Partito Comunista Internazionale

Anche in Myanmar democrazia e dittatura si danno la mano per opprimere al meglio la classe operaia

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L’attenzione e la narrazione della situazione che in questi anni si è creata nel Myanmar si sono concentrate sugli eventi bellici, peraltro molto complessi vista la varietà di formazioni che si stanno opponendo al governo centrale, tre delle quali hanno addirittura stabilito un’alleanza. Ormai queste numerose formazioni armate controllano nel loro insieme una superficie del paese molto superiore a quella controllata dall’esercito della Giunta (Autodefinitasi Consiglio di Amministrazione dello Stato, o Cae).

Però in parallelo a questa guerra di formazioni militari se ne sta svolgendo un’altra, altrettanto cruenta, della quale la stampa internazionale dà poche e scarne notizie. Si tratta della lotta della classe operaia birmana, concentrata nelle zone industriali che circondano la ex capitale Rangoon.

Quando finalmente nel 2011 si svolsero “libere” elezioni, risultò eletto U Thein Sein, un ex generale, già appartenente alla Giunta militare. La Giunta volle quindi darsi una parvenza di legalità democratica, e in realtà Thein Sein inaugurò una serie di riforme favorevoli allo sviluppo, che andavano anche incontro a un proletariato che si voleva motivato e produttivo: si cominciò con l’autorizzazione alla esistenza dei sindacati, per la prima volta in 50 anni. Nel 2013 un’altra legge introduceva il salario minimo; poi un allentamento della censura sui mezzi di comunicazione di massa, liberazione di numerosi prigionieri politici, e anche uno stop a un progetto di una grande diga e di una centrale idroelettrica nel nord del paese, un progetto gestito da imprese cinesi. Inoltre migliorò la posizione del Myanmar nell’ASEAN, con la presidenza nel 2014, come pure i rapporti con gli USA; infine, liberazione di Aung San Suu Kyi e ammissione del suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia (LND), il principale partito di opposizione, alle successive elezioni.

Le quali elezioni, tenutesi nel 2015, vedono la prevedibile vittoria dell’LND. Però, anche se qualcuno si era illuso che la politica inaugurata da Thien Sein sarebbe stata continuata, la musica cambia: l’LND restringe rapidamente i margini di manovra dei lavoratori, registrare i sindacati diventa difficile, in caso di controversie il Ministero del Lavoro si schiera dalla parte dei padroni; e in occasione del COVID 19 il potere prende a pretesto la pandemia per intimidire e arrestare chi protesta, e per annullare la revisione biennale del salario minimo che doveva aver luogo nel 2020.

Ovviamente il tentativo era quello di rendere profittevole per il capitale straniero gli investimenti nel paese (soprattutto nei settori minerario e dell’abbigliamento): non certo contenendo i profitti e puntando sulla qualità delle produzioni, ma seguendo la strada più comoda e ovvia, sulle spalle del proletariato industriale. In questo il governo era assecondato dalla Banca Mondiale, che aveva emanato una legge su misura nel 2016.

Operai, contadini, studenti non fanno mancare le proteste, gli scioperi e i cortei, finché, verificata l’incapacità del regime “democratico” di garantire l’ordine pubblico, nel 2021 la Giunta con un nuovo colpo di stato si riprende il potere.

Purtroppo le notizie sui media internazionali si concentrano sulla lotta armata, un quadro particolarmente complesso a causa della molteplicità degli attori, non sempre d’accordo anche tra loro. Ma quello che conta, e che in fondo ha determinato la situazione di instabilità, è proprio quello che accade nello scontro tra classe operaia e capitale. Così lo racconta Le Monde Diplomatique di gennaio (edizione italiana): “La situazione è peggiorata a partire dal febbraio 2021 e dal colpo di Stato militare, ma la repressione non ha smorzato la combattività della popolazione. Al contrario, dal 6 febbraio 2021 le strade di Yangoon, polmone economico e antica capitale del paese, vengono percorse da grandi manifestazioni. Alla testa dei cortei, le operaie delle fabbriche di abbigliamento; le zone industriali circondano la città e le lavoratrici provengono soprattutto dalle campagne. Pochi giorni dopo, i funzionari iniziano uno sciopero generale.

Alla fine dell’anno, a scioperare sono circa 400.000 lavoratori, tra cui insegnanti e altri funzionari pubblici, presto raggiunti da camionisti, minatori, operai… Il movimento, colossale, contribuisce ampiamente a una contrazione del 18% dell’economia del paese durante l’anno che segue il colpo di Stato.

Ma una gran parte degli scioperanti viene costretta a riprendere il lavoro perché il Cae reprime le manifestazioni pubbliche. Nel mirino, in particolare, gli attivisti sindacali. Dal 26 febbraio, sedici dei più importanti sindacati vengono dichiarati illegali. Il 14 marzo, soldati e poliziotti uccidono almeno 65 manifestanti nella zona industriale di Hlaing Tharyar, nei sobborghi di Yangoon, uno degli epicentri della lotta operaia. Il giorno dopo, il Cae vi proclama la legge marziale, così come in molti altri siti produttivi. Il 15 aprile, una quarantina di soldati fa irruzione negli uffici del sindacato Solidarity Trade Union of Myanmar (Stum) e ne arrestano il direttore Daw Myo Myo Aye. Molti dirigenti e militanti sindacali entrano in clandestinità o fuggono all’estero per evitare gli arresti. Nel frattempo, il padronato approfitta degli ostacoli eretti dal Cae a qualsiasi mobilitazione operaia per peggiorare le condizioni di lavoro e rendere più fragili i sindacati. Molte aziende strappano i contratti di lavoro esistenti e riassumono i lavoratori a chiamata e per salari inferiori al minimo legale. Il 16 marzo 2021, il capo della fabbrica Xing Jia chiama la polizia perché sei operai contestano lo stipendio che è stato loro pagato. Le forze dell’ordine uccidono i manifestanti”.

Ma nei luoghi di lavoro la lotta continua, in particolare nelle fabbriche per l’export sparse nelle zone industriali periferiche di Yangon, dove una parte degli operai continua a lottare, riportando anche qualche successo. A quegli operai, che rischiano la vita per difendere la loro esistenza, va la solidarietà purtroppo solo verbale dei comunisti. Questa esperienza non mancherà di far toccare con mano a quella giovane classe operaia quanto illusorie siano le promesse del capitalismo, e quanto vulnerabili possano essere le conquiste quando si scontrano con la brama di profitto del capitale internazionale. Noi comunisti internazionalisti non possiamo che rilevare che la musica non cambia: la borghesia, per lotte di bottega, per l’appartenenza all’una o l’altra camarilla che si vende al capitale internazionale, può dividersi e scontrarsi anche militarmente, come è avvenuto nell’ex Birmania tra Giunta e LND. Ma quando si tratta di schiacciare la classe operaia per la solita estorsione di profitti sono tutti uguali, e non abbiamo dubbi che a questo comportamento si ispireranno anche le varie formazioni armate se un giorno dovessero giungere al potere. Per il proletariato resta una sola strada, utilizzare questa esperienza per ricollegarsi al filone politico del comunismo rivoluzionario, anche in vista, non solo della conquista del potere, ma anche soltanto per una efficace strategia e organizzazione di lotta economica.