Partito Comunista Internazionale

La Quistione Trotzky Pt.1

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Amedeo Bordiga scrisse per L’Unità che lo pubblicò nel Luglio 1925 uno studio sulla discussione allora in corso nel partito russo. Riteniamo indispensabile ripubblicare questo importantissimo articolo che contiene gli elementi fondamentali per la comprensione dei problemi di attualità per il proletariato internazionale.

La discussione conclusa recentemente colle note misure adottate dal C. E. e dalla Commissione di controllo del Partito comunista russo contro il compagno Trotsky è stata originata esclusivamente dalla prefazione scritta da Trotsky al terzo volume della sua opera «1917» pubblicato in russo pochi mesi or sono, prefazione datata 15 settembre 1924.

La discussione sulla politica economica russa e sulla vita interna di partito, che prima aveva opposto Trotsky al C. C. di esso, era chiusa colle decisioni del XIII Congresso del partito e del V Congresso mondiale, e Trotsky non l’ha riaperta. Si accenna nella attuale polemica ad altri testi, come il discorso al Congresso dei veterinari, e l’opuscolo «Su Lenin», ma il primo data dal 28 luglio, epoca in cui erano a Mosca ancora le delegazioni al V Congresso e non sollevò polemiche, il secondo è stato scritto ancor prima e largamente citato dalla stampa comunista di tutti i paesi, senza che nessuna eccezione fosse sollevata dagli organi di partito.

Il testo della prefazione su cui verte il dibattito non è noto ai compagni italiani. La stampa comunista internazionale non lo ha ricevuto, e per conseguenza non avendo Trotsky nè altro scritto ulteriormente a sostegno di quelle tesi, ha pubblicato soltanto scritti confutanti la prefazione stessa. Quello che ha aperta la polemica contro Trotsky, ossia lo articolo della redazione della «Pravda» degli ultimi di ottobre, è stato pubblicato in appendice dall’«Unità». Quanto alla prefazione medesima, in italiano, ne è apparso un riassunto sulla «Critica fascista» N. 2 e 3 del 15-1 e 1-2 di quest’anno, e le prime pagine sono state riportate dall’«Avanti!» del 30 gennaio. In francese la prefazione intera è stata pubblicata nei «Cahiers du Bulchèvisme», rivista del P. C. francese, nei N.5 e 6 del 19 e 26-12-1924.

La prefazione a «1917» tratta degli insegnamenti della rivoluzione russa di ottobre dal punto di vista della corrispondenza del partito rivoluzionario al compito storico della lotta finale per la conquista del potere. Recenti avvenimenti della politica internazionale hanno posto questo problema: realizzandosi le condizioni oggettive storiche per la conquista del potere da parte del proletariato ossia instabilità del regime dell’apparecchio statale borghese, spinta delle masse verso la lotta, orientamento di larghi strati proletari verso il Partito comunista, come garantirci che questo risponda alle necessità della battaglia, così come rispose il partito russo nell’ottobre 1917, sotto la guida di Lenin?

Trotsky presenta questa quistione nel modo seguente. L’esperienza ci insegna che nel momento della lotta suprema in seno al Partito comunista si può manifestare la tendenza al formarsi di due correnti: una che intende la possibilità della insurrezione armata e la necessità di non ritardarla, l’altra che all’ultimo momento, sotto il pretesto che la situazione non è matura e che il rapporto delle forze tra noi e l’avversario non ci è favorevole, sostiene il rinvio dell’azione, e prende praticamente una posizione non rivoluzionaria e menscevica.

Nel 1923 questa tendenza ha avuto il sopravvento in Bulgaria, all’epoca del colpo di Zankof, e in Germania in ottobre, determinando la desistenza dalla lotta che poteva arrecarci il successo. Nel 1917 essa si manifestò in seno allo stesso partito bolscevico, e se fu battuta si deve a Lenin, la cui formidabile energia impose ai riluttanti il riconoscimento della situazione rivoluzionaria e l’ordine supremo di sferrare l’azione insurrezionale. Occorre dunque studiare il contegno, nel 1917, della opposizione di destra contro Lenin nel partito bolscevico, e raffrontarlo con quello degli avversari della lotta sorti tra le nostre file in Germania nel 1923 e nei casi analoghi.

Il linguaggio dei fautori del rinvio della lotta e la loro attitudine politica collima talmente nei due casi da porre la quistione delle misure da prendere, nella Internazionale, perché prevalga nei momenti decisivi il vero metodo leninista, e non siano eluse le possibilità storiche della rivoluzione.

La conclusione più importante che emerge, a nostro parere, dalla efficace analisi cui Trotsky sottopone la preparazione e la effettuazione della lotta di ottobre in Russia, è che la riluttanza della destra non si presenta solo come un errore nella valutazione delle forze e nella scelta del momento della azione, ma come una vera incomprensione di principio del processo storico rivoluzionario, e come la proposta che questo prenda uno sbocco diverso da quello della dittatura del proletariato per la costruzione del socialismo, in cui sta il contenuto vitale del marxismo rivoluzionario rivendicato e realizzato nella storia dall’opera di gigante di Lenin.

Ed infatti il gruppo dei compagni dirigenti del partito bolscevico che allora si oppose a Lenin non sosteneva soltanto che si doveva ancora attendere, ma contrapponeva alle parole programmatiche leniniste: dittatura socialista del proletariato, tutto il potere ai Soviet, scioglimento dell’Assemblea Costituente, altre formole, come una combinazione dei Soviet e di un Parlamento democratico, il governo di tutti i partiti soviettisti, ossia d’una coalizione di comunisti e socialdemocratici, e ciò non come espedienti tattici di transizione ma come forme permanenti della rivoluzione russa. Si urtavano dunque due concezioni di principio: la dittatura soviettista retta dal Partito comunista, ossia la rivoluzione proletaria in tutto la sua potente originalità, come fatto storico dialetticamente «opposto» alla rivoluzione democratica borghese di Kerensky, che è il concetto leninista; e la spinta a sinistra, il completamento, la difesa dallo straniero, della rivoluzione del «popolo» contro lo zarismo, ossia del successo della borghesia e della piccola borghesia.

Sottilmente nota Trotsky, sintetizzatore magnifico e senza pari tra i viventi, di esperienze e verità rivoluzionarie, che nel periodo rivoluzionario i riformisti si spostano dal terreno del socialismo «formale» ossia della vittoria della classe proletaria ottenuta coi metodi democratici e legali borghesi, al puro terreno della democrazia borghese, diventando i paladini e gli agenti diretti del capitalismo.

Parallelamente un’ala destra del partito rivoluzionario va di fatto ad occupare il posto lasciato libero da costoro, riducendo la propria funzione a quella di invocare una «vera democrazia proletaria» o qualcosa di simile, quando è il momento di proclamare il fallimento di tutte le democrazie e muovere alla lotta armata.

Questa valutazione della attitudine di quei bolscevichi che non furono allora con Lenin è indubbiamente grave, ma essa emerge dalla esposizione di Trotsky attraverso citazioni documentate -non smentite- delle dichiarazioni dei destri medesimi e di Lenin in risposta ad essi.

La necessità di sollevare questo problema risulta poi dal fatto che non abbiamo più Lenin, e che senza di lui abbiamo perduto il nostro ottobre di Berlino: fatto di portata storica internazionale che spezza ogni considerazione di opportunità e di quieto vivere interno. Trotsky vede questo problema in modo analogo a quanto la sinistra della delegazione italiana sosteneva al V Congresso: l’errore tedesco non può essere liquidato riversandolo sui destri che allora dirigevano il partito germanico, ma esige la revisione della tattica «internazionale» dell’Internazionale e la verificazione del suo modo interno di organizzarsi di lavorare e di prepararsi ai compiti della rivoluzione.

Il dissidio nel partito bolscevico alla vigilia della rivoluzione può seguirsi come una serie di vigorosi interventi di Lenin per rettificare la linea ed eliminare le esitazioni. Già nelle sue lettere dalla Svizzera Lenin aveva iniziata questa sua opera. Al suo arrivo egli si pone decisamente contro il «difesismo», оssia la attitudine tenuta, tra l’altro, dalla «Pravda», che spronava i lavoratori alla guerra contro i tedeschi per salvare la rivoluzione. Lenin stabiliva che noi avremo una rivoluzione da difendere quando al governo non saranno gli opportunisti agenti della borghesia, ma il partito del proletariato.

E’ noto che la «parola d’ordine» del partito bolscevico era stata fino allora quella della «Dittatura democratica del proletariato e dei contadini». Nel suo scritto Trotsky non pretende affatto che questa formola fosse sbagliata, che essa fallì storicamente, e che Lenin la sostituì con una formola equivalente alla «Rivoluzione permanente» sostenuta da Trotsky e dai suoi amici in altri tempi. Ben al contrario Trotsky rivendica la giustezza di quella formola come la concepiva e adoperava il genio rivoluzionario di Lenin, ossia come parola tattica e di agitazione da adoperare prima della caduta dello zarismo, e che difatti si realizzò in quanto dopo lo zar non si ebbe in Russia una pura democrazia parlamentare borghese, ma un dualismo tra un debole Stato borghese parlamentare e i nascenti organi del potere proletario e contadino, i Soviet. Ma appena apertasi questa fase in cui la storia ha confermato la giustezza dello «schema» leninista e bolscevico della rivoluzione, Lenin si porta subito -come orientamento della politica del partito se non come successione esterna delle formole di propaganda- sulla posizione più avanzata di allestire la seconda e la vera rivoluzione, di andare con la insurrezione armata alla dittatura socialista e soviettista del proletariato, si intende guidatore sempre delle falangi dei contadini in lotta per la loro emancipazione dal regime agrario feudale.

Trotsky scolpisce il problema della incomprensione del vero genio strategico di Lenin da parte di quelli che, come tra i tanti nostrani massimalisti, invocano ad ogni piè sospinto la sua teoria e la sua pratica sul compromesso e sulla elasticità di manovra. Lenin manovra, ma la manovra non fallisce mai la visione dell’obiettivo supremo. Per altri, troppo spesso la manovra diviene fine a sé stessa e paralizza la possibilità della conversione rivoluzionaria, attraverso cui vediamo in Lenin la «souplesse» cedere il posto alla più implacabile rigidità nel volere la rivoluzione, nello sterminare i nemici e i sabotatori.

Lenin stesso, con passi citati da Trotsky, stigmatizza questa incapacità ad adattarsi alle nuove situazioni rivoluzionarie, e lo scambiare una formola di polemica indispensabile nell’epoca precedente ai bolscevichi, con un «non plus ultra» per la loro politica ulteriore. Sta tutta qui la grande quistione della tattica comunista e dei suoi pericoli di cui discutiamo da anni, a parte le conclusioni che si possono raggiungere con l’obiettivo di ovviare a questo dannoso «escamotage» del vero contenuto rivoluzionario degli insegnamenti di Lenin.

Trotsky espone come per Lenin sia sempre stato chiaro che la rivoluzione russa, anche prima dell’avvento del socialismo in Occidente, passando per la fase transitoria della Dittatura democratica ossia per una fase piccolo-borghese, doveva arrivare alla fase della dittatura integrale comunista.

I destri, col preconizzare un governo di coalizione operaia e deprecare la lotta insurrezionale, mostravano di far propria la posizione menscevica, secondo cui la Russia, anche liberata dallo zarismo, doveva attendere che la rivoluzione socialista trionfasse negli altri paesi, prima di scavalcare anche le forme della democrazia borghese.

La prefazione di Trotsky bolla energicamente questo errore, veramente caratteristico dell’antileninismo.

Questi problemi furono energicamente dibattuti dal partito nella conferenza di aprile 1917. Da allora Lenin non cessa di ribadire potentemente l’idea della presa del potere. Egli batte in breccia l’inganno parlamentarista, chiama «vergognosa» più tardi la decisione del Partito di partecipare al Pre-parlamento, assemblea democratica provvisoria che si convoca in attesa della elezione della Costituente. Fin dal luglio egli, pure seguendo col massimo di attenzione la evoluzione dell’orientamento delle masse e sapendo imporsi un periodo di attesa dopo l’«assaggio» e ricognizione della insurrezione fallita in quel mese, pone in guardia i compagni contro gli stessi inganni della «legalità soviettista». Egli cioè dice che non bisogna legarsi le mani rimandando la lotta, non solo alla convocazione della Costituente, ma altre sì a quella del II Congresso dei Soviet, e alle decisioni della maggioranza di questi, che potrà ancora restare agli opportunisti, dopo che l’ora di rovesciare colle armi il governo democratico sarà già scoccata.

Egli disse in un certo momento, è noto, che avrebbe portato il Partito al potere anche senza i Soviet: tanto che alcuno dei destri lo chiamò blanquista per questo. E Trotsky (su cui vorrebbero puntare i campioni imbecilli della democrazia contro la tesi dittatoriale bolscevica) avverte ancora una volta i compagni europei, che nemmeno dei Soviet ci dobbiamo fare un feticismo maggioritario: il nostro grande elettore è il fucile nelle mani dell’operaio insorto che non pensa a deporre le schede ma a colpire il nemico.

Ciò non esclude il concetto leninista sulla necessità di avere con noi le masse, e la impossibilità di sostituire all’azione rivoluzionaria di esse quella di un pugno di uomini risoluti.

Ma, avute le masse, e qui sta l’argomento in discussione, occorre un partito e uno Stato maggiore che non frappongano tra esso e la lotta diversivi e tergiversazioni.

«Possiamo aspettare le masse, e lo possiamo, ma il partito non potrà, pena la disfatta, farsi aspettare da esse»: ecco una maniera di formulare il tremendo problema, che essendo la borghesia mondiale ancora in piedi in mezzo alla sua crisi, pesa su tutti noi.

Il 10 di Ottobre del 1917 il C. C. del partito bolscevico delibera la insurrezione. Lenin ha vinto.

Amadeo Bordiga