paesi e fra aziende, solo perché le classi nulla facenti possano decidere come spartirsi l’immenso bottino. Nulla di progressivo ha ormai questa frenetica concorrenza mondiale, a niente serve se non allo spreco immenso di energie lavorative, a provocare sofferenze incalcolabili all’umanità oppressa e ostacolare il progresso delle conoscenze tecniche e scientifiche, altrimenti concordemente utilizzabili da una comunistica società mondiale.