Abbiamo rivisto l’ Italia
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Napoli, giugno
Non è stato un sogno: abbiamo rivisto l’ Italia. Abbiamo rivisto le città che non rivedevamo da anni, di cui i bollettini di guerra ci ricordavano i nomi, sulle quali passava inesorabile, mentre noi ascoltavamo la radio, il rullo compressore della guerra. E, per molti di questi paesi e di queste città, non avremmo voluto credere che li avremmo ritrovati, come li abbiamo ritrovati, puri nomi, ammassi grigi e contorti di macerie in un paesaggio di terre rosse arate da cannone: i paesi grossi e piccoli lungo la Futa, le borgate e i villaggi di una Toscana già pingue.
Abbiamo visto la periferia di Bologna in frantumi, i vecchi quartieri intorno al Ponte Vecchio di Firenze saltati in aria, Viterbo irriconoscibile, i Castelli Romani devastati. Formia brulicante di poveri bimbi cenciosi tra le rovine delle case, Capua grigia della polvere delle sue mure. E, man mano che scendevamo verso sud, ci sembrava che la vita stentasse a rinascere dai luoghi battuti dalla morte, e le città ci apparivano quali avrebbe potuto ridurle, appena un giorno prima, il terremoto; città forse non più destinate a risorgere.
Abbiamo visto nei grandi centri, che pure per tutto l’inverno hanno sofferto la fame, i negozi improvvisamente colmi di merci, i ristoranti non più vincolati dalle restrizioni di guerra, il mercato nero divenuto palese, scoperto, legale, nelle vetrine, per le strade, agli angoli delle piazze. E, mentre ammiravamo nelle vetrine le merci non più viste da anni, e nei ristoranti risorgevano ai nostri occhi i classici pranzi di anteguerra, ci seguiva come un incubo la immagine delle lunghe code di popolane per le quali il prosciutto e la carne e le scarpe continuano ad essere un sogno, degli operai che non trovano più lavoro nelle fabbriche orrendamente sventrate, degli scugnizzi che si affollano laceri ad ogni fermata di automobile, della gioventù randagia che a Napoli è vissuta, in questo duro anno di fine guerra, di furti, di espedienti, di prostituzione.
Abbiamo visto, più ancora che nel Nord, lo spettacolo atroce di un pescecanismo che affolla ristoranti e caffè accanto alla miseria di cui nessuno si cura, lo spettacolo di un popolo che ha fatto la fame perché la merce c’era ma gi speculatori preferivano tenerla nascosta in attesa di ulteriori aumenti dei prezzi, e che continua a farla perché la merce, tornata a comparire dietro i vetri dei negozi, è e rimane dominio esclusivo dei ricchi.
Abbiamo letto di razioni alimentari insufficienti, di deficienza paurosa di calorie nel vitto normale della popolazione cittadina, di preoccupante aumento della morbilità,. mentre nei ristoranti,liberi ai portafogli ripieni, le bistecche erano alte due dita e larghe due spanne. E ci chiedevamo come avrebbe potuto vivere l’enorme alveare umano di Napoli senza la corruzione e la delinquenza fiorite al seguito degli eserciti e lungo i moli del porto, o la Calabria senza brigantaggio…
A Roma, pigra e assolata, continuava l’alchimia ministeriale.