[RG-29] La base economica del conflitto algerino Pt.2
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Aspetti esplosivi dell’agricoltura
Si è visto dalle statistiche già citate di fonte francese che: 1) la proprietà indivisa (comunitaria) delle tribù è stata sempre più sostituita nelle zone agricole dalla proprietà privata: 2) il tipo di conduzione agricola capitalistico domina sul tipo tradizionale mussulmano.
Non basta. La popolazione europea che vive dell’agricoltura, compresa la popolazione non attiva, era nel 1954 di 93.000 persone (attivi 45.000), mentre risultava di 221.230 nel 1911 e nel 1948 di 123.000, cosicché, se al principio del secolo rappresentava 1/3 della popolazione europea complessiva, oggi non ne è più che il decimo; ma in sessant’anni la proprietà europea è aumentata di oltre il 50%, passando da 1.846.000 a 2.726.000 ha., e ha così raggiunto il massimo di estensione e concentrazione, avendo occupato il massimo di terre atte al suo modo di produzione e compresso fino ai limiti del possibile l’agricoltura arcaica mussulmana. Le terre migliori del litorale, coltivate a viti, agrumi, prodotti ortofrutticoli, e tutte le colture industriali (alfa, sughero, ecc.), sono in mano ad europei.
Parallelamente all’ estensione e concentrazione della proprietà capitalistica, sono stati spettacolosi gli sviluppi della meccanizzazione dell’agricoltura. Fra il 1939 e il 1955, il numero delle mietitrici-trebbiatrici è aumentato di oltre 7 volte: do 500 nel 1939 a 3.730 nel 1955.
Quello dei trattori è cresciuto di quasi 4 volte, cioè da 5.600 a 20.508 nello stesso periodo.
Questa situazione si ripercuote sulla manodopera agricola. L’arcaico khamessat (colonia parziaria a 1/5) tende rapidamente a scomparire senza che la manodopera salariata aumenti di altrettanto. Nel 1951, il numero dei lavoratori agricoli permanenti era di 171.232, di cui 8.000 europei; nel 1954, era di 112.000, mentre i non-permanenti raggiungevano i 459.000, Nessuno dei diversi piani per l’avvenire prevede un aumento della manodopera agricola.
Paragonando la produzione del 1911, del 1938 e del 1953 nei settori base dell’alimentazione, si constata che essa è diminuita notevolmente per testa di abitanti. Poiché ci interessa la produzione globale, non distinguiamo qui fra produzione europea e produzione mussulmana: della partecipazione effettiva dei due gruppi al consumo globale sarà possibile farsi un’idea riferendosi all’ammontare dei redditi delle diverse categorie sociali riportati in una successiva tabella.
Vediamo dunque l’andamento della produzione per testa:
| PRODUZIONE IN KG PER ABITANTE | |||||||
| Anno | Grano (duro e tenero) | Orzo | Patate | Legumi | Mais | Olio d’oliva (hl) | Datteri |
| 1911 | 163,0 | 174,0 | 7,3 | 7,0 | 2,5 | 2,4 | 7,0 |
| 1938 | 132,0 | 99,8 | 10,58 | 4,6 | 3,2 | 2,0 | 10,7 |
| 1953 | 119,2 | 83,0 | 25,8 | 6,0 | 1,3 | 3,0 | 12,2 |
Analoghi risultati si ottengono nelle statistiche riguardanti l’allevamento, dove la decadenza colpisce non solo il rapporto fra numero di bestie per abitanti, ma anche il patrimonio zootecnico assoluto (salvo, fra il 1938 e il 1953 una leggera ripresa degli ovini).
| NUMERO DI BESTIE PER MILLE ABITANTI | |||
| Anno | Bovini | Ovini | Caprini |
| 1911 | 200 | 110 | 91 |
| 1938 | 1533 | 824 | 631 |
| 1953 | 694 | 378 | 339 |
La decadenza dell’agricoltura è, come si sa, un fenomeno tipico dell’economia capitalistica, aggravata qui dal forte tasso di incremento demografico della popolazione algerina (oggi calcolato al 28 per mille, tre volte quello degli europei in Algeria).
Si aggiunga che le prospettive di miglioramento qualitativo del suolo sono ormai nulle: il limite estremo non solo è stato raggiunto, ma, secondo R. Dumont, «ogni giorno che passa l’Algeria ha in media 100 ettari di terre in meno». È vero che, dal 1926, è in atto un piano di costruzione di sbarramenti più adatti alle condizioni naturali, ma la politica dei grandi sbarramenti-serbatoi trova un freno nella «terribile minaccia dell’invasamento» (R. Gendarme, «L’économie de l’Algérie», 1959), giacché nel periodo di 50 anni in cui si calcola che una opera di sbarramento sia ammortizzata essa è pure soggetta ad insabbiarsi e la terra perde di qualità in modo probabilmente irrimediabile in un’economia mercantile. Nessuna speranza, dunque, di guadagnare terre nuove agli indigeni, o agli europei.
Classi sociali e interessi di classe
La tabella che segue, basata su uno studio pubblicato recentemente dal Club Jean Moulin («Les perspectives d’emploi des Européens en Algérie»), dà sia la struttura delle diverse classi in presenza, sia le differenze di reddito tra europei e mussulmani all’interno di ogni categoria e tra «madrepatria» e colonia:
| Gruppi sociali | Famiglie | Popolaz. totale | in % del totale | Redd. indiv. In frs. | Rapp. con la Francia |
| 1. – Conduttori agricoli ricchi e dirigenti del commercio e dell’industria: | |||||
| Europei | 10.000 | 30.000 | 3 | 1.215.000 | 5 volte |
| Mussulmani | 4.000 | 21.000 | 0,25 | 434 | 1,8 volte |
| 2. – Quadri amministrativi e tecnici, commercianti. medi e agiati, liberi professionisti: | |||||
| Europei | 77.000 | 277.000 | 26,6 | 365.000 | 1,5 volte |
| Mussulmani | 25.000 | 133.000 | 1,5 | 226.000 | 0,9 volte |
| 3. – Salariati permanenti dell’industria, del commercio e dell’amministrazione, piccoli e medi commercianti: | |||||
| Europei | 168.000 | 638.000 | 61,3 | 119.000 | 0,5 volte |
| Mussulmani | 225.000 | 1.193.000 | 14,2 | 75.700 | 0,3 volte |
| 4. – Operai agricoli permanenti, e non-agricoli a impiego irregolare, disoccupati, casalinghe, piccoli commercianti: | |||||
| Europei | 25.000 | 95.000 | 9,1 | 57.900 | 0,25 volte |
| Mussulmani | 310.000 | 1.653.000 | 19,6 | 34.600 | 0,14 volte |
| 5. – Conduttori agricoli su piccole aree, giornalieri agricoli, lavoratori stagionali, famiglie di lavoratori in Francia: | |||||
| Nessun europeo | – | – | – | – | – |
| Mussulmani | 996.000 | 5.400.000 | 64,2 | 24.500 | 0,1 volte |
Basta uno sguardo alla tabella per dimostrare che l’Algeria presenta le caratteristiche di una economia coloniale, ed è percorsa da violentissime tensioni sociali, facilmente rilevabili dall’enorme scarto fra i redditi delle diverse categorie. Le categorie privilegiate della colonia, e le loro controparti o appendici indigene, sono ultra-ricche; a volte, anzi, più ricche che le categorie corrispondenti in Francia (cfr. i numeri 1 e 2 del quadro).
I loro interessi sono comuni: solo quella che può essere considerata come la «borghesia algerina» – soprattutto i capitalisti fondiari mussulmani – potrebbe avere un interesse anche all’indipendenza nazionale, per la cui causa si è schierato, perlopiù, molto tardi. Ma essa è spaventata dalla massa enorme degli espropriati e del proletariato agricolo e industriale e dai problemi che un ritorno alla calma e allo sviluppo economico solleva (specialmente l’impossibilità di rendere sedentari gli espropriati: riforma agraria). Di qui la sua tendenza al compromesso e al blocco col resto della sua classe, anche se francese, come è avvenuto in Tunisia e un po’ meno nel Marocco, malgrado i suoi «sentimenti nazionali».
Come è confermato dai numeri 3, 4 e 5 – sebbene il quadro, di fonte borghese, sia piuttosto confuso nelle delimitazioni di classe, cosicché si possono trovare unite sotto lo stesso titolo categorie e sottocategorie sociali diverse, proletarie e non-proletarie (piccolissimi commercianti, ambulanti, ecc.) -, esiste in Algeria un terreno favorevole alla rivoluzione doppia, in cui si profila un proletariato che si metta alla testa della massa contadina miserabile – la cui estrema povertà e documentata da un reddito medio di frs. 24.500 allora! e cerchi d’imporre la propria soluzione. È in questi paesi che la Rivoluzione russa ebbe naturalmente una ripercussione formidabile nel 1919-27; le masse l’avevano capito; possano capire in futuro che la Russia di Krusciov non ne è la erede!
In fondo alla tabella troviamo (categoria 5) i soli indigeni, quelli che il marxismo considera ancor più miserabili ed oppressi del proletariato: il reddito medio, qui calcolato nel 1954 a 24.500 frs. si ritiene oggi caduto a 17.000 (Moch).
La situazione di questa categoria è stata così giudicata dagli economisti borghesi: «Supponendo che l’impiego medio di un agricoltore sia di 200 giorni all’anno, almeno 700.000 agricoltori mussulmani e rispettive famiglie (circa 3.500.000 persone), cioè il 45% degli effettivi rurali al giorno d’oggi, potrebbero ritirarsi dall’agricoltura senza che la produzione diminuisca». Le masse ritirate dal lavoro agricolo per riempire i «campi di raccolta» (in cui sarebbero concentrati da 1,5 a 2 milioni di mussulmani) non assorbono che la metà della popolazione eccedente.
Come si vede ai numeri 3 e 4 della tabella, il problema nazionale e coloniale tocca direttamente il proletariato. I mussulmani espropriati affluiscono nelle «bidonvilles» e fanno concorrenza agli operai europei che sono privilegiati in quanto godono di diritti negati agli altri (assunzione al 100-90%, reddito assicurato in tempo di crisi); la concorrenza fra i lavoratori e l’immenso esercito di riserva causato dalle espropriazioni ad opera della classe capitalistica fondiaria a favore dei compari capitalisti dell’industria, sia in Francia che in Algeria, inasprisce a sua volta il conflitto fra le due «comunità di operai» e rigetta gli europei nel campo dei colonialisti, perché l’antagonismo cresce col crescere della concorrenza stessa. Così, ogni europeo, sia pure un lavoratore, si presenta in linea di principio come un colonialista, perché la società europea nella sua totalità opprime l’indigeno. Questo il ruolo del fattore di razza e nazione nel gioco degli antagonismi di classe in Algeria: ed è un ruolo sociale, come spiegava Marx a proposito dell’Irlanda, la «prima colonia» dell’Inghilterra.
Vediamo i fatti in Algeria: nel 1954, mentre la disoccupazione infuriava tra i mussulmani, e il pieno impiego regnava fra gli europei, di fronte a 65.120 impiegati europei si trovavano 15.190 mussulmani; di fronte a 51.650 operai qualificati europei, 49.830 mussulmani; di fronte a 7.200 manovali europei, 141.130 mussulmani; di fronte a 33.890 domestici e personale di servizio non-mussulmani, 47.000 mussulmani. Ma dietro questi concorrenti mussulmani si profilavano più di 200.000 disoccupati e semidisoccupati delle bidonvilles e del bled, da cui masse enormi di senza-lavoro si rovesciavano senza tregua nei centri urbani. Di recente, i mussulmani hanno superato in numero gli europei in tutte le città ad eccezione di Algeri, dove il rapporto è di 43 a 57: eppure, il 90,8% degli europei abita nelle città contro il 19% dei mussulmani. Il fenomeno dell’urbanesimo ci fornisce l’indice sicuro del ritmo dell’espropriazione; ed è impressionante:
| Popolaz. Urbana (A) | Popolaz. Rurale (B) | Rapporto fra (A) e popol. algerina | |
| 1900….. | 316.000 | 3.700.000? | 0,077 |
| 1930….. | 590.000 | 4.900.000? | 0,120 |
| Tasso d’aumento in rapporto al 1900 | + 90% | + 32%? | — |
| 1959….. | 2.100.000 | 6.700.000? | 0,235 |
| Tasso d’aumento in rapporto al 1930 | + 260% | + 36% | — |
Cortina di ferro contro la Francia
Si è analizzato finora lo sviluppo dell’agricoltura, che è il dato fondamentale dell’Algeria, giacché le principali industrie algerine sono estrattive, e quindi anch’esse legate al suolo (Marx, infatti, le includeva nell’agricoltura). Passiamo ora all’analisi dell’economia globale, indicando l’importanza di ogni settore produttivo rispetto all’insieme degli altri.
Nel 1954, la produzione bruta complessiva dell’Algeria ammontava in valore a 591,1 miliardi di franchi, così ripartiti:
1) Agricoltura, allevamento, foreste e pesca: 197,6 miliardi, pari al 33,4% del totale (in Francia, 30%).
2) Trasporti, commercio, servizi diversi: 230 miliardi, cioè il 39,2% (in Francia, 30%).
3) industria (compresi energia, miniere, edilizia, lavori pubblici): 163,5 miliardi, cioè il 27,4%, contro il 50% in Francia.
Analizzando comparativamente i diversi settori, distinguiamo:
Nell’agricoltura:
1) produzione vegetale, rappresentante il 43,5% del settore, suddivisa in:
cereali (frumento, orzo, avena, mais, riso, sorgo), 37%;
vino (non consumato dai mussulmani), 35%;
frutti (agrumi, olive, datteri, fichi, uva da tavola ecc.), 14%;
ortaggi (patate, pomodori, legumi secchi ecc.), 12%;
2) colture industriali, rappresentanti il 26.5% del totale, suddivise in:
tabacco, 73,5%,
cotone, lino, barbabietole da zucchero, 26,5%;
3) produzione animale, rappresentante il 25% della produzione agricola:
carne, 42%,
prodotti lattieri, 34%,
pollame 15%, lane e pelli 9%;
4) produzione forestale, rappresentante il 4% dell’insieme della produzione agricola (alfa, crine vegetale, sughero, ecc.).
Gli altri due settori (trasporti, commercio, industria) si suddividono in industria alimentare (compresi fiammiferi, tabacchi e saponi), 39,5%; lavori pubblici e edilizia, 23%; miniere, elettricità, gas e petroli, 12,75%; produzione e trasformazione metalli (comprese manutenzione e riparazione), 12%; materiali da costruzione, ceramiche, vetrerie, 4,75%; tessili, 4,5%; industria chimica e caucciù, 3%; cuoi e calzature, 2.25%; ind. poligrafica, 1,75%; carte e cartoni, 0,75%; diversi 2,15%.
Le prospettive di sviluppo economico decennale (1957-1966) sono le seguenti: «Portare ad oltre 1.600 miliardi il valore annuo di una produzione interna che fu di circa 695 miliardi nel 1956; aumentare del 5% all’anno in media il livello di vita di una popolazione cresciuta da 10 a 13 milioni (l’europeo avrà quindi un aumento di 246.000 frs. contro 24.600 al mussulmano, il che aggraverà lo scarto già esistente); assicurare un impiego non-agricolo a circa 875.000 persone in più, di cui 780.000 mussulmani». Ma, a giudicare dai piani in atto per il 1966, si avrebbe una sviluppo estremamente debole del settore agricolo, la cui parte sul totale diminuirebbe dal 33,4% al 15,4%; nel settore industriale, sarebbero stimolati soprattutto la produzione di petrolio, l’industria edilizia, i lavori pubblici e in misura minore l’industria di trasformazione; che devono dare impulso al settore industriale che passerebbe dal 27,4% al 47,9 %. Ciò significa che la dipendenza economica dell’Algeria dalla Francia aumenterebbe.
Il rimedio? Marx lo proponeva per l’Irlanda: autogoverno e indipendenza dall’Inghilterra; rivoluzione agraria; protezione doganale verso le merci inglesi.
Trasferimento del conflitto algerino in Francia e in «Oriente»
«L’Irlanda il baluardo dell’aristocrazia fondiaria britannica. Lo sfruttamento di questo paese non è solo la fonte principale della sua ricchezza materiale, ma anche la sua maggior forza morale. È grazie ad essa, in realtà, che l’Inghilterra domina l’Irlanda. L’Irlanda è dunque il grande mezzo con cui l’aristocrazia inglese mantiene la sua dominazione nella stessa Inghilterra» (Marx a A. Meyer e A. Vogt, 9-4-1870).
Allo stesso modo, la perdita dell’Algeria vibrerebbe un colpo terribile alla grande proprietà fondiaria francese e alle numerose industrie che beneficiano delle sue materie prime e di questo mercato protetto.
Lo studio citato più sopra concludeva a favore dell’abbandono del vespaio algerino: sarebbe perfino più economico rimborsare tutti i proprietari per le perdite subite, il che rappresenterebbe al massimo il prezzo di 18 mesi di guerra. Ma sarebbe uccidere la galline dalle uova d’oro. Un capitalista non accetterà mai, a meno d’essere pazzo completo, di vendere la propria azienda per vivere poi di rendita: essa non solo gli dà da vivere, ma si ingrandisce, e aumenta di valore, se la tiene. I «riformatori» del Club Jean Moulin confondono il capitale (cifra d’affari complessiva) con i titoli di proprietà delle installazioni, degli attrezzi, del suolo ecc.; credono che il capitalismo sia un modo di proprietà mentre è un modo di produzione. Ma le terre e il capitale situati in Algeria non possono essere trasferiti in Francia: col gettito della loro vendita bisognerebbe acquistare terre da altri proprietari francesi, cioè espropriarne un gran numero e accrescere la concentrazione della proprietà terriera, o creare nuove industrie in concorrenza con quelle esistenti. Quello che si verificherà è dunque un trasferimento dell’elemento fondamentale del conflitto algerino. Finora la proprietà fondiaria capitalistica in Francia godeva di una stabilità notevole; gli inconvenienti del capitalismo agrario erano riservati ai «territori d’oltremare», e la piccola proprietà particellare metropolitana poteva sopravvivere. Ciò non potrà più avvenire. D’altro lato la concorrenza fra i lavoratori in Algeria si trasferirebbe in Francia se tutti gli europei fossero rimpatriati; mentre nell’industria, colpita dalla concorrenza mondiale, si aggraverebbero i conflitti di classe fra capitale e lavoro. È vero che il prolungarsi della guerra d’Algeria ha già permesso d’imporre i primi sacrifici «materiali» e di introdurre progressivamente le «misure di austerità» imposte dalla perdita dell’Impero coloniale. La smobilitazione delle masse lavoratrici ad opera di organizzazioni economiche e politiche corrotte mira, in definitiva, a evitare alla borghesia francese una sorpresa simile a quella che si è prodotta in Belgio. Ma nessuna astuzia potrà evitare alla crisi di installarsi nel cuore del sistema economico francese, soprattutto man mano che la concorrenza sul mercato internazionale si accrescerà.
Nel 1909 (lettera a I. I. Skvorzóv-Stepanov, del 16-12) Lenin caratterizzava così la differenza fra la Germania 1849 e la Russia dopo il 1900: la Germania era divisa in 36 stati feudali che la rivoluzione borghese doveva abolire per erigere uno Stato capitalista unitario: quella che si poneva per prima era dunque una questione nazionale. In Russia, invece, l’unità nazionale era già compiuta; dunque si poneva la questione agraria. Ma la borghesia non poteva «risolvere» il problema agrario che a prezzo di molti decenni di espropriazioni e delle peggiori calamità (è la storia di tutti i piani agricoli della Russia degenerata e borghese): dunque, solo il proletariato poteva, mediante la sua dittatura, spezzare gli ostacoli allo sviluppo delle forme produttive sull’agricoltura e regolare il problema agrario. Per l’Algeria la situazione è analoga: e i «comunisti», con la loro «nazione algerina in formazione», sono ben lontani dal leninismo. La prima questione che si porrà non appena proclamata l’indipendenza dell’Algeria, quale che essa sia, sarà quella fondamentale, che nessun velo nasconderà più agli occhi delle masse: la questione agraria, il problema sociale. Nessun paese divenuto indipendente in quest’area geografica ha finora risolto quel problema: esso sarà la prossima tappa, non per la «volontà» delle masse o dei loro dirigenti, ma per la spinta irresistibile delle condizione economiche.
L’Algeria, in cui la decomposizione della proprietà comunitaria stabilizzatrice è più progredita, rischia di scatenare il movimento generale. L’area geografica e storica cui l’Algeria appartiene non troverà dunque la «pace» con la «fine della colonizzazione» vantata da Krusciov. Né l’esempio dei cholchos russi o delle comuni rurali cinesi, né lo sviluppo della politica agraria fin qui praticata, potranno risolvere la questione. Lenin aveva concluso dal problema agrario russo alla necessità della dittatura del proletariato: questa è la soluzione sempre «attuale» anche per l’Algeria.