Partito Comunista Internazionale

L’ora della decisione

Categorie: Antifascism, Fascism, Italy, Partisan Movement

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Quando, un anno fa, analizzando la situazione del proletariato italiano e internazionale nel quadro del conflitto e le prospettive che si delineavano per una soluzione rivoluzionaria, constatavamo che la guerra, mentre approfondiva coi suoi terribili effetti disgregatori la crisi in atto della società capitalistica, riusciva pur tuttavia sul piano politico a tenere imbrigliata la classe operaia nel cerchio di ferro dell’unione sacra, avevamo ragione.

In realtà, né la crisi del 25 luglio – primo serio annuncio di una frattura profonda nell’ordine sociale borghese – né la seconda e definitiva crisi del fascismo – ultimo anello di una catena di sconfitte militari e di insuccessi politici, – vedeva il proletariato spezzare i legami che lo tenevano avvinto alla guerra e porre in termini precisi e radicali il suo problema di classe. La liquidazione del fascismo avveniva bensì in entrambi i casi attraverso esplosioni violente di furor popolare, la classe operaia si trovava bensì alla testa della lotta contro i residui sanguinanti di un regime di reazione borghese, ma la crisi non sfociava su un terreno aperto di lotta di classe e, appena scoppiata, si riassorbiva nei limiti della legalità capitalistica, obbediva nei suoi sviluppi alle leggi ferree e inesorabili del conflitto. Le forze politiche del proletariato continuavano ad essere quelle ch’erano state all’inizio della guerra, erano esse stesse strumenti di guerra.

Il periodo che va dal luglio 1943 all’aprile 1945 non ha fatto che ribadire la tragica realtà di un equivoco che, mentre da una parte spingeva il proletariato ad una lotta eroica contro la sopravvivente struttura del fascismo, consolidava, proprio attraverso questa lotta, le posizioni politiche, militari, diplomatiche della democrazia.

Passato il turbine di vento dell’insurrezione, il gioco politico è continuato sugli stessi binari. Epurazione, repubblica, governo di popolo: l’agitazione dei grandi partiti operai non va oltre questi termini di un’esperienza borghese, né vale a spostarli la rivendicazione, lanciata da qualche partito progressista, del controllo operaio e della partecipazione proletaria alla gestione dell’azienda, espedienti tecnici cui la società capitalistica non ha mai mancato di ricorrere quando si trattava di far eludere al proletariato la questione fondamentale, il problema che è per lui di vita o di morte: la questione del potere.

Urge, oggi, ricondurre la lotta del proletariato sul terreno di classe. Il massimalismo che, nelle sue dichiarazioni programmatiche, pone sullo stesso piano le più fruste rivendicazioni del radicalismo borghese e le rivendicazioni massime del collettivismo senza preoccuparsi di gettare la basi di organismi rivoluzionari di classe, e, mentre si lancia in un pirotecnico gioco di estremismi verbali, condensa il suo programma nella lotta per la costituente e per un  «governo di popolo» prolungando nella pace gli organismi nati dalla guerra e operanti nel quadro della guerra, è costituzionalmente impotente a risolvere i problemi giganteschi che la crisi capitalistica pone al proletariato.

Per questo noi mettiamo in rilievo la questione dei consigli operai: non i C.L.N. aziendali, organi di compromesso chiusi nell’orbita della politica di guerra; non i consigli di gestione strumenti ideali per impegnare il proletariato ad una lotta legalitaria e riformistica nell’ambito della «ricostruzione» borghese; non la costituente, supremo diversivo gettato in pasto alla classe operaia nei più terribili momenti di crisi sociale, ma gli organi genuini della battaglia proletaria, gli organi in cui si cementa la sua unità classista, in cui si affila la sua volontà rivoluzionaria, in cui, attraverso il gioco di conflitti ideologici, matura la capacità del partito della rivoluzione a dirigere la massa verso la conquista del potere.

La preoccupazione dominante delle forze politiche borghesi è di chiudere le ferite aperte dalla guerra nella struttura sociale capitalistica. Il proletariato deve inserire violentemente in queste ferite il cuneo della sua volontà rivoluzionaria: non per rabberciare una società in disgregazione, ma per distruggerla.