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Il proletariato russo ed ucraino vittima sacrificale nello scontro tra imperialismi

Categorie: Capitalist Wars, Russia, Ukraine

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La guerra in Ucraina trova la sua origine nel contesto economico e politico internazionale, con la crisi del modo di produzione capitalistico che spinge gli Stati borghesi al riarmo e alla guerra.

Se lo scontro bellico è avvenuto in questa parte di mondo e ancora non in altre è perché la guerra in Europa andava preparandosi almeno dal 2014, dal cambio di regime a Kiev e in seguito con l’avvio della guerra tra l’Ucraina e le repubbliche del Donbass, che hanno fatto dell’Ucraina un’area di contesa tra rivali imperialisti.

Fin dal suo scoppio, nel fissare i caratteri della guerra in Ucraina, abbiamo sostenuto che la guerra era ed è imperialista su entrambi i fronti. L’Ucraina non sta certo combattendo una guerra per la propria libertà e indipendenza nazionale ma si è posta agli ordini degli imperialisti americani prima di tutto e di quelli europei poi, che la stanno utilizzando per colpire la Russia. Dal canto suo la Russia sta conducendo in Ucraina una guerra di conquista di territori e per strappare il vicino alla sfera d’influenza occidentale, ridisegnando gli equilibri tra potenze nell’Europa orientale.

Sul suolo ucraino non si combatte quindi una guerra solo tra Russia e Ucraina, i veri protagonisti di questa guerra sono l’imperialismo americano e quello russo, con l’Europa che vi ha preso parte con gradazioni diverse, dall’entusiasmo di britannici e polacchi alla riluttanza soprattutto dei tedeschi che si sono dovuti adeguare alle forzature degli americani. Da questo punto di vista, la stessa guerra non era solo contro la Russia ma anche contro l’Europa, in particolare contro la Germania che, contro i propri interessi nazionali, in particolare quello di mantenere ottime relazioni economiche con la Russia che le assicuravano prodotti energetici a basso costo, ha dovuto allinearsi ai dettami americani.

L’unico vero aggredito di questa guerra è il proletariato, prima di tutto quello ucraino e russo, che diventa carne da cannone nelle guerre dell’imperialismo e, se non al fronte, patisce le conseguenze del deterioramento delle condizioni di vita.

La situazione al fronte

In Ucraina il conflitto prosegue con la sua scia di massacri tra i soldati, distruzioni nelle città e miseria in cui sono gettati milioni di ucraini, affamati, al freddo e sotto i bombardamenti o costretti a lasciare il paese. Una guerra nel cuore dell’Europa, con una intensità che non si vedeva nel continente dalla fine della seconda guerra mondiale, combattuta da eserciti regolari, attraverso la mobilitazione di centinaia di migliaia di soldati, l’impiego di grandi quantità di mezzi corazzati, aerei e missili, la sperimentazione sul campo di nuove forniture dell’industria bellica, in un misto di modernità e passato, come il ritorno degli assalti alle trincee nemiche, il tutto col risultato di elevate perdite nei due eserciti, di cui i vertici politici e militari dei paesi coinvolti tengono ben nascosti i numeri, sull’ordine delle centinaia di migliaia.

Il come si sia arrivati a questi ormai quasi tre anni di guerra può essere in buona parte rinvenuto in mal riposte attese che hanno mosso i veri protagonisti della guerra in corso: da una parte, la Russia che plausibilmente aveva previsto una guerra di breve durata, sferrando un attacco su più direzioni, di cui una diretta verso la capitale Kiev, magari nel tentativo di provocare una rapida caduta del governo ucraino e la sua possibile sostituzione con un altro meglio disposto verso Mosca; dall’altra, gli Stati Uniti che insieme ai britannici hanno imposto a Kiev il loro veto alla trattativa che russi e ucraini avevano iniziato in Bielorussia e continuato in Turchia, frutto non solo della valida resistenza opposta dall’esercito ucraino, che già ai primi di aprile aveva ripreso il controllo dell’oblast di Kiev e ricacciato i russi verso il confine nord, ma anche del tentativo di infliggere una pesante sconfitta strategica all’imperialismo russo, che in base alle loro aspettative sarebbe stato piegato economicamente dalle sanzioni e si sarebbe impantanato in una feroce guerra contro un nemico foraggiato di armi e soldi da Stati Uniti e altri alleati.

La puntata russa verso Kiev si chiudeva quindi all’inizio di aprile, e la sua offensiva si concentrava sul Donbass, sugli oblast di Kherson e Zaporizhzhia, e sull’oblast di Kharkiv, ottenendo un importante successo con la presa di Mariupol a maggio, che permetteva ai russi di congiungere territorialmente la Crimea con il Donbass.

Una crisi nell’avanzata russa in territorio ucraino si ha nel settembre del 2022, quando una controffensiva dell’esercito ucraino nella regione di Kharkiv e di Kherson travolge le allora deboli difese russe e recupera territori al nemico. Che la Russia però fosse ancora in grado di sostenere lo sforzo bellico è dimostrato dalla presa dell’importante cittadina di Bakhmut (oltre 70 mila abitanti prima della guerra) nel Donbass nel maggio del 2023: una vera e propria carneficina da ambo le parti.

Nel giugno del 2023 parte una grande controffensiva ucraina, suscitando forte entusiasmo negli alleati di Kiev. Il risultato sarà un pesante fallimento, con l’esercito ucraino che non riesce a sfondare le difese russe e lascia sul terreno grandi perdite di uomini e mezzi.

Dal dicembre del 2023 l’avanzata dell’esercito russo è lenta ma costante, prendendo agli ucraini una località dopo l’altra del Donbass, come l’importante cittadina di Avdiivka, aspramente contesa e caduta in mano russa nel febbraio del 2024.

Il 6 agosto del 2024 l’Ucraina sferra un attacco direttamente in territorio di russo, nella regione di Kursk, con l’obiettivo di ridurre la pressione russa sul fronte del Donbass e magari mettere sul tavolo di un’ipotetica trattativa questi territori russi conquistati in cambio di quelli presi dalla Russia in Ucraina. Quest’incursione ucraina nella regione di Kursk ottiene un iniziale successo ma, dopo averla fermata, i russi hanno ormai ripreso il controllo di circa il 60% del territorio che era stato catturato dagli ucraini.

Ormai da settimane, la situazione sul fronte ucraino si protrae secondo un andamento che vede l’esercito russo avanzare su tutta la linea del fronte, anche se molto lentamente e al prezzo di sanguinosi massacri da entrambi le parti. Da inizio dicembre, secondo fonti dei vertici NATO, il ritmo dell’avanzata russa sarebbe in aumento, tanto che, se prima “le forze russe avanzavano dieci metri al giorno”, negli ultimi tempi “guadagnano terreno al ritmo di dieci chilometri al giorno”.

Nelle ultime settimane la Russia ha preso altre località del Donbass come Toretsk, una delle principali roccaforti ucraine in quell’area, oltre 30 mila abitanti prima della guerra, e sta avanzano nei quartieri di un’altra roccaforte come Chasiv Yar. Più a sud-ovest, Kurakhove, il villaggio di Vremivka e Velyka Novosilka, mentre continua l’assalto all’importante snodo di Pokrovsk. Inoltre, i russi non smettono di bombardare le “infrastrutture critiche”, in particolare le centrali elettriche.

L’andamento della guerra fa ritenere che di questo passo l’esercito russo possa continuare l’avanzata nel Donbass fino alle città ancora ucraine di Sloviansk e Kramatorsk. Così, dopo ormai quasi tre anni di guerra, se dai campi di battaglia non sembra ci sia da aspettarsi significativi mutamenti nel breve periodo se non l’avanzata della Russia fino alla completa conquista del Donbass, l’insediamento di Trump ha rimesso in movimento il fronte delle trattative, con la stampa americana che l’8 di febbraio riportava parole di Trump: “Parlato con Putin, vuole finire la guerra”.

La pace imperialista

L’apertura alla possibilità di una trattativa non è ovviamente dovuta al cambio di personaggio alla Casa Bianca, che come tutti i capi di stato non svolge altro che la parte di una marionetta mossa da potenti forze sociali e economiche, e che nel caso specifico già ha recitato la sua farsesca parte passando dall’annunciare la pace in “24 ore” durante la campagna elettorale a quella in “100 giorni” una volta eletto. La spinta verso un accordo ha le sue radici da una parte nell’andamento della guerra, dall’altra nel contesto più generale della contesa inter-imperialistica.

La situazione sul campo diventa col passare del tempo sempre più preoccupante per i curatori occidentali di Kiev che, nonostante l’enorme afflusso di soldi e armi dai paesi occidentali, oltre a non aver alcuna possibilità di poter riconquistare i suoi territori occupati, sempre con più fatica prova a contenere l’avanzata russa nel Donbass, e la continuazione della guerra porrebbe il problema di trovare altra carne da cannone per contrastare l’esercito russo. Già si discute di abbassare la leva da 25 a 18 anni, che farebbe correre il rischio di un collasso del fronte, ipotesi non del tutto da escludere dato il bassissimo morale tra le truppe ucraine e il diffuso fenomeno delle diserzioni. Non meglio sta andando la guerra ingaggiata con la Russia sul fronte economico che, sebbene indebolita da 14 pacchetti di sanzioni contro la sua economia, non ha subito quel tracollo atteso nelle capitali occidentali, avendo trovato ad Oriente acquirenti delle sue materie prime, permettendole di reggere lo sforzo bellico.

Se ad aprile del 2022 americani ed inglesi imponevano a Kiev l’ordine di continuare la guerra con la Russia, facendo saltare la ben avviata trattativa tra russi e ucraini, oggi sono venute a mancare quelle condizioni, tenace resistenza dell’esercito ucraino e possibilità di piegare con le sanzioni la Russia, che potevano far prevedere un esito della guerra favorevole agli imperialismi anglosassoni.

L’altro fattore che potrebbe spingere in direzione di un accordo sul fronte russo-ucraino è dato dal contesto di scontro imperialistico su scala mondiale, in cui il vero nemico dell’imperialismo americano è ormai costituito dalla Cina e il futuro che si fa largo è quello di uno scontro generale tra queste due grandi potenze, attorno alle quali si formeranno blocchi contrapposti. In questo contesto bisogna inquadrare l’atteggiamento americano verso la Russia.

La prospettiva che può aver mosso la vecchia amministrazione statunitense ad ingaggiare uno scontro con la Russia tramite l’Ucraina può trovare la sua spiegazione nel tentativo di infliggere una pesante sconfitta all’imperialismo russo, riducendone ulteriormente il suo peso e assicurandosi una sistemazione favorevole alla NATO sul fronte orientale dell’Europa per poi volgere lo sguardo al quadrante da loro chiamato “indopacifico”. Neanche da escludere che, nel migliore degli scenari, si volesse ripetere una sorta di ’89-’91, provocando quindi un crollo della Russia come fu per l’URSS, con un suo ridimensionamento territoriale, senza arrivare però a comprometterne il suo ruolo controrivoluzionario nell’area, e l’instaurazione a Mosca di un regime politico sul modello anni Novanta, facendo della Russia un docile amico da scagliare contro la Cina.

La guerra in Ucraina però non sta volgendo in direzione di una sconfitta russa, mentre ha determinato un avvicinamento tra Russia e Cina, e la prospettiva di un suo ulteriore rafforzamento, fino addirittura alla formazione di un blocco antiamericano, sarebbe una grave minaccia per gli interessi mondiali degli Stati Uniti.

Il cambio di amministrazione a Washington potrebbe quindi portare ad abbandonare la strada seguita finora, instaurando un dialogo con Mosca e provando ad allontanarla da Pechino. Quale sia la strategia che si imporrà a Washington e di conseguenza quale l’atteggiamento di risposta della Russia, non c’è da aspettarsi un’attenuazione dello scontro imperialistico su scala mondiale. La stessa possibilità di una pace o una tregua sul fronte ucraino, qualunque sia la sua forma, sarà in funzione della preparazione di una guerra su più larga scala, garantendo a tutti i contendenti prezioso tempo per leccarsi le ferite provocate dall’impegno bellico in Ucraina e procedere ad una vasto piano di riarmo.

Dato che un risultato della guerra in Ucraina è stato anche quello di ribadire l’allineamento degli imperialismi europei rispetto a quello predominante americano, la posizione americana, come accaduto finora, si imporrà anche nelle capitali europee, incapaci di una autonomia politica e militare e che, aldilà della retorica europeista, vede gli Stati europei muoversi ognuno per conto proprio, ma tutti comunque fedeli agli Stati Uniti.

In tutto ciò, l’Ucraina non ha svolto nient’altro che la parte della vittima sacrificale, con una borghesia che ha venduto agli occidentali il sangue del proprio proletariato, spedito a morire al fronte. A nulla valgono i proclami dei suoi dirigenti, i suoi “piani” di pace. Dovrà semplicemente obbedire agli ordini di Washington.
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ntanto, gli americani hanno già presentato il conto: “voglio l’equivalente di 500 miliardi di dollari di terre rare”, ha detto Trump, valutando in 300-350 miliardi di dollari gli aiuti inviati all’Ucraina, che ora dovrà ripagare. Così, mentre i russi con la conquista di gran parte del Donbass si sono presi anche le risorse del suo sottosuolo, anche gli americani vogliono mettere le mani sulle ricchezze minerarie ucraine. In tal modo, la trattativa tra russi e americani appare in tutto il suo portato predatorio, con i primi che otterrebbero insieme alla risistemazione del proprio fronte occidentale anche le sue risorse e i secondi lo sfruttamento delle restanti ricchezze del sottosuolo ucraino, passando ad un ulteriore incasso dopo aver messo in ginocchio l’Europa, spezzando il legame con le forniture russe e vendendole le proprie a prezzi molto più alti. D’altronde, scriveva Lenin: “I gruppi capitalistici, che hanno inondato di sangue la terra per spartirsi i mercati, i territori, le concessioni, non possono addivenire ad una pace “onorevole”. La loro può essere soltanto una pace infame, una pace per la spartizione del bottino”.
I soldati ucraini sono morti a centinaia di migliaia per gli interessi dei capitalisti occidentali non certo per la difesa della patria contro l’aggressione imperialista russa, per la libertà nazionale dall’oppressore russo o altre simili sciocchezze, come propagandato dalle borghesie coinvolte ma anche decantato della miriade di organizzazioni “di sinistra” o che falsamente si richiamano al comunismo. Come d’altronde, dall’altro lato, i soldati russi non sono stati sacrificati in una presunta guerra contro il nazifascismo come sbandierato da Mosca e dai rimasugli dello stalinismo, ma per le mire espansionistiche e gli interessi economici della Russia borghese.

Sui campi insanguinati d’Ucraina i proletari sono caduti per una guerra non loro, aggrediti, loro sì, dalle rispettive borghesie e da quelle degli altri paesi coinvolti in questo conflitto. Ora sul proletariato internazionale, non solo quello ucraino e russo, incombe la minaccia di una possibile pace imperialista che fermerebbe la guerra nell’est dell’Europa solo per permettere alle potenze imperialiste di riprendere fiato e meglio prepararsi al prossimo massacro, di proporzioni ancora più gigantesche. Solo un intervento del proletariato, con un forte movimento di scioperi nelle città e l’organizzazione dei soldati al fronte potrebbe fermare la guerra imperialista e l’altrettanto nefasta prospettiva di una pace imperialista.

Notizie dai fronti interni in Ucraina e Russia

Purtroppo, l’assenza di organizzazioni classiste dei lavoratori e la mancanza di un vero Partito Comunista, che possa assicurare una salda e ferma direzione, non permette altro che una soluzione borghese all’opposizione alla guerra, che comunque permane sia in Ucraina che in Russia ed emerge nonostante la cappa asfissiante di brutale repressione e sfrenata propaganda nazionalista che opprime i proletari ucraini e russi. In particolare, in Ucraina appare più diffuso il malcontento interno verso la guerra e maggiore il fenomeno delle diserzioni al fronte.

Secondo fonti statali ucraine, a dicembre 2024 sono stati registrati oltre 17 mila e mezzo nuovi procedimenti penali per abbandono non autorizzato di un’unità o diserzione, in continuità rispetto ai numeri di novembre che ne aveva contati quasi 19 mila. Si tratta di quasi il doppio rispetto al mese precedente, mentre a gennaio 2024, i procedimenti penali di questo tipo erano al di sotto dei 3500. In totale, dall’inizio della guerra nel febbraio del 2022 al primo dicembre del 2024, sono già stati registrati più di 114 mila procedimenti penali per casi di diserzione. In realtà, come riferito ai media stranieri da fonti ucraine, i disertori in Ucraina potrebbero aggirarsi intorno alle 200 mila unità.

Numeri talmente alti che hanno indotto il parlamento a adottare una legge in base alla quale coloro che hanno abbandonato la propria unità o disertato possono tornare volontariamente e prestare servizio senza sanzioni penali, estendendo l’arco temporale che permette il ritorno senza andare incontro a responsabilità penali.

Ormai i campi di addestramento sono composti quasi esclusivamente da uomini mobilitati con la forza, molti dei quali catturati in strada, che appena ne hanno la possibilità disertano. Particolare scandalo ha fatto la 155a brigata meccanizzata “Anna di Kiev”, che è stata addestrata in Francia e doveva essere impiegata nella difesa di Pokrovsk ma che, ancor prima che la brigata arrivasse al fronte caldo del Donbass, ha avuto 1.700 soldati che hanno abbandonato l’unità senza permesso, mentre decine di diserzioni si erano verificate già durante l’addestramento in Francia. Anche le rivolte individuali contro lo Stato e la guerra sono diventate più frequenti.

Sebbene l’ampiezza del fenomeno delle diserzioni faccia temere il rischio di uno sfascio dell’esercito ucraino, non appare al momento concreta la possibilità che questo spontaneo e diffuso rifiuto della guerra si trasformi in un movimento organizzato che, invece di gettare le armi e abbandonare il fronte, rivolga quelle stesse armi contro la propria borghesia, trasformando la guerra tra gli Stati in una guerra tra le classi. Tale prospettiva è ancora più lontana in Russia, sebbene notizie di diserzioni provengano anche dal lato russo del fronte.

Per quanto riguarda la coscrizione militare, il regime non ha alcuna difficoltà nel reclutare cosiddetti “soldati a contratto”, che sono immediatamente spediti al fronte. Situazione, quindi ben diversa da quella ucraina dove le autorità borghesi devono catturare gli uomini per strada per mandarli al macello. In Russia tutto ciò non è ancora necessario, con una demografia nettamente a suo vantaggio. A spingere migliaia e migliaia di uomini russi di mezza età ai centri di reclutamento ci sono le pesanti condizioni di vita in cui versano, schiacciati dai bassi salari, dal costante aumento dei prezzi, un’inflazione del 9% secondo i dati ufficiali, da enormi tassi di interesse su prestiti e ipoteche, con una martellante propaganda secondo cui responsabile di questa condizione è l'”Occidente collettivo”.

Diversamente, invece, è la situazione tra i giovani che devono sottoporsi al servizio obbligatorio nell’esercito russo, dalla quale emerge un’opposizione al militarismo neanche troppo marginale. Il Ministero della Difesa russo, riferendo del completamento della coscrizione autunnale, dichiara una mobilitazione di 133 mila persone che, presumibilmente, non sono inviate nelle zone di combattimento, comprese le regioni ucraine annesse. La realtà, invece, mostrava un quadro diverso dagli annunci governativi, fatto di centinaia di casi di detenzione e vere e proprie incursioni contro i coscritti, notevolmente in aumento rispetto all’autunno del 2023, con metodi sempre più aggressivi. Così anche in Russia il regime borghese si esibisce in una vera e propria caccia all’uomo, dalle dimensioni sicuramente più contenute rispetto all’Ucraina, con i coscritti prelevati direttamente dalle loro case, o catturati in strada e caricati su un’auto, arrestati nella metropolitana e portati all’ufficio di registrazione e arruolamento militare. Parenti e avvocati non sono ammessi nei punti di raccolta, e nemmeno le ambulanze, per evitare di registrare le percosse del coscritto, i passaporti sono sottratti, mentre i certificati medici vengono ignorati. I coscritti vengono forzati con ogni mezzo a indossare un’uniforme: picchiati, minacciati e tenuti senza cibo né acqua. In molti casi, dopo esser stati costretti a firmare contratti, vengono mandati al fronte.

Nonostante il dominio di classe in Russia appaia ben saldo, queste notizie che giungono dal paese mostrano una situazione in cui è presente una certa resistenza da parte dei lavoratori russi alla coscrizione al servizio militare, così come ai propri capitalisti. Infatti, secondo i sindacati, nel quarto trimestre del 2024, in Russia sono stati registrati 294 conflitti collettivi di lavoro, mentre erano stati 228 nel terzo trimestre. Sebbene questi cosiddetti conflitti includano sia dei veri e propri scioperi, anche se locali e a breve termine, che tentativi completamente “legali”, ovviamente non in grado di fronteggiare il costante deterioramento delle condizioni di vita, il ritardo nel pagamento dei salari, che restano bassi, tuttavia, questo è un indicatore del fatto che, nonostante la costante e onnipresente propaganda nazionalista e militarista che ha fatto presa su gran parte della classe operaia, le realtà del capitalismo costringono i lavoratori a resistere. Tutti questi conflitti sindacali si verificano sullo sfondo di una condizione di impotenza delle organizzazioni sindacali, di repressione dei sindacati, con diversi casi di organizzatori sindacali sottoposti a procedimenti penali, nonché di una direzione estremamente moderata dei sindacati stessi.

Contro le guerre e le paci dell’imperialismo

La guerra in Ucraina sta entrando nel suo terzo anno, accompagnata dal vociferare di politicanti e pennivendoli sulle prospettive di una sua soluzione diplomatica. Che tale possibilità si concretizzi, che si arrivi ad una tregua su quel fronte, avrà comunque il suo carattere imperialista, il cui significato altro non sarebbe che un momento di respiro in preparazione della ripresa della guerra. Nessuno accordo può appianare i profondi contrasti che hanno messo in urto gli imperialismi sulla terra d’Ucraina né tantomeno eliminare le cause che rendono in regime capitalistico inevitabile la guerra fra Stati. Sempre nel caso in cui dovesse trovarsi un accordo, la guerra tornerà su quel fronte, in un contesto di contesa inter-imperialistica che sempre di più, passo dopo passo, va allargandosi su scala mondiale e coinvolgendo le maggiori potenze e quelle di rango inferiore. Pertanto, la possibilità che dalla guerra imperialista si arrivi ad una tregua non deve ingannare i proletari, che saranno trascinati dalle proprie borghesie nel mattatoio della guerra. L’unico sbocco della guerra imperialista favorevole al proletariato non è una pace, imperialista anch’essa, ma che il disfattismo rivoluzionario e la fraternizzazione tra i proletari su ogni fronte trasformi la guerra tra gli Stati in guerra tra le classi, fino alla dittatura del proletariato.