Dazi e scontro imperialistico
Categorie: Imperialism, USA
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- Inglese: Tariffs and Imperialist Confrontation
- Italiano: Dazi e scontro imperialistico
Come è uso nel mondo borghese, la narrazione dei fatti ha sempre bisogno di un responsabile, il grande Capo che sconvolge gli equilibri consolidati, distrugge lo status quo, fa balenare rischi imminenti di guerre, militari o commerciali che siano, e pone le basi per altri sconvolgimenti. È toccato allo “zar” Putin presidente a vita di un indebolito imperialismo assurgere a questo onore nella guerra guerreggiata di Ucraina, è toccato ai tagliagole di Hamas e al guerrafondaio Netanyahu, è toccato ai cento “capi” e capetti in un mondo in preda alle convulsioni; e infine è tranquillamente apparso sulla scena del più potente imperialismo del mondo l’ex imputato Trump, implicato in cento scandali finanziari, bancarottiere e spregiudicato magnate che vuole “rendere ancora grande l’America” e minaccia sfracelli militari ed economici. Ma è anche pronto a metterli in atto. Noi comunisti consideriamo tutti questi “grandi” o presunti tali semplicemente come megafoni di altre forze e forme politiche che stanno alla base, o dietro le quinte, del teatro del mondo. Ma per sintetizzare e semplificare l’esposizione, anche noi ci riferiremo ai grandi nomi, che paiono responsabili nel bene e nel male delle dinamiche tra gli Stati.
Negli Stati Uniti è cambiato il personale politico ed il presidente federale, dopo un isterico teatrino elettorale messo in scena da un potentissimo apparato pubblicitario al solo scopo di disorientare e indirizzare chi ancora crede a queste liturgie, verso la soluzione politica che è effettivamente richiesta dalle condizioni mondiali. Il precedente gruppo politico doveva essere cambiato perché le crisi tra gli imperialismi, le crisi economiche e finanziarie richiedevano altro atteggiamento che non l’apparente e ipocrita benevolenza di chi ne aveva retto le sorti, ed era necessaria una nuova maschera che facesse la faccia feroce, sbraitasse minacce a nemici ed alleati, imponesse senza ipocrisie la primazia degli Stati Uniti. Chi era necessario arrivasse, è arrivato.
Sul “tavolo” della presidenza americana c’è da tempo una nutrita collezione di dossier e criticità. Il riassetto dei confini geopolitici minacciati da potenze emergenti, il controllo delle materie prime essenziali per il capitalismo, il mantenimento della potenza militare assolutamente necessaria per sostenere un debito stratosferico che non potrà mai essere pagato e quindi deve aumentare di anno in anno, e la guerra commerciale per mantenere o allargare i propri mercati e sostenere la produzione nazionale.
Crisi finanziaria, geopolitica e commerciale sono le tre radici della strisciante crisi mondiale del capitalismo. In modo brutale e spregiudicato il nuovo inquilino della Casa Bianca ha fatto sentire il peso della sua forza a presunti alleati e nemici certi. E come prima decisione effettiva, ha minacciato e poi iniziato una guerra commerciale degli Stati Uniti contro il resto del mondo, confidente di poterselo permettere.
La precedente amministrazione aveva tenuto un atteggiamento possibilista verso l’imposizione di dazi sulle merci importate, lasciando in vigore soltanto una limitata parte dei dazi che Trump aveva deciso nel suo precedente mandato, quando aveva imposto dazi del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio, ai quali l’Unione Europea aveva reagito con aggravi sull’importazione di alcolici e motociclette prodotte negli USA. Con Biden poi si era giunti ad un sistema di quote europee per l’accesso al mercato americano; e le ritorsioni erano state interrotte. Tutte prove di guerra commerciale vera e propria che con Trump è stata invece apertamente dichiarata: prima annunciando un notevole inasprimento per acciaio ed alluminio verso Canada, Messico e Cina, poi concedendo una moratoria di un mese, infine il giorno 11 febbraio, firmando un ordine esecutivo per tutto il resto del mondo.
E l’imperialismo americano è tornato a brandire lo strumento dei dazi su acciaio ed alluminio, componenti strategici per la produzione capitalista.
Gli aumenti tariffari sulle importazioni dal Canada e dal Messico hanno scosso l’industria siderurgica mondiale, incerta inizialmente sul come questa iniziativa avrebbe annullato gli accordi commerciali già negoziati stabiliti nell’accordo USA-Messico-Canada. Un accordo che il presidente Trump aveva rinegoziato dal NAFTA degli anni ’90 durante il suo primo mandato, dal 2017 al 2021. Al tempo presente, per gli Stati Uniti le importazioni di alluminio ed acciaio hanno raggiunto il valore di 50 miliardi di dollari. Importano alluminio soprattutto dal Canada, 9,5 miliardi di dollari, dagli Emirati Arabi, 1,1 miliardi, dal Messico, 690 milioni. L’acciaio è importato dal Canada per 11 miliardi, dal Messico per 6,5 miliardi e Cina per 5 miliardi e, per una bassa quota, dal Brasile ed altri produttori. In generale lo scopo dei dazi è di proteggere e rafforzare la produzione nazionale, a scapito di quella importata. Ma alluminio ed acciaio sono prodotti di base per molte altre produzioni, edilizia, produzione di mezzi di trasporto, costruzioni aeronautiche, equipaggiamento militare, e la loro disponibilità è un dato essenziale per la produzione capitalistica: sono quindi questi prodotti particolarmente critici. In un primo momento le decisioni del presidente Trump sono state soltanto minacciate, mentre su tutte le importazioni cinesi è già stato imposto un ulteriore dazio del 10% che presumibilmente si sommerà a quel 25%, già imposto in passato, sull’acciaio della Cina, la quale, in prima battuta, non ha tuttavia risposto in modo duro, limitandosi a gravare le importazioni dagli USA per un valore di 14 miliardi, contro dazi statunitensi che colpiscono i prodotti cinesi per 525 miliardi di dollari.
C’è anche un altro obiettivo strategico di fondo sottinteso e connesso a questa stretta sulle importazioni. Il sistema produttivo americano è in lenta ma costante discesa, e la recente politica applicata già con l’amministrazione Biden ha imposto notevoli incentivi fiscali alle imprese straniere perché delocalizzino le loro produzioni sul territorio statunitense. Iniziativa che già importanti aziende europee hanno cominciato a praticare per sfuggire alla morsa di dazi ed altri vincoli commerciali che la prima potenza militare mondiale sta mettendo in atto per difendere il proprio sistema economico.
Le misure punitive sul commercio, anche verso alleati storici affidabili che quindi dovrebbero essere in certo qual modo protetti, anche le semplici enunciazioni di ulteriori vincoli e barriere da parte del presidente, hanno anche per scopo la minaccia di tagliar fuori dell’enorme mercato americano le aziende che non produrranno direttamente negli Stati Uniti. È un avviso brutale non solo ai produttori europei, ma anche al Canada, dove molte aziende produttrici sono già di proprietà americana; ma le loro merci importate vanno a fare concorrenza alle merci prodotte in America, pur se i loro profitti rientrano negli States per altra strada.
L’ordine esecutivo del febbraio ha provocato negli stati esportatori forti preoccupazioni, ma la risposta generale è stata in ordine sparso, tutti sostanzialmente invocando negoziati per un accordo sui due prodotti. I più stretti alleati, Australia e Canada, chiedendo addirittura l’annullamento dei dazi. Per il Canada naturalmente la questione è più critica, dal momento che Trump ne rivendica l’inglobamento nella federazione americana, e i dazi servono anche come elemento di pressione politica.
Chi aveva già imposto dazi per l’importazione di merci americane, come ad esempio l’India, ha proposto di abbassare i suoi dazi. L’Europa ha annunciato contromisure, ma si è ben guardata da dichiarazioni esplicite di contromisure. Essa è già in condizioni di sofferenza finanziaria, dovendo acquistare il gpl dalle petroliere americane ad un prezzo notevolmente superiore a quello che pagava per il gas proveniente dalla Russia, escludendo i costi di rigassificazione; anche se parlare in generale di Europa, è fare una generalizzazione scorretta, perché l’Europa è solo un simulacro politico-economico di Stati che mirano esclusivamente al lor tornaconto politico ed economico.
Se c’era bisogno di valutare ulteriormente lo stato presente di sudditanza al più potente imperialismo, questa è la dimostrazione più chiara. Ma c’è anche un altro obiettivo strategico in queste decisioni sul commercio. Le decisioni di Trump mirano soprattutto a colpire la Cina, che produce, dei due materiali, una quantità superiore di quella del resto del mondo. La Cina impiegava nel mercato interno la gran parte della produzione di acciaio e alluminio, ma le recenti difficoltà della domanda interna ne avevano ridotto il consumo, che è quindi andato ad incrementare l’esportazione a prezzi ridotti anche verso Canada e Messico, che a loro volta ne esportavano verso gli Stati Uniti. Un meccanismo tipico del capitalismo, forse truffaldino sul piano “etico”, ma esercitato in tante altre circostanze, basti pensare al gas russo, che dopo la vendita a qualche stato che non riconosce le sanzioni imposte alla Russia, ritorna poi con altra “etichetta” al consumo europeo.
Questa manovra di dumping mascherato (vendita sottocosto perché l’acquisto è stato fatto sottocosto) esercitata da Canada e Messico, ha messo in forte difficoltà l’industria siderurgica americana, che per altro si sviluppa in regioni politicamente critiche per i risultati elettorali. Se il settore industriale della trasformazione in beni di consumo trae vantaggio da questa situazione di import, un altro settore nazionale entra in sofferenza. Ma questo è nella natura del capitalismo.
Allo stringere dei fatti, anche se non è per ora del tutto chiaro come evolverà la guerra commerciale che gli USA stanno iniziando contro il resto del mondo, il mondo del Capitale evidenzia le sue tremende difficoltà nel mantenere l’assetto mondiale e indica quale sarà il suo futuro. O guerra tra gli Stati, o rivoluzione sociale.