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La combattiva classe operaia sudcoreana, ancora una volta imbrigliata dall’opportunismo, rivendica più democrazia

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Il recente caos politico che ha tormentato la Corea del Sud fornisce ulteriori conferme ad alcuni insegnamenti che i comunisti hanno appreso nel corso storico delle lotte di classe: la forma democratica o quella fascista dello Stato non sono altro che un diverso mascheramento dell’essenza del potere borghese, costituita dal suo dominio di classe sul proletariato, e qualunque seppur generosa e combattiva discesa da parte del proletariato sul terreno della lotta politica, se non inquadrata in autentiche organizzazioni classiste e guidata dal Partito comunista, non potrà che avere un epilogo del tutto compatibile con l’ordine borghese.

Il dominio di classe della borghesia è ancora ben saldo nonostante le crisi politiche interne, di ieri e di oggi

La notte del 3 di dicembre, il presidente sudcoreano Yoon Suk-yeol annunciava la legge marziale come misura per proteggere il paese e “sradicare le spregevoli forze anti-statali filo-nordcoreane”. Intanto, veniva mobilitato l’esercito e si proibiva qualunque attività politica, compresa quella parlamentare, e ogni forma di protesta. La reazione a questo tentativo di golpe si è manifestata sia attraverso una crescente mobilitazione di protesta nelle piazze che per via parlamentare, con l’opposizione che si recava al Parlamento per votare la revoca della legge marziale. Dal versante sindacale, invece, la Confederazione coreana dei sindacati KCTU, convocava immediatamente uno sciopero generale a oltranza fino alla revoca della legge marziale e alle dimissioni del presidente.

Il provvedimento è stato ritirato nel giro di qualche ora, non appena 190 dei 300 deputati, compresi diversi dello stesso partito di Yoon, sono riusciti a riunirsi in Parlamento e hanno approvato la revoca della legge marziale. Subito dopo il voto, i militari si sono attenuti alla decisione del Parlamento.

La pressione di piazza è continuata anche nei giorni successivi e con una nuova votazione, sabato 14 dicembre, il Parlamento si è espresso a favore della messa in stato d’accusa del presidente. La stampa borghese individua nella instabilità politica del paese, emersa di recente con il duro scontro per l’approvazione della legge di bilancio, le motivazioni che hanno spinto il presidente Yoon a tentare la strada del golpe.

Il sistema politico sudcoreano è dominato essenzialmente da due forze politiche, il Partito Democratico di centro-sinistra e il Partito del Potere Popolare (PPP) di centro-destra che, sebbene in contrapposizione fra di loro, sono entrambi partiti borghesi che si ergono a difesa del dominio di classe della borghesia e, anche se a volte con vedute differenti, degli interessi del capitalismo nazionale, alternandosi di volta in volta alla guida del governo del paese.

L’impossibilità di qualunque fazione politica borghese, piegata agli interessi del capitalismo nazionale, di migliorare la condizioni di vita e di lavoro del proletariato determina un generale malcontento che, in assenza di un esteso movimento di scioperi, si riverbera nelle periodiche conte dei voti. La stessa ascesa del presidente Yoon, con una vittoria risicata nelle elezioni presidenziali del 2022, si deve proprio al discredito che aveva colpito il Partito Democratico, precedentemente al governo, che aveva potuto contare su un’ampia maggioranza.

Ma nel giro di breve tempo, anche contro Corea del Sud il nuovo governo si è indirizzato il diffuso malcontento, che si è espresso nel voto per le elezioni legislative dell’aprile 2024 che hanno portato ad un parlamento dominato dal Partito Democratico. Il risultato è stato che al governo del PPP si oppone un’Assemblea Nazionale dominata dal partito di opposizione, il Partito Democratico, che detenendo la maggioranza parlamentare ostacola i provvedimenti del governo, avvenuto recentemente in merito alla Legge di bilancio per il 2025, cosa che ha prodotto un duro confronto tra i due partiti, con l’opposizione che ha notevolmente ridimensionato gli iniziali provvedimenti governativi. A ciò si aggiungono gli scandali e le accuse di nepotismo e corruzione che coinvolgono la cerchia del presidente.

Ma i recenti eventi coreani non possono semplicemente essere spiegati con la contingente situazione politica del paese che, come nel resto del mondo borghese, è sistematicamente attraversata da un’aspra lotta tra le fazioni borghesi e da scandali che vedono coinvolti i politici di tutti i partiti.

L’intera vicenda si inquadra perfettamente nella storia politica coreana. Fin dalla sua nascita nel 1948, in Corea del Sud si sono alternati governi democratici e una serie di giunte militari, sempre sostenute dagli Stati Uniti, le quali prendevano il potere con colpi di Stato che portavano a violenti scontri. L’ultimo colpo di Stato fu quello del generale Chun Doo-hwan, impadronitosi del governo alla fine del ’79 dopo un tentativo di transizione in seguito alla fine della dittatura del generale Park Chung-hee durata 18 anni a partire dal colpo di Stato del 1961, che impose la legge marziale in tutto il paese e scatenò una violenta repressione culminata nel maggio del 1980 nel massacro di Gwangju, dove delle manifestazioni studentesche avevano innescato una rivolta operaia con i caratteri di una vera e propria insurrezione, la quale si concluse con la rioccupazione della città da parte dell’esercito causando centinaia di morti.

A partire dal 1987, in seguito a proteste di massa, il regime politico coreano ha adottato una forma democratica ed è stata introdotta l’elezione diretta del presidente, riuscendo in tal modo ad assicurare una certa stabilità politica interna basata sull’alternanza dei due principali schieramenti antagonisti.

La nuova maschera democratica indossata dallo Stato sudcoreano, sicuramente più funzionale all’impetuoso sviluppo del capitalismo nazionale che fece della Corea del Sud una delle cosiddette “tigri asiatiche”, non ha certo intaccato il pugno duro tradizionalmente utilizzato dallo Stato borghese per reprimere le lotte operaie e ha solo riposto nel “cassetto degli attrezzi” tutte quelle misure di emergenza, come la legge marziale, pronte ad essere tirate fuori non appena se ne presenti il bisogno, sempre giustificate con la difesa della patria in pericolo che, mentre cancella gli orpelli democratici, permette alla borghesia di scatenare la repressione militare contro il movimento operaio. La tendenza da parte della classe dominante a lasciar cadere la forma democratica sarà destinata a svilupparsi con l’ascesa delle lotte proletarie, inevitabile conseguenza dell’aggravarsi della crisi del mondo capitalista.

La combattività del proletariato coreano resta, per ora, incanalata all’interno di una soluzione borghese

Un segnale positivo che giunge dal paese orientale riguarda senz’altro la combattività espressa dalla classe operaia coreana.

D’altronde, anche a quelle latitudini, le condizioni di vita e di lavoro del proletariato sono costantemente minacciate dalla crisi del modo di produzione capitalistico. Resta, ad esempio, alto il numero di incidenti mortali che coinvolgono in particolare i lavoratori in subappalto e i migranti, come lo scorso 24 giugno a Hwaseong, quando in una fabbrica di produzione di batterie al litio, in seguito ad un incendio, rimasero uccisi 22 lavoratori, di cui 18 migranti cinesi. Il governo, poi, si è adoperato per prolungare ulteriormente l’orario di lavoro, promuovendo una riforma che aumenta gli straordinari fino a un totale di 69 ore settimanali.

L’atteggiamento verso le organizzazioni dei lavoratori si è caratterizzato per la sua particolare durezza, con la criminalizzazione del movimento sindacale e dei suoi militanti, attraverso una campagna diffamatoria contro i sindacati, definiti “una delle grandi piaghe da sradicare”, e il contrasto alle attività sindacali con lo strumento giudiziario. Non a caso, non appena è stata dichiarata la legge marziale, è stato ordinato l’arresto immediato anche per il presidente della KCTU.

Ma l’amministrazione Yoon, oltre al malcontento diffuso, ha dovuto fronteggiare anche una crescita delle lotte dei lavoratori.

Di particolare importanza è stato lo sciopero alla Samsung durato cinque settimane tra l’inizio del mese di luglio e quello di agosto, il quale, nonostante un’adesione limitata in termini numerici, ha colpito uno dei principali “chaebol” della Corea del Sud, cioè quei conglomerati industriali di proprietà di un singolo proprietario o di una famiglia, scalfendo la compattezza del colosso Samsung.

Scioperi continui hanno coinvolto anche i medici, la cui lotta va avanti fin dallo scorso febbraio e che, sebbene nelle sue rivendicazioni esprima una certa difesa di interessi corporativi come l’opposizione al piano del governo di ampliare il numero di iscritti ai corsi di medicina, rappresenta comunque un segnale delle tensioni sociali presenti nel paese che non può essere tollerato. Infatti, una volta proclamata la legge marziale i vertici militari hanno esplicitamente imposto l’interruzione dello sciopero, ordinando il ritorno al lavoro entro 48 ore.

Lo stesso tentativo di golpe ha trovato una forte opposizione tra i lavoratori e le organizzazioni sindacali. In particolare, la KCTU, che conta 1,1 milioni di iscritti e ha sulle sue spalle una storia di direzione di numerosi scioperi su larga scala, si è fin dall’inizio mossa contro la legge marziale con la proclamazione di uno sciopero generale a tempo indeterminato.

La disponibilità della classe operaia coreana a scendere sul terreno della lotta è stata in tal modo incanalata verso la difesa della democrazia, che in ogni caso costituisce un epilogo volto alla conservazione borghese della crisi politica che ha colpito la Corea del Sud.

Le vicende coreane dovranno servire da ulteriore lezione, non solo per la classe operaia coreana, ma per tutto il proletariato internazionale, al fine di evitare che la sua combattività sia asservita ad uno dei fronti borghesi in lotta, la cui conclusione non può che essere una soluzione che lascia intatta l’impalcatura del dominio di classe. Non è nell’interesse storico del proletariato la difesa della democrazia, forma politica che la stessa borghesia ha già dimostrato di mettere da parte a favore del fascismo non appena ne ha la necessità per meglio soggiogare il proletariato. Oggi democrazia e domani fascismo: come lo stesso caos coreano ha dimostrato, facendo risuonare le sirene dell’emergenza nazionale per giustificare quelle misure eccezionali, come la legge marziale, contemplate da qualunque Stato borghese. Il cambiamento di maschera dello Stato borghese è già annunciato dalla contesa imperialistica che travolgerà il mondo intero e richiederà l’inquadramento dei proletari a sostegno della patria in pericolo.

La Penisola di Corea sulla linea di faglia dello scontro inter-imperialistico

Sebbene la forma politica del borghese Stato coreano abbia alternativamente indossato la maschera fascista e quella democratica, oltre a non compromettere il suo fondamento di dominio di classe sul proletariato, ha mantenuto un altro punto fermo dato dalla collocazione geopolitica del paese, che risulta saldamente inserito nel sistema di dominio dell’imperialismo americano in Estremo Oriente. La Corea del Sud rappresenta, fin dalla fine degli anni Quaranta, un fidato alleato degli Stati Uniti, che ancora oggi gli garantisce la presenza sul proprio territorio di un contingente militare di quasi 30 mila soldati, che lo rende il terzo paese al mondo, dopo la Germania e il Giappone, per numero di soldati americani.
Pertanto, l’influenza americana nel paese è enorme, e nessuno dei due partiti borghesi mette in discussione la collocazione internazionale a fianco degli Stati Uniti.

In tale contesto, non potevano mancare da parte americana importanti segnali anche durante la recente crisi politica. Proprio il mancato appoggio americano all’avventura di Yoon, fondato sulla necessità per gli Stati Uniti di non destabilizzare un prezioso alleato come Seul, ha determinato una certa pressione al ritiro del provvedimento, influenzando anche membri del partito del presidente che hanno preso posizione contro la manovra di Yoon.

La crisi politica interna coreana si inserisce in un contesto internazionale nel quale si aggravano i contrasti inter-imperialistici che trascinano nel vortice del caos politico tutti quegli Stati posizionati sulla faglia dello scontro tettonico tra contrapposti blocchi imperiali. Le violente scosse della guerra in Ucraina sono giunte fin nella penisola coreana, con la Corea del Nord che ha inviato nel tritacarne russo-ucraino un proprio contingente a sostegno dell’esercito russo e con l’attuale governo del Sud che sta considerando l’ipotesi di armare l’Ucraina, mentre, proprio in conseguenza del conflitto ucraino, ha visto crescere enormemente le proprie esportazioni di armi, con un più 39% (dati SIPRI) nel 2023, soprattutto per gli acquisti da parte dei paesi europei, come la Polonia.

Considerando che la proclamazione della legge marziale veniva giustificata con la lotta contro le forze filo-nordcoreane, proprio la questione dei rapporti con la Corea del Nord segna una spaccatura del fronte interno sudcoreano, con l’opposizione democratica che ha una posizione meno bellicista nei confronti di Pyongyang. Al contrario, l’amministrazione Yoon, fin dal suo insediamento nel 2022, in controtendenza con una linea più morbida adottata negli ultimi anni, ha mostrato una certa aggressività verso la Corea del Nord, che si è tradotta in una escalation politica e militare nella penisola coreana.

Dall’altro lato, a fine dicembre 2023, Kim Jong-un dichiarava di non considerare più possibile la riunificazione dei due Paesi. Nel corso del 2024 la tensione tra i due paesi si è manifestata con i lanci di più di 2 mila “palloni di immondizia” da parte della Corea del Nord in risposta alla propaganda sudcoreana lungo la zona demilitarizzata. Nel mese di giugno, la Corea del Sud decideva di sospendere l’accordo militare intercoreano del 2018 con il Nord, volto a ridurre le tensioni tra i due paesi, e riprendeva poco dopo esercitazioni militari vicino al confine. Nel corso del mese di ottobre, la Corea del Nord sanciva l’aggravamento delle relazioni con il Sud rinunciando formalmente alla sua politica di riunificazione pacifica della penisola con una modifica della propria costituzione e facendo saltare in aria alcuni collegamenti stradali e ferroviari tra i due Paesi. Inoltre, nel corso del 2024, si è avuto un avvicinamento nelle relazioni tra la Corea del Nord e la Russia attraverso la recente ratifica del Trattato di Partenariato Strategico Globale, che prevede tra i vari punti un immediato canale di negoziazione bilaterale in caso di minaccia diretta di invasione armata contro una delle due parti e, qualora una delle parti si trovi in stato di guerra a causa di un’invasione armata, l’altra parte fornirà assistenza militare e di altro tipo.

La dura contrapposizione verso la Corea del Nord da parte del partito di Yoon è spiegabile da una parte con la stretta vicinanza di settori della borghesia sudcoreana agli Stati Uniti e dall’altra con l’aggravarsi delle tensioni tra gli imperialismi che porta i vari Stati a prendere posizione in vista dell’avvicinarsi della guerra. Ciò ha spinto Yoon e i suoi sostenitori politici a perseguire una linea di più stretta collaborazione commerciale e militare con gli Stati Uniti.

Tale prospettiva si inquadra nella situazione geopolitica nell’Estremo Oriente, con l’interesse dell’imperialismo americano a tessere un fronte anticinese, non solo con l’Australia e il Regno Unito, come fa intendere l’AUKUS, ma inglobandovi altre potenze della regione, come il Giappone. A tal riguardo, proprio con Yoon, la Corea del Sud si è maggiormente avvicinata a Stati Uniti e Giappone, rafforzando il coordinamento trilaterale in funzione anti-nordcoreana e anticinese, muovendosi nel corso dell’ultimo anno nel tentativo di istituzionalizzare la struttura di questa cooperazione.
Tale linea è contrastata internamente da quei settori borghesi che la considerano troppo vicina a Washington e Tokyo, posizione questa che trova il suo fondamento negli interessi dell’economia sudcoreana comunque legata da interscambi commerciali con i nemici dell’imperialismo americano, come la Cina e la Russia.

La caduta di Yoon potrebbe complicare tutto questo processo in corso orientato verso più stretti legami con gli USA e il Giappone, ma non metterà comunque in discussione la posizione internazionale del paese fortemente subordinato all’imperialismo americano.

In un tale quadro di intricate lotte fra fazioni interne e internazionali della classe capitalistica, al proletariato sudcoreano non resta che lottare per i propri interessi di classe. Questo implica la capacità di evitare la tetra prospettiva di essere utilizzato nella lotta interna fra fazioni borghesi che porterebbe il proletariato Corea del Sud a prendere parte nella finta contrapposizione tra fascismo e democrazia.

I proletari sudcoreani, come quelli di tutti i paesi, devono rigettare anche il tentativo della borghesia nazionale e dei più potenti colossi imperialisti di impiegarli come carne da cannone per la prossima guerra inter-imperialistica che si annuncia all’orizzonte. Solo l’inquadramento in organizzazioni autenticamente classiste e la direzione del suo Partito comunista potrà sottrarre il proletariato all’influenza di contrapposte forze borghesi e può portarlo a lottare per i propri specifici interessi di classe.